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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 17 aprile 1968
Per virtù del Salvatore anche noi risorgeremo
ALLELUIA! ATTO DI FEDE E DI VITTORIA
Diletti Figli e Figlie,
Noi vi saluteremo con l’esclamazione caratteristica della liturgia pasquale:
Alleluia! che vuol dire: lode a Dio! È un grido religioso, che ci viene da un
antichissimo uso ebraico, registrato nella Sacra Scrittura, e diventato abituale
nel linguaggio liturgico della Chiesa per esprimere la gioia di lodare il
Signore, specialmente nel tempo pasquale. È diventato una acclamazione di
giubilo, che più intende esprimere un vivace sentimento di letizia, che una
parola avente un senso determinato (cfr. S. Agost., In Ps. 99, P.L.
37, 1272); come dicessimo, in linguaggio moderno: evviva! hurrah! hoch!
Ma per noi questo Alleluia! conserva il suo duplice significato
originario: di lode e di gioia, l’una e l’altra riferita al Signore ed erompente
dall’anima piena, ad un tempo, di entusiasmo religioso e di gaudio spirituale. E
Noi, accogliendo oggi la vostra visita, facciamo Nostra l’esultanza commossa
della Chiesa, e vi salutiamo con la sua piissima voce: Alleluia! alleluia! E ciò
facciamo con una duplice intenzione. La prima, di mettervi tutti in comunione di
spirito con l’anima della Chiesa, inebriata dalla celebrazione del mistero
pasquale. Possiamo dimenticare questo avvenimento, che fa a noi ricordare e in
noi rivivere la risurrezione di Cristo? la sua vittoria sulla morte? la sua
promessa, già in via d’iniziazione mediante la virtù e il significato
sacramentale del battesimo, che anche noi un giorno risorgeremo? possiamo
dimenticare che sul fatto prodigioso, reale e soprannaturale insieme, della
risurrezione di Nostro Signore, si fonda la nostra fede, la nostra certezza che
Gesù è il Salvatore del mondo, il nostro impegno a fare della nostra vita una
testimonianza, che appunto cristiana si chiama? Non possiamo dimenticare. Anzi
dobbiamo ricordare, celebrare, inneggiare, perché Cristo è risorto, e perché
dalla sua risurrezione è scaturita la Chiesa, a cui lo Spirito Santo conferirà i
carismi vivificanti di Cristo, da diffondere nella umanità, altrettanto avida di
vivere, di sopravvivere, quanto consapevole della sua mortalità e cieca sul suo
destino ultraterreno. E tutto questo diciamo con un’acclamazione convenzionale:
Alleluia! atto di fede, di fiducia, di gaudio, di vittoria, che in sé riassume
una somma di verità, di pensieri, di sentimenti.
LA SALVEZZA MERITATACI DAL RISORTO GARANZIA DI FELICITÀ
L’altra intenzione, che mette per voi sulle Nostre labbra l’Alleluia
pasquale, è quella di ricordarvi che la vita cristiana non può essere senza
gioia. Se lo svolgimento della vita cristiana comprende altre note, altre
lezioni che quella della gioia (comprende la croce, la rinuncia, la
mortificazione, il pentimento, il dolore, il sacrificio, ecc.), non è però mai
priva d’un conforto, d’una consolazione profonda, d’un gaudio, che non
dovrebbero mai mancare, e non mancano mai quando le nostre anime sono in grazia
di Dio. Quando Dio è con noi possiamo forse essere del tutto tristi? possiamo
essere amari e disperati? No: la gioia di Dio dev’essere sempre, almeno in
fondo, una prerogativa dell’anima cristiana.
Uno scrittore cattolico moderno osserva: «Ho conosciuto giovani di famiglie
cristiane molto ferventi, che dicevano ai loro genitori: “è duro essere
cattolici!”, e la risposta era: “oh, sì! è duro! privazioni dappertutto! è una
religione triste!”». Ci si ricorda la famosa apostrofe di Nietzsche, che
rimproverava ai cristiani di pretendere d’essere dei «salvati, e di averne così
poco il comportamento» (J. Leclercq, Croire en J. C., p. 21).
Sì, noi cristiani dovremmo sentirci non più infelici degli altri, perché
abbiamo accettato di portare il giogo di Cristo: quel giogo, ch’Egli porta con
noi e che perciò Egli definisce: «soave e leggero» (Matth. 11, 30); ma
più felici, appunto perché abbiamo motivi splendidi e sicuri per esserlo. La
salvezza, che Cristo ci ha meritato, e con essa la luce sui più ardui problemi
della nostra esistenza, ci autorizza a guardare ogni cosa con ottimismo.
ATTINGERE SERENA SUPERIORITÀ SPIRITUALE DALLA GIOIA DI CRISTO
Noi siamo in migliori condizioni degli altri, privi della luce evangelica,
per guardare il panorama del mondo e della vita con gioioso stupore e per godere
di quanto l’esistenza ci riserva, anche delle prove di cui essa abbonda, con
riconoscente e sapiente serenità. Il cristiano è fortunato. Il cristiano sa
trovare le ragioni della bontà di Dio in ogni avvenimento, in ogni quadro della
storia e dell’esperienza; ed egli sa che «tutte le cose si risolvono in bene per
coloro che vivono della benevolenza di Dio» (cfr. Rom. 8, 28). Il
cristiano deve dare sempre una testimonianza di superiore sicurezza, che lasci
altri intravedere donde egli attinge tale serena superiorità spirituale: dalla
gioia di Cristo.
Oggi questo atteggiamento di lieto vigore dell’animo si va fortunatamente
diffondendo fra i cristiani moderni; essi sono più disinvolti e più allegri d’un
tempo; e sta bene. Ma così sia ad una condizione che li preservi dal decadere in
un naturalismo gaudente, subito facile a diventare pagano e illusorio; e la
condizione si è che bisogna derivare dalla fede, e non tanto da fortunate
contingenze del benessere temporale, la propria gioia interiore e la propria
esteriore serenità. Cristo è la nostra felicità. Ripetiamo a suo onore e a
nostro conforto: Alleluia!
Con la Nostra Apostolica Benedizione.
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