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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 1° marzo 1967

 

Dovrà essere operoso e meritorio l'«anno della Fede»

Diletti Figli e Figlie!

Avrete avuto notizia, o almeno l’eco, della Nostra recente Esortazione in occasione del centenario del martirio dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, ai quali intendiamo dedicare un anno celebrativo, a partire dalla prossima festa del 29 giugno, invitando tutti i Cristiani a offrire a questi due grandi seguaci di Cristo, che possiamo quasi dire fondatori e protettori della Chiesa, l’omaggio della fede, che essi hanno predicata, con la parola e col sangue, e che ci hanno lasciata in eredità. Dovremo perciò spesso parlare della fede, dovremo esporre qualche nozione sulla fede, tutti dovremo conoscere i suoi vari significati, renderci conto delle questioni relative alla fede, conoscere anche le difficoltà, che da tante parti le si oppongono, sperimentare poi, se il Signore ci aiuta, il gaudio, la forza, la luce, che ci vengono dalla fede, e studiare infine in quali modi noi possiamo e dobbiamo professare la nostra fede.

«SIATE FORTI NELLA FEDE . . .»
«GARANTIRNE LA INTEGRITÀ E LA CONSERVAZIONE»

Abbiamo scelto questo tema per onorare la ricorrenza centenaria di questa memoria apostolica, perché Ci sembra che esso offra a noi il filo più sicuro e più diretto per comunicare spiritualmente con quei grandi Apostoli; loro stessi ne hanno lasciato pressante raccomandazione; dice, ad esempio, San Pietro, nella sua prima lettera, ai primi cristiani che essi sono «custoditi dalla fede per la salvezza» (1, 5), e che devono essere «forti nella fede» (5, 9); San Paolo poi, dopo d’aver svolto ampiamente e ripetutamente la sua dottrina sulla fede, specialmente nelle celebri epistole ai Galati ed ai Romani, è preso dall’ansia di garantire la integrità (cf. Gal. 1, 8) e la conservazione della fede, specialmente nelle lettere personali, dette pastorali, e ripete le sue raccomandazioni perché ogni errore sia evitato e respinto (cf. Tit. 1, 10-16; e 2 Tim.), e perché il «depositum» sia custodito (1 Tim. 6, 20), per mezzo dello Spirito Santo (2 Tim. 1, 12 e 14). Questo termine, più volte ripetuto da S. Paolo, di «deposito» si riferisce certamente alle verità di fede, insegnate dall’Apostolo, le quali formano un corpo dottrinale, che i Pastori della Chiesa devono conservare, difendere e trasmettere (cf. De Ambroggi, nel commento alle Ep. past., Marietti, 1953, p. 175). Nascono dal «deposito» di S. Paolo alcuni insegnamenti molto importanti; esso indica che esisteva, fino dall’età apostolica, un insieme di verità rivelate, ben determinato e inequivocabile, una sintesi, una specie di catechismo, da insegnarsi e da apprendersi secondo formulazione determinata dal magistero apostolico; e poi da trasmettersi con rigorosa fedeltà; è presupposta così la tradizione, cioè l’insegnamento orale e autorevole della Chiesa primitiva (cf. 2 Tim. 2, 2; 1 Cor. 11, 2 et 23; 15, 1-3; etc.); e un altro nasce: la trasmissione del «deposito», sempre con vigile attenzione che non si ,alteri l’insegnamento originario, ma con l’ormai insonne studio di meditarlo, di esplorarlo, di renderlo da implicito esplicito, da biblico teologico, da antico sempre attuale (cf. S. Th. II-IIæ, 1, 7).

LA FEDE PRIMO E STABILE DONO DELL’APOSTOLICITÀ

Così che, Figli carissimi, aderendo alla fede, che la Chiesa ci propone, noi ci mettiamo in comunicazione diretta con gli Apostoli, che vogliamo ricordare; e, mediante essi, con Gesù Cristo, nostro primo e unico Maestro; noi ci mettiamo alla loro scuola, noi annulliamo la distanza dei secoli, che da loro ci separano e facciamo del momento presente una storia vivente, la storia sempre eguale a se stessa propria della Chiesa, mediante l’attuazione, identica e originale insieme, della medesima fede in una immutabile e sempre irradiante verità rivelata. Solo la Chiesa può scrivere, leggere, vivere la sua storia così, lasciando che la fuga dei secoli ne misuri la durata, e che la fissità nell’eterno ne definisca la perenne identità.

Ci si può domandare perché la celebrazione prevista concentri la sua attenzione preferenziale sulla fede, e non su altri aspetti della testimonianza apostolica, ad esempio: sulla loro opera in ordine all’origine della Chiesa, ovvero sulla loro carità. Questa scelta della fede come primo e stabile dono dell’apostolicità si spiega mediante un duplice ordine di motivi: il primo è dato dal fatto che la fede ha ragione di principio nell’economia della nostra salvezza; ragione di principio a riguardo della missione degli Apostoli: essi sono testimoni (cf. Act. 1, 8; 2, 32; 3, 15; 5, 32, etc.); il loro primo mandato, la loro missione comincia con l’annuncio del V,angelo che dev’essere accettato con fede (cf. Conc. Vat. II, Lumen Gentium, nn. 24, 50, etc.); e la funzione d’insegnare, propria degli Apostoli e del magistero ecclesiastico, che da loro deriva, rappresenta la prima delle potestà che reggono la Chiesa, avendo Gesù proclamato, nell’atto di congedare gli Apostoli per la missione loro nel mondo: «Andate e insegnate . . .» (Matth. 28, 19). Ragione di principio ha parimente la fede a riguardo della nostra inserzione nel piano concepito da Dio per elevarci alla vita nuova, alla vita soprannaturale. Conoscerete certamente qualche cosa della dottrina sulla necessità della fede: «Senza la fede, ripetiamo con l’autore della lettera agli Ebrei, non è possibile piacere a Dio». Il Concilio ce lo ripete (ibid. n. 14); e conoscerete forse qualche cosa della grande discussione su questo tema, proprio in ordine specialmente agli insegnamenti di San Paolo, svolta nel Concilio di Trento (cf. Denz. Schoen. 1532 [801]), è ripresa nel Concilio Vaticano primo (ibid. 3008, ss. [1789]), dove sempre si ripete che la fede «humanae salutis initium est», è il principio per l’uomo della sua salvezza.

Voi, carissimi Figli, che vi presentate oggi davanti alla Cattedra dell’Apostolo Pietro, accogliete pertanto questa sua prima e solenne lezione sull’importanza, sulla necessità, sulla efficacia della fede; e se mai di questo dono divino, di questa virtù cristiana si fosse in voi offuscato il concetto, cominciate subito a ristabilirlo nella sua dignità e nella sua bellezza nel vostro spirito, cantando con Noi il Credo alla fine di questa udienza, che allora davvero potrà felicemente coronarsi con la Nostra Apostolica Benedizione.

                                                     

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