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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 19 aprile 1967
La realtà splendente di tutto il nostro «credo»
Diletti Figli e Figlie!
Avrete certamente saputo anche voi del conferimento, da Noi compiuto, del
santo battesimo l’altra domenica (II dopo Pasqua) nello storico, splendido,
restaurato battistero di San Giovanni in Laterano: due nuove creature, Pietro e
Paola, sono state da Noi introdotte nella Chiesa di Dio, mentre la grazia di
Cristo le rigenerava elevandole allo stato e alla dignità di figli di Dio e di
membra di Cristo. Ebbene, abbiamo ascoltato una volta di più, in quella
occasione, la grande risposta che è data al ministro del sacramento iniziale
della vita cristiana, quando egli, sulla soglia del sacro edificio, domanda: Tu
che cosa vieni a chiedere alla Chiesa di Dio? E la grande risposta, semplice e
profonda, risuona: la fede; sono venuto a chiedere la fede. Quale parola
misteriosa e potente! Stupisce di sentirla pronunciare con tanta sicurezza. Si
deve pensare che l’azione dello Spirito Santo è già cominciata, ed ha già
maturata la prima fase, la più umana, la più laboriosa, della vocazione
dell’uomo al suo più alto destino; tanto che la risposta successiva del
brevissimo dialogo, prototipo del dialogo religioso, dice qual è la conseguenza
finale della fede, e cioè la vita eterna. Non dice però che cosa sia la fede; la
suppone, e poi la inviterà ad un’aperta professione sottoponendo il candidato al
battesimo ad un esame (ad uno scrutinio, dice l’antica liturgia): Credi tu?...
eccetera; ma la definizione concettuale della fede non viene proferita.
NON VAGO SENTIMENTO RELIGIOSO . . .
Ora questa definizione è molto importante per gli uomini del nostro tempo,
per il fatto che dal concetto che uno si fa della fede dipende poi tutta la sua
vita religiosa ed banche in gran parte la sua vita morale. È importante e
difficile, perché, innanzi tutto, sotto il nome di fede si classificano cose
molto diverse. Non è qui che Noi faremo una lezione precisa sui vari significati
della parola «fede»; Ci basta accennare a tre principali, in uso nel linguaggio
corrente.
Il primo è quello che assimila semplicemente la fede col sentimento
religioso, con la credenza vaga e generica dell’esistenza di Dio e d’un qualche
rapporto fra Dio e la nostra vita. Fede equivale religione, nel senso più largo
di questo termine, e può comprendere le nozioni più elementari della vita
spirituale e morale riferita alla Divinità. Trascuriamo ora l’impiego che si fa
della parola «fede» per indicare certe ferme convinzioni personali relative ad
una qualsiasi realtà d’ordine naturale (per es.: fede nella democrazia, fede
nell’agricoltura, fede nell’avvenire, ecc.). Ma più spesso, nel linguaggio
ordinario, si dice che uno conserva la fede, quando ancora ammette certe formule
religiose ben poco precise, che sono come un sedimento residuo d’una istruzione
catechistica dimenticata e d’una osservanza religiosa decaduta, ma dotata di
qualche occasionale reviviscenza. È questa purtroppo la fede di molta gente del
mondo odierno, una fede d’abitudine, una fede convenzionale, una fede non capita
e poco praticata, una fede incoerente col resto della vita, e perciò noiosa e
pesante. Non è del tutto morta, ma non è per niente viva.
. . . MA RISPOSTA AL DIALOGO DI DIO
Poi la fede ha un altro significato, suscettibile di cento spiegazioni
diverse, dimostrative della ricchezza spirituale del suo contenuto, ma in fondo
univoche, almeno tendenzialmente, nel loro fondamento teologico. Fede è
propriamente una risposta al dialogo di Dio, alla sua Parola, alla sua
rivelazione. È il «sì», che consente al Pensiero divino d’entrare nel nostro; è
l’adesione dello spirito, intelletto e volontà, ad una verità che si giustifica
non per la sua evidenza diretta, scientifica, come si dice, ma per l’autorità
trascendente d’una testimonianza, a cui non solo è ragionevole aderire, ma
intimamente logico per una strana e vitale forza persuasiva, che rende l’atto di
fede estremamente personale e soddisfacente. Questo è uno dei punti più
interessanti e più studiati della fede. Si dirà allora che la fede è
un’attitudine dell’anima, una virtù, che ha le sue radici nella psicologia
umana, ma che deriva la sua validità da una azione misteriosa, soprannaturale,
dello Spirito Santo, della grazia, infusa in noi, in via normale, dal battesimo:
quella virtù, che il neofita va appunto a chiedere al ministero della Chiesa, al
sacramento della fede, la quale è infatti quella capacità spirituale, che ci fa
cogliere, come corrispondenti alla realtà, le verità, che la Parola di Dio ci ha
rivelate. È perciò la fede un atto che si fonda sul credito che noi diamo al Dio
vivente; è l’atto di Abramo che credette a Dio (Gen. 15, 6), e che da ciò
trasse salvezza: «Gli fu computato a giustizia»;
è un atto insieme di convinzione e di fiducia, che pervade tutta la personalità
del credente e impegna oramai la sua maniera di vivere. È la sua migliore
offerta a Dio, a Cristo Maestro, alla Chiesa custode e interprete del messaggio
divino; ed è la sua scelta pili personale, più intima, più caratterizzante più
decisiva; è il passo con cui il fedele varca la soglia del regno di Dio, e entra
nel sentiero del suo eterno destino. Capite che cos’è la fede? Com’è interiore e
propria di ciascuno spirito, eppure a tutti offerta e possibile? Come è
importante e fondamentale per la religione e per la vita?
LA DOTTRINA IN CUI CREDIAMO
Queste poche e semplici considerazioni ci fanno pensare al lato soggettivo
della fede; ma questo nome benedetto si riferisce anche ad un complesso di
dottrine, di dogmi oggettivi; fede non è solo l’atto per cui noi crediamo; è
anche la dottrina a cui noi crediamo; è ciò che abitualmente chiamiamo il
«credo», quello che noi canteremo tra poco, alla fine di questa Udienza. Non
diciamo di più, per ora. Portiamo con noi la famosa definizione della Lettera
agli Ebrei: «La fede è la realtà di cose sperate, e convinzione di cose che non
si vedono» (11, 1), per aver tema a pensare e ripensare ciò che qui San Pietro,
dalla sua tomba e dalla sua successione, con tutta la Chiesa viva, perennemente
predica: la nostra fede. Con l’Apostolica Benedizione.
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