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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 27 novembre 1968
Arrivare a Dio ansia e meta dell'uomo
COME SI FA A CONOSCERE DIO?
Diletti Figli e Figlie!
Come si fa, come si fa a conoscere Dio? questa è la grande questione che
tormenta lo spirito moderno. È questione antica quanto la storia dell’uomo; ma
oggi è questione diventata tormentosa, perché il progresso della conoscenza
umana ha reso più esigente il bisogno di dare a tale domanda una risposta
soddisfacente rispetto alle abitudini della nostra mentalità, cioè alla nostra
razionalità critica e scientifica e all’impiego conoscitivo della nostra
esperienza sensibile. Ora si verifica il fatto che questo nostro progresso
conoscitivo sembra incontrare, e in pratica incontra, maggiore difficoltà a
giungere a Dio di quanto non incontrasse nel tempo passato, quando la conoscenza
di Dio era ammessa e presupposta normalmente ad ogni forma di pensiero, mentre
oggi la conoscenza di Dio non si pone come principio indiscusso, ma come
conclusione finale del pensiero stesso; e arrivare a tale conclusione è
difficile. Si direbbe che siamo diventati più intelligenti e più istruiti, e al
tempo stesso meno religiosi, cioè meno capaci di arrivare a Dio.
IL VUOTO E LE DESOLANTI CONSEGUENZE DELL'ATEISMO MODERNO
Dovremo rinunciare a tale conquista? L’ateismo contemporaneo risponde:
dobbiamo rinunciare. Questa risposta, che sembra così semplice, produce un vuoto
tale nel pensiero e nella vita dell’uomo da suscitare tanti e tosi gravi
problemi da turbare sia la fiducia nel pensiero stesso, sia il senso positivo
della vita. Quelli che credono di poter fondare un umanesimo sull’ateismo in
realtà diventano profeti d’un nichilismo, che rende dapprima tutto gratuito,
instabile, irrazionale, e che supplisce a queste carenze con nozioni empiriche o
insufficienti, con sistemi arbitrari e violenti, e poi con conclusioni
pessimistiche, rivoluzionarie e disperate. E il grande assente, Iddio, diventa
l’incubo di chi domanda al pensiero la verità. Troviamo nei letterati la
testimonianza: «Dio mi ha tormentato tutta la vita», dice, ad esempio, un
personaggio rappresentativo d’un celebre romanziere russo (Dostoiewski).
IL PIÙ ALTO INVITO ALLA UMANA MEDITAZIONE
Voi sapete che invece la Chiesa non rinuncia alla conquista di Dio. Diciamo:
non nega alla mente umana la capacità di arrivare alla conoscenza di Dio; e
notate: anche con la ragione, sebbene non senza fatica e con tante ombre. La
Chiesa rimane ferma, anche se dovesse rimanere sola (cfr. Newman), nel
rivendicare alla ragione questa suprema possibilità. Bisogna darle onore, almeno
per questa difesa della ragione, quando tanto spesso si accusa la Chiesa
d’oscurantismo, e di fideismo. La fede certamente ci dà di Dio una conoscenza
ben più piena e per sé più facile; ma la fede stessa, afferma la nostra
dottrina, non può prescindere dall’uso retto e forte della ragione. Il Concilio
Vaticano I ha canonizzato, sotto questo aspetto,, la ragione naturale (cfr.
Denz.-Sch. 3015 ss.).
Oh! quale campo sconfinato di studi! (cfr. l’opera tuttora valida di
Garrigou-Lagrange, Dieu, Beauchesne, 1919). Non è certamente in questa
sede che Noi ne varcheremo le soglie! Ci basta qui fare qualche modesta, ma non
forse superflua osservazione. La prima è questa.
Quando noi ci poniamo la questione della conoscenza razionale di Dio
dimentichiamo facilmente che tale questione è duplice; cioè noi ‘possiamo
domandare alla virtù del nostro pensiero di dirci se Dio esiste; e a questa
domanda, il nostro pensiero, se rimane fedele alle sue leggi, risponde: sì, Dio
esiste; e ce ne dà la certezza; ma se noi domandiamo al nostro pensiero di dirci
chi Egli sia, esso diviene molto timido e modesto, al punto di lasciarci
insoddisfatti, e negando ciò che Dio non è e non può essere, e cercando di
sublimare alcune nozioni proprie dell’Essere ci porta, sì, in alto, ma in una
regione dove più è mistero che scienza, più desiderio che possesso. Chi sa
volare, sulle ali della speculazione teologica e della contemplazione mistica,
verso questo mistero, avverte d’appressarsi ad una pienezza spirituale, che
supera le presenti condizioni della nostra vita temporale, e che tocca
l’immortalità (cfr. Sap. 15, 3: «il conoscere Te è radice d’immortalità»;
e Gesù ci dirà: «questa è la vita eterna, che conoscano Te solo vero Dio e Colui
che Tu hai mandato, Gesù Cristo», Io. 17, 3). Nessun maggiore invito è
offerto che questo all’umana meditazione (cfr. Lessius, De perfectionibus
moribusque divinis, Lethielleux, 1912).
USARE BENE DELLA RAGIONE
Ritorna la domanda: come si fa a inoltrarci in sentieri così impervii? Ed
ecco un’altra osservazione, anch’essa elementare, ma capitale: basta usare bene
della ragione («secundum perfectum usum
rationis», dice San Tommaso: II-IIæ, 45,
2). Cioè basta ragionare bene. E questo tutti, anche gli incolti, possono fare;
anzi spesso le anime semplici, i fanciulli, la gente umile, i puri di cuore
specialmente hanno una logica naturale più sana e conclusiva che non coloro che
nello sviluppo della razionalità ne hanno violato, o dimenticato, certe
esigenze. Oggi è proprio quello che succede a molti pensatori, che, contestando
al pensiero certe sue leggi, certi suoi primi ed evidenti principi, non gli
consentono d’oltrepassare i limiti entro i quali Dio non può essere raggiunto.
Una conoscenza mortificata della verità non può comprendere la somma Verità,
ch’è Dio. Qui sarebbe logico accennare alle famose cinque vie, sempre valide se
bene comprese, che la teologia scolastica indicava come quelle che possono
portare il pensiero ad una sicura, se pure oscura, conoscenza di Dio. Ma l’uomo
d’oggi non ne vuole sentir parlare, anche se talora, senza forse accorgersi, in
qualche modo le percorre queste vie, quella specialmente, la quinta, che rivela
l’esistenza della necessità (cfr. Galileo, Dial. giorn. I) d’un ordine,
d’una finalità, d’un pensiero nelle cose (cfr. Danusso); vie che conducono,
oltre l’esperienza scientifica, a riconoscere in esse un’anteriore e interiore
Presenza pensante e creatrice. 0 forse le percorre a ritroso per arrivare alla
scoperta di ciò che manca alle cose, la privazione d’una propria ragione
d’essere, una propria causa sufficiente (cfr. Sartre).
DIO «PRINCIPIO DELL’ESISTENZA RAGIONE DEL
PENSIERO LEGGE DELL’AMORE»
V’è nei moderni, anche benpensanti, giovani specialmente, un diffuso timore
che l’idea di Dio abbia ad oscurarsi e a dissolversi sotto la pressione della
nuova mentalità, originata dal contatto scientifico del mondo e dal senso di
forza e di libertà, che sembra derivare all’uomo sottratto dalla soggezione a
principi assoluti e trascendenti (cfr. J. M. Aubert, Recherche scientifique
et foi chrétienne). Ma questa crisi si può risolvere mediante una
purificazione continua dell’idea stessa di Dio e del suo culto, quando si metta
in rilievo quale veramente deve essere, un’idea sempre crescente, sempre
necessaria, sempre feconda, sempre viva (cfr. Guardini, Le Dieu vivant);
oppure anche quando si vogliano sottoporre a nuove analisi i procedimenti del
nostro pensiero (cfr. B. Varisco, Dall’uomo a Dio, Cedam, Padova, 1939;
De Lubac, Sur les chemins de Dieu, Aubier 1956). E si può risolvere anche
in altro modo, spingendo logicamente il mondo materialista e ateo alle sue
fatali conseguenze, che appellano finalmente a Dio per non cadere in mostruose e
catastrofiche concezioni di pseudo-assoluti e di disumane forme di vita. Questo
grido doloroso e stupito si dovrà levare un giorno verso Dio dal mondo moderno,
fatto padrone delle cose e ad esse pesantemente schiavo; e sarà un giorno
grande, di salute e di poesia, nel quale Dio apparirà quello ch’Egli è per noi,
«principio dell’esistenza, ragione del pensiero, legge dell’amore» (S. Aug.
Contra Faustum, 20, 7; P.L. 42, 372); l’eterno nuovo, il verbo
silenzioso, la presenza invisibile, l’abisso gaudioso, il principio totale,
l’Essere vivo.
Coraggio, Figli carissimi; non è impossibile, non è difficile; con un po’ di
sforzo, da uomini veri, da cristiani umili, pensando lo cerchiamo Iddio, poi
amando lo troviamo. Coraggio, con la Nostra Benedizione Apostolica.
Prima della Esortazione generale, salutando il gruppo dell’Istituto di
Vigilanza «Città di Roma», il Santo Padre dice:
Un paterno saluto rivolgiamo ora ai rappresentanti dell’Istituto di Vigilanza
«Città di Roma» che nel decennale della loro organizzazione sono venuti a
porgerci l’omaggio filiale della loro devozione.
La Nostra parola, diletti figli, vuol essere di sincero compiacimento per
l’opera da voi svolta con tanta dedizione, che merita tutta la stima e la
riconoscenza degli onesti cittadini. I progressi così rilevanti raggiunti in
questo decennio, dal vostro Istituto, confermano eloquentemente l’utilità che il
vostro servizio reca alla tranquillità e alla sicurezza pubblica. Vi esprimiamo
la Nostra viva gratitudine per questo vostro impegno di valore altamente
sociale; e mentre formuliamo voti per il costante sviluppo delle vostre
attività, vi incoraggiamo a proseguire con l’assicurazione della Nostra
benevolenza, con l’aiuto della Nostra preghiera e col pegno della Nostra
Apostolica Benedizione.
L’Azione Cattolica francese nei ceti medi
Chers Fils et Filles,
La visite que fait en ce moment à Rome votre Secrétariat Général de l’A.C.I.
française s’inscrit dans une tradition de fidélité à l’Eglise qui vous conduit
vers le successeur de Pierre et ses collaborateurs, à la fois pour vous «ressourcer»,
- comme l’on dit parfois chez vous - et pour apporter au centre de l’Eglise l’écho
de ce qui se vit dans les Milieux Indépendants de votre Pays.
Ce dialogue entre les apôtres laïcs, leurs aumôniers et la Hiérarchie
Catholique est vital pour l’Eglise où est à l’œuvre l’Esprit-Saint, donné à
tous dans des vocations différentes pour faire grandir le Corps du Christ dans
«la cohésion et l’unité» (Eph. 4, 16).
Votre fidélité à l’Eglise est pour vous la source d’une générosité et d’une
audace apostolique toujours renouvelées, alimentées par l’appel du Concile et
par les innombrables appels qui montent de votre milieu lui-même, de toutes les
personnes qui le composent. Toutes vous sont confiées en effet pour que vous les
aimiez de l’amour que leur portent le Christ et l’Eglise, et pour que vous leur
apportiez l’espérance à laquelle beaucoup aspirent en cette époque de «remise en
question».
Parmi elles, beaucoup de riches, de responsables, de notables, de qui le
Christ veut faire d’authentiques serviteurs du bien commun.
Parmi elles aussi beaucoup de pauvres, de «blessés de la vie» que risque de
faire oublier le mythe de la réussite selon le monde.
Parmi elles enfin beaucoup de «pauvres dans la foi» à qui le Christ peut
apporter sa richesse et sa joie, si parmi eux vivent d’authentiques témoins de
l’Evangile. C’est à tous et à toutes que l’Eglise vous envoie.
Confiant ces intentions à la Vierge de Lourdes, auprès de qui vous tiendrez
l’an prochain votre Congrès National, Nous vous accordons de tout cœur, chers
Fils et Filles, à vous, à vos familles, à votre mouvement tout entier, Notre
paternelle Bénédiction Apostolique.
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