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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 26 marzo 1969

 

Il saldo ed operante di primari elementi religiosi

Diletti Figli e Figlie!

Dopo il Concilio, noi andiamo cercando nei suoi insegnamenti le linee direttive del rinnovamento della vita cristiana. Alcune di queste linee, e sono le principali, riguardano la dottrina, altre, che ora vogliamo sommariamente rintracciare in questi nostri familiari colloqui delle udienze settimanali, riguardano l’azione, la vita pratica, la formazione morale ed ascetica del seguace di Cristo.

RICERCA DI INDIRIZZO SPIRITUALE FORMATIVO

Ora noi ci domandiamo quale sia l’indirizzo spirituale, cioè formativo, interiore, che con più facile evidenza possiamo derivare dai documenti conciliari. Potremmo osservare che il Concilio suppone già in atto l’opera della Chiesa circa la formazione dei suoi membri alla scuola di Cristo (Lumen Gentium, n. 10), circa la comune vocazione alla santità (Lumen Gentium, n. 40 e n. 4l), circa la perfezione da praticare da parte dei Vescovi (Christus Dominus, n. 15) e da cercare da parte dei Religiosi, dando alla vita spirituale il primato che le spetta (Perfectae caritatis, nn. 5, 6, 7); ma non svolge espressamente un suo insegnamento sulla interiorità della religione cattolica. Volendo anzi rilevare complessivamente gli aspetti caratteristici del Concilio circa la spiritualità ch’esso intende promuovere potremmo notare come la sua attenzione sia rivolta non tanto alla formazione religiosa personale e interiore del credente, quanto piuttosto a quella del corpo sociale della Chiesa, e ciò seguendo una triplice linea direttiva: quella liturgica, quella comunitaria, quella sociale. L’anima singola è principalmente considerata nella sua partecipazione alla Liturgia, che è l’azione sacra per eccellenza, pubblica ed ufficiale della Chiesa, e «nessun’altra azione della Chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne eguaglia l’efficacia» (Sacrosanctum Concilium, n. 7), donde il primato della preghiera liturgica; è considerata altresì nel suo inserimento nel Popolo di Dio, nella comunità riunita nella stessa fede e nella medesima carità, perché, dice il Concilio, che «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame fra loro, ma volle costituire di essi un Popolo; che Lo riconoscesse nella verità e fedelmente lo servisse» (Lumen Gentium, n. 9; cfr. BOSSUET, Lettre IVème à une demoiselle de Metz, sur le mystère de l’unité de l'Eglise, 1662; Œuvres, XI, 114 ss.); primato dell’unità salvifica (cfr. S. CIPRIANO, Ep. 69, 6; PL 3, 1142); è considerata infine nella sua adesione alla missione che la Chiesa svolge in mezzo alla società in cui essa vive a contatto col mondo per esservi sacramento di salvezza e annunciatrice del Vangelo: primato dell’azione apostolica (cfr. Gaudium et Spes, n. 93).

LA VITA INTERIORE

Si parla, sì, nei documenti conciliari della persona umana e della personalità cristiana (p. es. Gaudium et Spes, n. 41), della coscienza individuale (ib., nn. 16, l9), della libertà, ecc.: cioè si parla dell’essenza dell’uomo, della sua dignità e dei suoi diritti; ma sembra a chi non ponga mente all’insieme della dottrina conciliare che il grande tema della vita interiore, della religione personale, dell’adorazione, della meditazione, della contemplazione (cfr. tuttavia Perfectae caritatis, nn. 5 e 7; Gaudium et Spes, nn. 56 e 57; ecc.) sia lasciato allo studio e alla pratica della tradizionale e privata iniziativa ecclesiale; donde qualche lamento che la pietà personale esca dal Concilio meno confortata, e che si possa notare in alcuni ambienti e in alcuni momenti un certo decadimento della religiosità interiore nel santuario delle singole anime.

Cospira poi a questo decadimento la diffusione di alcune forme di attività pastorale, per sé legittime, anzi lodevoli, ma che possono indurre, se isolate dal contesto propriamente religioso della fede e della grazia, alla prevalenza dello studio della vita religiosa e morale nei suoi aspetti statistici, sociologici, culturali, ed anche artistici e folcloristici, esteriori cioè e parziali; e cospira non meno, se una vigilanza di ortodossia dottrinale si addormenta, alla diffusione pericolosa, per non dir altro, di certe correnti di pensiero secolarizzato che considerano e ammettono solo un cristianesimo, così detto «orizzontale», filantropico e umanista, prescindendo dal suo essenziale contenuto «verticale», teologico, dogmatico e sostanzialmente religioso.

Noi dovremo perciò fare due cose: dovremo dapprima meglio studiare gli insegnamenti conciliari; e dovremo poi integrarli alla luce di quel patrimonio dottrinale, essenzialmente religioso, mistico, ascetico e morale, che il Concilio non ha per nulla ripudiato, sì bene ha voluto confermare, ampliandolo in un quadro più vasto e più organico, ed ha raccomandato di conservare e di «aggiornare». Tali insegnamenti conciliari infatti contengono alcuni richiami all’importanza di alcuni elementi religiosi, i quali non possono assumere il loro autentico e operante valore, se non nell’interiorità personale dell’uomo. Accenniamo a due fra questi richiami: allo studio della Sacra Scrittura (cfr. Dei Verbum, nn. 7, 25; 8, ss.) e al culto dello Spirito Santo. Quanto la Sacra Scrittura debba interessare la vita personale del cristiano è noto a tutti coloro che avvertono l’onore e lo sviluppo dato alla «Liturgia della parola» (cfr. Sacr. Conc. nn. 33-35): una celebre citazione di San Girolamo è ricordata a questo proposito (Dei Verbum, n. 25): «L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo» (Comm. in Is., Prol.; PL 24, 17); e tutta la Costituzione dogmatica Dei Verbum fa l’apologia della S. Scrittura, come regola suprema della fede (n. 21 ), alla quale «è necessario che i fedeli abbiano largo accesso» (n. 22). Ora, si sa che l’intelligenza e l’assimilazione della Parola di Dio, espressa nella S. Scrittura, esige un atteggiamento religioso personale, nel silenzio interiore, nella meditazione, nell’accoglimento del magistero della Chiesa, nell’esperienza segreta della sua luce e della sua forza spirituale, senza il quale il seme della Parola di Dio resta infecondo e crea per chi l’ascoltò, senza farla propria, una responsabilità e non una salvezza.

LO SPIRITO SANTO E LA GRAZIA

Circa lo Spirito Santo, quale ci è annunciato ed esaltato da tutto il Concilio, lungo sarebbe il discorso. Non dovremmo trascurare di rettificare certe opinioni che alcuni si fanno sopra la sua azione carismatica, quasi che in questa ciascuno potesse arrogarsi di essere favorito per sottrarsi all’obbedienza della autorità gerarchica, quasi che ci si possa appellare ad una Chiesa carismatica in opposizione ad una Chiesa istituzionale e giuridica (cfr. Enc. Mystici Corporis, 1943, n. 62, ss.); e quasi che i carismi dello Spirito Santo, quando sono autentici (cfr. 1 Tess. 5, 19-22; 1 Tim. 1, 18), non siano favori concessi in utilità dalla comunità ecclesiale per l’edificazione del corpo mistico di Cristo (1 Petr. 4, 10), e non siano di preferenza accordati a chi in essa ha funzioni direttive speciali (cfr. 1 Cor. 12, 28), e soggetti all’autorità della gerarchia (cfr. Lumen Gentium, n. 7; e Ap. actuos., n. 3). Ma resta per chi vuole vivere con la Chiesa e della Chiesa il grande mistero della sua animazione per virtù dello Spirito Santo; animazione che il Concilio ha enormemente magnificato, e che obbliga noi a valutarlo là dov’esso è presente ed operante, nella preghiera, nella meditazione, nella considerazione della presenza di Cristo in noi (cfr. Eph. 3, 17), nell’apprezzamento supremo della carità, il grande e primo carisma (1 Cor. 12, 3 1 ), nella gelosa custodia dello stato di grazia. La grazia è la comunione della vita divina in noi: perché se ne parla ora così poco? Perché tanti non sembrano farne caso, più solleciti ad ingannare se stessi sulla liceità d’ogni proibita esperienza e a cancellare in se stessi il senso del peccato, che non a difendere nella propria coscienza la testimonianza interiore del Paraclito (Io. 15, 26)?

A questa spiritualità vi esortiamo, Figli carissimi; non è spiritualità puramente soggettiva, non è preclusiva della sensibilità degli altrui bisogni, non è inibizione alla vita culturale e esteriore in tutte le sue esigenze; è la spiritualità dell’,4more, ch’è Dio, a cui Cristo ci ha iniziati, e che lo Spirito Santo riempie con i suoi sette doni della maturità cristiana. Noi vogliamo invocarli su di voi con la Nostra Benedizione Apostolica.


L’«ECOLE FRANÇAISE DE ROME»

Vos prédécesseurs partageaient dans la joie cette recherche incessante. Vous la vivez peut-être davantage dans une certaine inquiétude. Les récentes découvertes scientifiques, les progrès de la psychologie et de la sociologie bouleversent les données établies, font éclater souvent des cadres traditionnels et risqueraient même, si l’on n’y prenait pas garde, de faire méconnaître l’apport des disciplines auxquelles vous vous consacrez si généreusement. C’est à vous de vaincre ces difficultés en faisant comprendre toujours davantage combien vos recherches sont nécessaires à un monde avide de justice et de vérité. Vous le savez bien, il serait utopique de négliger les tendances nouvelles, il serait également dangereux d’oublier les valeurs que les anciens tenaient en honneur et qu’ils considéraient comme indispensables à l’épanouissement de l’homme.

L’Eglise ne peut que vous soutenir dans votre tâche. De tout temps elle a travaillé pour l’homme, «à sauvegarder l’intégralité de sa personnalité, en qui prédominent les valeurs d’intelligence, de volonté, de conscience et de fraternité, valeurs qui ont toutes leur fondement en Dieu Créateur et qui ont été guéries et élevées d’une manière admirable dans le Christ» (Gaudium et spes, n. 61). Elle vous encourage donc et forme le vœu que votre travail serve à promouvoir une vraie connaissance de l’homme, et une authentique sagesse, conditions d’un humanisme plénier.

                                 

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