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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 2 luglio 1969

«Sine ruga et sine macula»

Diletti Figli e Figlie!

È nostro desiderio di accogliere le grandi parole del Concilio, quelle che ne definiscono lo spirito, e in sintesi dinamica formano la mentalità di quanti, dentro e fuori della Chiesa, al Concilio si riferiscono. Una di queste parole è quella di novità. È una parola semplice, usatissima, molto simpatica agli uomini del nostro tempo. Portata nel campo religioso è meravigliosamente feconda, ma, male intesa, può diventare esplosiva. Ma è parola che ci è stata data come un ordine, come un programma. Anzi ci è stata annunciata come una speranza. È una parola rimbalzata fino a noi dalle pagine della sacra Scrittura: «Ecco (dice il Signore). Io farò cose nuove»; è il Profeta Isaia che così parla; a lui fa eco S. Paolo (2 Cor. 5, 17), e poi l’Apocalisse: «Ecco ch’io faccio nuove tutte le cose» (21, 5). E Gesù, il Maestro, non è Lui stesso un innovatore? «Voi avete udito ciò ch’è stato detto agli antichi . . . Ma io vi dico . .» (Matth. 5), Egli ripete nel discorso della montagna. Il battesimo, cioè l’inizio della vita cristiana, non è anch’esso una rigenerazione? «Noi dobbiamo camminare in novità di vita» (Rom. 6, 4). E così tutta la tradizione del cristianesimo, teso verso la sua perfezione; essa riprende continuamente il concetto di novità, quando parla di conversione, di riforma, di ‘ascetica, di perfezione. Il cristianesimo è come un albero, sempre in primavera, in via di nuovi fiori, nuovi frutti; è una concezione dinamica, è una vitalità inesausta, è una bellezza.

UNO SPIRITO NUOVO

E il Concilio ci si è presentato proprio così. Due termini lo hanno qualificato; rinnovamento (cfr. Lumen Gentium, n. 8 in fine; Optatam totius, introd.), e aggiornamento; termine questo, a cui Papa Giovanni ha dato libero corso, ed è entrato ormai nel linguaggio corrente, e non solo in Italia (cfr. A.A.S., 1963, p. 750); due termini che parlano di novità; l’uno riferendosi piuttosto al campo interiore, spirituale; l’altro a quello esteriore, canonico, istituzionale.

A noi preme moltissimo che questo «spirito di rinnovamento» (è così che si esprime il Concilio: Optatam totius, in fine) sia da tutti compreso e tenuto vivo. Esso risponde all’aspetto saliente del nostro tempo, ch’è tutto in rapida ed enorme trasformazione, cioè in via di produrre novità in ogni settore della vita moderna. Sorge infatti spontaneo nella mente il confronto: tutto il mondo si cambia e la religione no? non si produce fra la realtà della vita e il cristianesimo, quello cattolico specialmente, una difformità, un distacco, un’incomprensione reciproca, una mutua ostilità, l’una corre, l’altro sta fermo: come possono andare d’accordo? come può pretendere il cristianesimo d'influire oggi sulla vita? Ed ecco la ragione delle riforme intraprese dalla Chiesa, specialmente dopo il Concilio; ecco l’Episcopato intento a promuovere il rinnovamento corrispondente ai bisogni presenti (cfr. messaggio dell’Episcopato Trentino e Altoatesino al Clero, 1967); ecco gli Ordini Religiosi pronti a riformare i loro Statuti; ecco il Laicato cattolico qualificarsi e articolarsi agli ordinamenti ecclesiali; ecco la riforma liturgica, da cui tutti conoscono l’estensione e l’importanza; ecco l’educazione cristiana riesaminare i metodi della sua pedagogia; ecco tutta la legislazione canonica in via di revisione rinnovatrice. E quante altre consolanti e promettenti novità germogliano nella Chiesa per attestarne la vitalità nuova, che anche in questi anni tanto scabrosi per la religione dimostra l’animazione continua dello Spirito Santo! Lo sviluppo dell’ecumenismo, guidato dalla fede e dalla carità, basta da solo a segnare un progresso quasi imprevedibile nella via e nella vita della Chiesa. La speranza, ch’è lo sguardo della Chiesa verso l’avvenire, riempie il suo cuore, e dice com’esso palpiti in nuova ed amorosa attesa. La Chiesa non è vecchia, è antica; il tempo non la piega, e, se essa è fedele ai principi intrinseci ed estrinseci della sua misteriosa esistenza, la ringiovanisce. Essa non teme il nuovo; ne vive. Come un albero dalla sicura e feconda radice, essa trae da sé ad ogni ciclo storico la sua primavera.

Forse voi ricorderete ciò che il Card. Suhard, Arcivescovo di Parigi, scriveva nel 1947 in una sua lettera pastorale, rimasta famosa «Esser ou déclin de l’Eglise»: «La guerra non è un intermezzo, ma un epilogo . . . L’era che s’inaugura dopo di essa prende figura d’un prologo . .». Non diversamente possiamo dire del Concilio. Il Concilio ha segnato l’apertura d’un prossimo ciclo. Ora nessuno può negare che questo ciclo manchi di caratteri nuovi, come dicevamo. Ma qui l’esame delle novità ci obbliga a domandarci se tutti i fenomeni nuovi post-conciliari sono buoni.

Noi potremmo limitarci ad invitare il nostro buon giudizio a tentare questo esame. V’è chi ha osservato che la novità non sempre tende al meglio. Per sé la novità significa cambiamento. Il cambiamento dev’essere giudicato non tanto per sé, quanto per il suo contenuto, per la sua finalità. Il nuovo oggi ci porta ad un cristianesimo davvero migliore? quali criteri possono aiutarci a giudicare della bontà di ciò ch’è nuovo nella vita della Chiesa? v’è chi osserva fenomeni non di progresso nuovo, ma di decadenza nuova; v’è chi parla non di evoluzione, ma di rivoluzione, non di incremento, ma di decomposizione.

RITORNO ALLA SORGENTE

La questione del «nuovo» nella vita cattolica è estremamente complessa. Limitiamoci ad un solo rilievo, che è questo: il nuovo non può essere nella Chiesa prodotto da una rottura con la tradizione. La mentalità rivoluzionaria è parecchio entrata anche nella mentalità di tanti cristiani, di buoni cristiani. La rottura a noi concessa è quella della conversione, la rottura col peccato, non col patrimonio di fede e di vita, di cui siamo eredi responsabili e fortunati. Le innovazioni necessarie ed opportune, alle quali dobbiamo aspirare, non possono venire da un distacco arbitrario dalla viva radice, che ci ha trasmesso Cristo dal momento in cui è apparso nel mondo ed ha fatto della Chiesa «segno e strumento» della validità della nostra unione con Dio (Lumen Gentium, n. 1). Anzi la novità per noi consiste essenzialmente, di solito, proprio in un ritorno alla tradizione genuina e alla sua sorgente, ch’è il Vangelo. «Il rinnovamento della vita religiosa . . . comporta . . . il continuo ritorno alle fonti, insegna il Concilio (Perf. carit., n. 2); e ciò che esso insegna per i Religiosi vale in genere per tutto il Popolo di Dio. Chi sostituisce la propria esperienza spirituale, il proprio sentimento di fede soggettiva, la propria personale interpretazione della Parola di Dio produce certamente una novità, ma è una rovina. Così chi disprezza la storia della Chiesa, in ciò che ha di ministero carismatico per la tutela e la trasmissione della dottrina e del costume cristiano, può creare novità attraenti, ma che difettano di virtù vitale e salvifica: la nostra religione, che è la verità, che è la realtà divina nella storia dell’uomo, non si inventa, e nemmeno, propriamente parlando, si scopre; la si riceve, e per antica che sia è sempre viva, sempre nuova; perenne cioè, e sempre atta a fiorire in nuove e genuine espressioni. «È chiaro, dice il Concilio, che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere» (Dei Verbum, n. 10).

NON IMMOBILISMO MA STABILE PRIMAVERA

Questo, dirà forse qualche impaziente contestatore, è immobilismo; questa è la sclerosi che cristallizza il cristianesimo in formole rigide e superate; noi vogliamo un cristianesimo vivo. Sì, un cristianesimo vivo; e lo vogliamo noi pure, e più di tutti. E qui non vi faremo la lezione, sarebbe troppo lunga, circa i metodi, mediante i quali si può vivificare, e risuscitare se occorre, il nostro cristianesimo; indichiamo solo alcuni paragrafi di questa operazione, che può essere piccola ed umile, ovvero clamorosa e gigantesca. Ecco: il primo rinnovamento, ricordiamolo bene, è interiore, è personale (cfr. Lumen Gentium, nn. 7-15; Unit. redint., nn. 4-7-8). «Rinnovatevi nello spirito della vostra mente», raccomanda San Paolo (Eph. 4, 23): questa è la vera, la prima, la nostra novità cristiana; tutti e ciascuno vi dobbiamo tendere. Poi, se vi piace riflettervi, la novità nella vita cristiana, e nella Chiesa, può avvenire per purificazione, operazione questa in corso, anzi sempre in corso; per approfondimento: chi può dire di aver tutto capito, tutto valorizzato nel tesoro di parola, di grazia, di mistero, che portiamo con noi? quanto può crescere ancora il cristianesimo per questa via! E poi per applicazione: non si tratta tanto di inventare un cristianesimo nuovo per i tempi nuovi, quanto di dare al cristianesimo autentico i riferimenti nuovi, di cui esso è capace e di cui noi abbiamo bisogno. Non vi pare? A voi la Nostra Benedizione Apostolica.


LE CUSTODI DELLA VITA UMANA

La nostra parola di paterno saluto si rivolge ora ad un folto L gruppo di associate alla Federazione Nazionale dei Collegi, delle Ostetriche, venute a Roma per celebrare, con fede e pietà, la Festa della Visitazione di Maria Santissima, loro celeste protettrice. Vogliamo in questo momento ricordarvi i gravi doveri affidati a voi da Dio, dalla società civile e, in modo particolare, dalle famiglie, doveri che promanano dai principi affermati solennemente dal Concilio Vaticano II, quando ha proclamato che «Dio, autore della vita, ha affidato agli uomini l’altissima missione di proteggere la vita: missione che deve essere adempiuta in modo umano; perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura» (Cost. Past. Gaudium et spes, n. 51). E quei principi sono stati, come sapete, da Noi ribaditi nella Enciclica Humanae Vitae, allo scopo di difendere la dignità della persona umana.

Siete quindi le custodi della vita umana, la quale si rinnova nel mondo, portandovi, col sorriso di un bimbo, la gioia (cfr. Io. 16, 21) e la speranza di un futuro migliore.

La Chiesa ha sempre seguito e segue con materno interessamento e trepidazione i problemi umani e morali implicati nella vostra attività professionale (cfr. PIO XII, Alloc. Conventui Unionis Italicae inter Obstetrices, A.A.S. 43 [1951] pp. 835-854; PAOLO VI, Alloc. ad Conventum Societatis Italicae de Obstetricia, deque Gynecologia, A.A.S. 58 [1966] pp. 1166-1170); e Noi stessi Ci rivolgiamo anche a voi, quando trattando il problema della natalità, manifestiamo la Nostra altissima stima a tutti quei membri del personale sanitario, ai quali, nell’esercizio della loro professione, più di ogni interesse umano, stanno a cuore le superiori esigenze della vocazione cristiana (cfr. PAOLO VI, Lett. Enc. Humanae Vitae, n. 27, A.A.S. 60 [1968] p. 500).

Questa vocazione cristiana comporta in voi, oltre che una seria competenza, profondo spirito di sacrificio, serena comprensione, costante pazienza, ferma fortezza, tenerezza materna, in breve, donazione e carità. Quelle virtù che l’Evangelista San Luca ha messo in risalto, con pochi tratti, nella Vergine Santissima, la quale, conoscendo la particolare situazione della parente Elisabetta, «si mise in viaggio, in tutta fretta, per la montagna, verso una città della Giudea» (cfr. Luc. 1, 39). Mentre vi presentiamo Maria, come sicura protettrice, ma anche come incomparabile modello, invochiamo dal Signore i copiosi doni della sua benevolenza sulla vostra attività, e vi impartiamo la Nostra confortatrice Apostolica Benedizione.

                                                                                        

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