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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 12 aprile 1967
Superare le debolezze del nostro tempo
Diletti Figli e Figlie!
La nostra piccola meditazione trae motivo, come di solito, dalla vostra
presenza: ecco, Noi sediamo qui, sulla tomba di San Pietro, quasi traendo da
lui, non solo l’autorità di cui siamo eredi, ma lo spirito altresì della sua
missione, l’esperienza del suo apostolato; e Ci vediamo circondati da voi,
desiderosi d’avere da questo incontro e da qualche Nostra parola un conforto
alla vostra fede, una luce per la vostra vita.
Volete allora sapere quale strana, ma buona esperienza spirituale Noi
pensiamo nasca in Noi da questa conversazione? A Noi pare di leggere nei vostri
animi un capitolo della psicologia religiosa del nostro tempo, provocata dal
fatto che voi tutti vivete in mezzo ad una società, la quale, per tanti motivi
di cui ora non parliamo, mette alla prova la vostra fede. Siete come naviganti
in un mare in tempesta; la tempesta dell’incredulità, della irreligiosità, della
diversità di opinioni, della libertà e della licenza data alle manifestazioni
contrarie alle vostre credenze, allo stile cristiano della vita, a Dio, a
Cristo, alla Chiesa. Nulla tanto Ci affligge quanto il vedere sorgere
aggressioni, insidie, pericoli per la saldezza e la salvezza dei Nostri Figli.
Chi ha cuore di fratello e di padre, come lo deve avere chi è Pastore di anime,
vive e soffre in continua e sincera trepidazione, crescente in proporzione del
numero dei membri della famiglia cattolica, e in proporzione della violenza,
della diffusione, della sottigliezza degli errori e delle seduzioni spirituali e
morali circostanti. Questo è noto. Ma ecco il fenomeno strano che in Noi si
produce: volendo confortare voi, si comunica, in un certo senso, a Noi il senso
del vostro pericolo a cui vorremmo portare rimedio; e viene alla Nostra mente,
con la coscienza della Nostra pochezza, il ricordo delle debolezze di Simone,
figlio di Giovanni, chiamato e reso Pietro da Cristo.
E allora la meditazione si farebbe lunga, se volesse rievocare la storia e la
psicologia dell’Apostolo Pietro, chiamato dal Signore a succedergli nel governo
pastorale della Chiesa e nell’ufficio precipuo di «confermare» nella fede i suoi
fratelli (cf. Luc. 22, 32). Per abbreviare, limitiamoci a queste
empiriche osservazioni. La prima debolezza di Pietro e di chiunque è chiamato a
seguire il Maestro, la debolezza di tutti, è il dubbio. A chi legge il Vangelo
traspare l’incertezza e la gradualità dell’adesione di Pietro al Maestro, che
più d’una volta richiamò Pietro alla nuova realtà del regno di Dio: «Uomo di
poca fede, perché hai dubitato?» (Matth. 14, 31; 8, 26; 6, 30). Una
debolezza, questa, che ha una sua giustificazione legittima, sia nel processo
conoscitivo umano, sia nella natura della verità rivelata, che senza l’aiuto
della grazia eccede la capacità intellettiva umana; ma debolezza, che un lume
divino vincerà, producendo in Pietro la sua trionfante confessione della
messianità divina di Gesù (Matth. 16, 17); ed in noi la fede.
Altra debolezza di Pietro e nostra: il timore. Quanto spiegabile anch’essa!
La vocazione di Cristo è così nuova, è così priva di mezzi terreni, è così
esposta alle reazioni d’ambiente, è così avversata dalle potenze del male, che
non può non germogliare negli spiriti dei chiamati senza che questi si sentano
esposti a rischi e pericoli formidabili. Pietro sperimentò anche questa
debolezza, consueta nei figli del regno, e ne fu da Cristo con gli altri
Apostoli ripreso (cf. Matth. 8, 26; 10, 28; Luc. 12, 32; lo. 14,
1). Non è anche questa una debolezza comune?
Essa trascina ad una terza forma di debolezza, oggi parimente diffusa, e
allora al povero Pietro causa della sua più grave caduta. Voleva nascondersi,
voleva camuffarsi, voleva conformarsi all’ambiente, voleva sfuggire le
conseguenze della sua devozione a Gesù: e lo rinnegò. Tre volte. E il canto
ammonitore del gallo squillò. Povero Pietro! e poveri noi tutti quando vogliamo
sottrarci all’impegno cristiano, quando vogliamo adattare e piegare la fede alla
mentalità moderna, quando vogliamo sfuggire alla logica della nostra
appartenenza alla Chiesa, e cerchiamo una religione modellata sulle opinioni di
moda, non escluse quelle dei negatori di Cristo!
Dovremmo accennare anche ad altra debolezza dell’Apostolo Pietro, quella
dovuta al suo temperamento generoso e volubile; anche l’entusiasmo può essere
una debolezza, quando non si fonda sull’umiltà e sull’aiuto di Dio.
Ma la conclusione è infine consolante. Il Signore avvalorò il suo eletto, e
nella professione della fede e dell’amore lo costituì Pastore del suo gregge. La
qual cosa - una delle cose più grandi della storia e decisiva per la nostra
salvezza - c’insegna che qui ancora, Chi vi parla e voi che ascoltate, possiamo
e dobbiamo trovare la virtù che rinfranca la Chiesa di Cristo e noi tutti a
superare con sapienza e con fortezza le debolezze proprie del nostro tempo e a
rinvigorire con la fede di Pietro la nostra (cf. 1 Petr. 3 , 1 4 ) . Così
sia, con la Nostra Apostolica Benedizione.
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