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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 7 febbraio 1968

 

«Siate tutti uniti nello stesso modo di pensare e nello stesso sentimento»

L'APOSTOLATO ESIGENZA SPIRITUALE

Diletti Figli e Figlie!

Una delle luci che il Concilio proietta sulla Chiesa, Noi l’abbiamo già ripetuto, è la vocazione d’ogni figlio fedele della Chiesa stessa a quell’espansione di fede e di vitalità cristiana, a quella effusione della pienezza interiore, che la sua inserzione nel corpo mistico di Cristo porta con sé, a quell’amore del regno di Dio, a quella testimonianza religiosa e morale che oltrepassa la sua singola individualità, a quel bisogno di comunicare ad altri il tesoro di verità e di grazia ch’egli possiede, che, con termine ormai diventato comune, chiamiamo apostolato. Anche il laico, a qualsiasi condizione appartenga, è chiamato a questa coscienza, a questa attività. Bisognerà insistere su questo principio, perché da questo in grande parte scaturisce quel rinnovamento, quel progresso, che il Concilio ha voluto apportare alla Chiesa. L’apostolato non è solo un fatto esteriore, sociologico; è un’esigenza spirituale interiore che trae la sua ragion d’essere dal mistero stesso della Chiesa, a cui il cristiano appartiene. Ma come quest’esigenza si esprime e si realizza? Dicevamo altra volta, sulle tracce del Concilio, in due forme fondamentali: individuale l’una, associativa l’altra (cfr. Apost. actuos., n. 15 ss.).

Invitiamo oggi la vostra attenzione a soffermarsi un istante su questa seconda forma dell’apostolato, quella associativa.

OGNI ATTIVITÀ NATURALE SI SVOLGE IN FORMA ASSOCIATIVA

La quale, enunciata con questa semplice qualificazione, solleva ordinariamente negli animi un senso di diffidenza, di ripulsa, e anche talvolta di noia. Essere associati non è cosa che piaccia a tutti. Molti preferiscono rimanere liberi. Mettersi in fila, o in cerchio, con altri per far dell’apostolato facilmente suscita molestia. Se questo poi si fa, o si subisce per uno scopo ideale, nasce facilmente l’impressione che l’ideale diventa prosaico, perde le ali, diventa formalismo, si intristisce in rapporti obbligati, in forme convenzionali, pedanti e pesanti: crea burocrazie, gerarchie, esteriorità spesso punto gradite. L’apostolato associato sembra una rete ingombrante senza spontaneità, né genialità; diventa talora rivolto più al fatto organizzativo, che ai fini essenziali dell’apostolato stesso. Mira al numero, al potere. Non sembra poi che risponda agli umori del nostro tempo. Così si dice. E svolgendo nel loro spirito queste obiezioni, molti, moltissimi forse, rifuggono dal dare il loro nome, la loro adesione a forme di apostolato, sia religioso, che caritativo, o morale, o sociale, e dicono di preferire il bene, che non fa rumore; ma che, in realtà, non porta né spesa, né disciplina, né impegno, né fastidio.

Questa psicologia presenta aspetti degni di rispetto e di considerazione, sia perché rivendica la legittimità dell’apostolato individuale, e sia perché rifugge dai difetti che l’apostolato collettivo può generare.

Ma siamo sinceri. Non è in forma associativa che ogni attività naturale si svolge e si afferma? «L’uomo - ricorda il Concilio - è per natura sua sociale» (ib., n. 18 ). Ma ciò che più conta per noi è il fatto che «l’apostolato associato - sempre il Concilio che parla - corrisponde felicemente alle esigenze umane e cristiane dei fedeli, e al tempo stesso si mostra come segno della comunione e dell’unità della Chiesa in Cristo, il Quale disse: “Dove sono due o tre riuniti nel nome mio, Io sono in mezzo a loro” (Matth. 18, 20). Perciò i fedeli esercitino il loro apostolato in spirito di unità - continua il Concilio -. Siano apostoli tanto nelle proprie comunità familiari, quanto in quelle parrocchiali e diocesane, che sono già esse stesse espressione dell’indole comunitaria dell’apostolato, e in quelle libere istituzioni nelle quali avranno stabilito di unirsi. L’apostolato associato è di grande importanza anche perché, sia nelle comunità della Chiesa, sia nei vari ambienti, spesso richiede d’essere esercitato con azione comune» (ib. n. 18).

I FELICI RISULTATI D’UNA VERA AMICIZIA

Riteniamo che non occorra dire di più su questo punto, perché tutti in fondo sono convinti che per fare dell’apostolato, non puramente occasionale e privato, bisogna aggregarsi ad altre persone di eguali sentimenti. Ecco perché l’amicizia, intesa come forma di fare del bene, può essere apostolato elettissimo; anche perché l’amicizia si fonda su affinità spirituali spontanee, che procurano diletto e fervore, accendono la fantasia e rendono facili i tentativi dell’apostolato, che forse da sé nessuno oserebbe compiere. L’amicizia, come apostolato, Noi la raccomandiamo come metodo, come allenamento e proprio come interpretazione autentica della carità effusiva e doppiamente benefica, a chi la esercita e a chi ne riceve i benefici (cfr. ib. n. 17).

Quante opere buone sono nate così! Le Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli non hanno avuto, ad esempio, questa origine? E quante famiglie religiose sono sorte dallo sviluppo d’un piccolo nucleo di amici! La Compagnia di Gesù, per citare un insigne esempio storico. E quanti Istituti religiosi e secolari moderni hanno analoga origine! Alcune istituzioni, oggi in grande rinomanza e in grande diffusione, non ripetono la loro nascita da piccoli gruppi iniziali, associati nella carità e nel desiderio di servire la causa di Cristo? La loro virtù associativa ha fatto la loro forza e la loro fortuna, ed ha dato all’apostolato cattolico una sorprendente fecondità. Noi li osserviamo con compiacenza, li incoraggiamo e li benediciamo.

INFALLIBILE GUIDA: IL «SENSO DELLA CHIESA»

La molteplicità di queste istituzioni dice quanta libertà d’iniziativa abbia l’apostolato in seno alla Chiesa, e quale ricchezza di scelta sia offerta al fedele volonteroso, che voglia esercitare l’apostolato in forme di suo gradimento e in compagnia di fratelli a lui affini per qualche speciale ragione, di spirito, di gusto, di lingua, di metodo, di personale conoscenza, di esperienza. Questo particolarismo preferenziale porta con sé un pluralismo8 di forme associative, che la Chiesa permette e protegge (cfr. ib. n. 19), non deve tuttavia tradursi in egoismo spirituale, o in orgogliosa emulazione d’un gruppo nel confronto con gli altri gruppi, o con la generalità dei fedeli, ma deve essere illuminato e guidato dal «senso della Chiesa», dallo spirito di amore verso tutti i fratelli, dal dovere dell’unità gerarchica e comunitaria, propria della Chiesa cattolica. La tentazione del suddividere la compagine ecclesiale in partiti, in cenacoli chiusi, in gruppi antagonisti, in sodalizi segreti, in porzioni staccate, è antica quanto il cristianesimo, che sempre è minacciato di alterazione e perfino di dimenticanza e di degenerazione del suo fatto costitutivo: l’associazione cioè nella medesima fede e nella medesima carità. San Paolo non lo scriveva forse ai Corinti fino dai primi anni della Chiesa nascente (anno 57)? «Io vi esorto, fratelli, per il nome del Signor nostro Gesù Cristo... che non siano tra di voi divisioni, ma siate tutti uniti nello stesso modo di pensare e nello stesso sentimento... Ciascuno di voi dice: io sono di Paolo; io sono di Apollo; e io sono di Cefa; ed io - conclude San Paolo - io sono di Cristo» (1 Cor. 1, 10-12).

E questo a voi ricordando tutti di cuore vi benediciamo.

                                       

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