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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 24 maggio 1967

 

«Tu solo hai parole di vita eterna»

Diletti Figli e Figlie!

Domani è il Corpus Domini, la festa cioè che la Chiesa dedica all’Eucaristia, al sacramento della presenza reale di Cristo e alla rinnovazione rappresentativa, incruenta, del suo sacrificio sulla Croce, mediante la celebrazione commemorativa della Cena del Signore, la Messa cioè, affinché i fedeli ricordino come momento di somma pienezza cristiana il mistero pasquale, e vogliano onorarlo con altissima lode e cerchino di comprenderlo quanto meglio possibile, e ancor più che comprenderlo (impossibile cosa anche per la profondità e la ricchezza delle sue verità, delle sue realtà), cerchino di far proprio l’atto più semplice e più alto, a cui esso tende, la santa comunione, la partecipazione personale alla redenzione di Cristo. È una festa complementare, che si connette al Giovedì Santo, il giorno benedetto della grande Settimana, nel quale Gesù, alla vigilia della sua passione, provvide all’istituzione della santissima Eucaristia, e a perpetuare la possibilità della sua effettiva celebrazione mediante la trasmissione di poteri sacerdotali ai suoi apostoli.

RIVIVERE IL GIOVEDÌ SANTO IN TUTTI I GIORNI DELLA VITA

Si direbbe che la Chiesa ritorna al Giovedì Santo per rendersi conto in modo nuovo e riflesso di quanto da quel giorno doloroso e fortunato le venne in perpetua e vivente eredità. Ella ancora ne vive; bisogna ripensarlo quel giorno, bisogna riviverlo, bisogna imprimere la sua memoria, la sua inesauribile efficacia su tutti i giorni della nostra vita mortale, perché quello, dicevamo, è un giorno di comunione con la vita immortale. Chi mangia del pane di quella mensa, chi beve di quel vino, tramutati nel Corpo e nel Sangue del vincitore della morte, vivrà in eterno.

A chi sta con la Chiesa tutto questo è ben noto. Ma avviene che nello sforzo rievocatore e celebrativo di queste verità ogni spirito attento ne avverta la singolarità, l’enormità anzi. Qualche cosa di assolutamente straordinario ci è presentato, che eccede ogni misura naturale e concettuale, alla quale siamo abituati. Come mai è possibile questo complesso di fatti, che con un termine solo chiamiamo Eucaristia, e che non sono conformi alle leggi della materia, del tempo, del potere umano, e mettono fra noi, per noi, in atto sacrificale, sotto forma di alimento, quel Gesù del Vangelo, ora in cielo nella gloria del Padre? Come è possibile? «Durus est hic sermo et quis potest eum adire?» (Io. 6, 60): questo è un parlare duro, e chi mai lo può intendere?

IL «MYSTERIUM FIDEI»

Ed ecco allora che ancora una volta, forse la volta decisiva, la fede appare nel suo carattere di condizione indispensabile per entrare nella sfera superiore di tali verità, altrimenti inaccessibili alla nostra naturale comprensione. È la fede, come sappiamo, una forma nuova di conoscenza; una conoscenza fondata non già sull’evidenza diretta, ma sulla testimonianza di chi merita d’essere creduto. E quando si tratta della fede religiosa, di cui stiamo parlando, ancor più che d’una forma nuova di conoscenza, si tratta d’una forza nuova, d’una luce intellettiva nuova, d’una capacità di credere, che solo la grazia di Dio, lo Spirito Santo, può in noi generare. Donde, una volta di più, noi vediamo quale necessità abbiamo della fede, e quale fortuna sia quella di possederla.

E vediamo quale relazione unisca la fede all’Eucaristia.

L’Eucaristia, dicevamo, tende alla comunione di ogni fedele con Cristo, a renderlo partecipe, nella pienezza meravigliosa ma tuttora incompleta, consentita alla nostra vita mortale. Ora la fede è il principio di tale comunione. Faremo cosa saggia a fidarci in tanta sublimità di dottrina di maestro Tommaso, superlativo anche in questo campo della teologia e della pietà; egli scrive che l’efficacia della redenzione (virtus passionis Christi) si comunica a noi mediante due vie: la fede e i sacramenti; ed in modo differente: se mediante la fede, la partecipazione avviene con un atto dell’anima, un atto nostro, personale, interiore; se invece mediante i sacramenti, avviene con l’uso di cose esteriori (cf. III, 62, 6). E questo indica che la fede «ci rende capaci di ricevere l’azione di Cristo» (Vonier, La chiave della dottrina eucaristica, 16), e che una, nostra intima disposizione è richiesta affinché tale azione sia efficace.

Non indarno l’Eucaristia è detta «Mystesium fidei», mistero di fede; non indarno questa esclamazione si è introdotta nella formola della consacrazione del calice; e sebbene vi siano eruditi che a tale parola ora danno un senso diverso (cf. Botte, Lucchesi), tuttavia oggi nella estimazione comune (cf. De la Taille) essa dice come la fede sia necessaria e sufficiente (sola fides sufficit . . .) alla contemplazione del mistero eucaristico, di cui, come riafferma il Concilio, «la Chiesa continuamente vive e cresce» (Lumen Gentium, 26).

«ADORATE AMATE GODETE L'EUCARISTIA»

Figli carissimi, pensate, ripensate, meditate queste sante cose! Adorate, amate, godete l’Eucaristia! Tante voci nuove si sono udite in questi ultimi anni su questo santissimo mistero, e pur troppo non tutte buone, non tutte conformi al pensiero autentico della Chiesa. Noi stessi abbiamo scritto un’Enciclica, intitolata appunto «Mysterium fidei», per avvalorare il vero senso cattolico circa questo sacramento centrale della vita della Chiesa. Tra poco sarà pubblicata un’ampia istruzione, redatta dalla Sacra Congregazione dei Riti e dal Consiglio per l’esecuzione della Costituzione conciliare sulla sacra Liturgia, circa il retto culto eucaristico. Vedete quanto a Noi preme questa espressione fondamentale della nostra fede cattolica! Siate forti e fedeli nell’aderire, come Pietro, come tutta la Chiesa, a Colui che ci lasciò Se stesso nel mistero eucaristico, e che solo ha parole di vita eterna (Io. 6, 68)! A tanto vi conforti la Nostra Benedizione Apostolica.


L’assistenza alle famiglie degli emigranti

Il nostro particolare saluto è dovuto, oggi, ai numerosi partecipanti al quarto Congresso Nazionale dell’Associazione Nazionale Famiglie degli Emigranti, che compie il suo ventesimo anno di vita.

Vorremmo avere maggior tempo a Nostra disposizione, più che non consenta l’odierno incontro, per dirvi la Nostra gratitudine, il Nostro elogio, il Nostro incoraggiamento per quanto avete finora compiuto, e state compiendo a beneficio degli emigranti e delle loro famiglie. Ma siamo lieti di ricevervi nella cornice cosmopolitica di questa Udienza generale: diletti figli e figlie, sono vent’anni che codesta Associazione si prodiga per aiutare i lavoratori, che migrano fuori d’Italia in cerca di una occupazione, non soltanto nei loro problemi personali e di lavoro, preparandoli a inserirsi fruttuosamente nelle varie nazioni ospiti e agevolandoli in ogni modo; ma soprattutto per quanto riguarda i loro nuclei familiari, largheggiando di aiuti, di consigli, di assistenza concreta in caso di necessità gravi e nel disbrigo di pratiche talora lunghe e difficili, sistemando i figli o addestrandoli in vista del congiungimento all’estero del capo-famiglia, preparando l’espatrio dell’intera famiglia, e facendo opera preziosa presso le Autorità nazionali e internazionali perché gli emigranti e i loro, familiari siano trattati umanamente, senza differenze o discriminazioni con gli altri lavoratori del luogo.

E questo è quanto conferisce la sua fisionomia alla vostra Associazione e le dà un valore tutto speciale e meritorio davanti a Dio e davanti alla società: cioè la cura preminente data alla famiglia, per mantenere i collegamenti necessari, favorirne la riunione, e assisterne i membri in condizioni particolarmente delicate, in momenti cruciali, quando è più necessaria una parola di cristiana speranza e un’azione immediata per risolvere situazioni dolorose.

Come dirvi tutta la lode che meritate? Voi avete interpretato una delle sollecitudini più materne e urgenti della Santa Chiesa, e l’avete fatta vostra: già il Nostro Predecessore Pio XII ve ne aveva tributato la sua approvazione, tracciandovi un piano di azione a cui ispirare le vostre iniziative; e quale incoraggiamento, quale onore per voi, sono state le parole, piene di gravi moniti, che il Concilio Ecumenico ha dedicato proprio a questo problema! Ecco quanto è stato detto nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo: «Per quanto riguarda i lavoratori che, provenendo da altre nazioni o regioni, concorrono con il loro lavoro allo sviluppo economico . . . . è da eliminare accuratamente ogni discriminazione nelle condizioni di rimunerazione o di lavoro. Inoltre tutti, ed in primo luogo i poteri pubblici, devono accoglierli come persone, e non semplicemente come puri strumenti di produzione, e devono aiutarli perché possano accogliere presso di sé le loro famiglie e procurarsi un alloggio decoroso, nonché favorire la loro integrazione nella vita sociale del popolo o della regione che li accoglie» (n. 66). E nel Decreto sull’Apostolato dei laici è stato anche riaffermato il dovere di mettere «assolutamente al sicuro la convivenza domestica nell’a regolazione dell’emigrazione» (cf. n. 11).

Quale gioia per voi, e quale impulso a rinnovato impegno è stato il trovare consacrati dall’autorità stessa della Chiesa, riunita a Concilio, quei principi, quei programmi, quelle premure, che da vent’anni sono alla base della vostra azione! Da parte Nostra, Noi vi incoraggiamo a perseguire la vostra opera, tanto provvida e benemerita e necessaria e urgente, nella quale batte il cuore stesso della Chiesa. A tanto vi incoraggia la Nostra Apostolica Benedizione, che vi invoca i desiderati aiuti celesti per il costante incremento della diletta Associazione.

                                                                  

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