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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 26 agosto 1970
Fondamentale per la vita dell'uomo la ricerca della presenza di Dio
Parliamo ancora di Dio, con la semplicità dovuta a questo colloquio; e ci
domandiamo: non sarebbe il caso di metterci, o di rimetterci alla sua ricerca?
alla ricerca di Dio? Noi lo dobbiamo per questo primo motivo: perché noi
crediamo in Dio. Basta forse questa fondamentale affermazione: «Io credo in Dio»
per placare il nostro spirito, e per non occuparci più della grande
verità-chiave di tutto il nostro pensiero, di tutta la nostra vita? Basta questo
atto supremo della nostra ragione questo atto iniziale della nostra religione
per ritenerci esonerati dalle conseguenze che esso comporta, e prima fra tutte
quella di metterci coscientemente alla ricerca approfondita e quindi alla
presenza di questa suprema Realtà, ch’è Dio? «alla presenza», qui, equivale
avvertire, in qualche modo, la sua Infinità, la sua Totalità, la sua Alterità,
la sua trascendenza e la sua immanenza, il suo mistero, il suo Essere assoluto e
necessario, la sua Vita personalissima e beatissima? cioè sperimentare la
tensione, in cui questo atto di ragione e di fede ci pone, la tensione, l’ansia,
la gioia di proclamare, di celebrare, di adorare Lui, nostro Principio, Lui,
nostro Fine; una tensione che ci attrae, perché Lui è, per Chi Lui è, e che
insieme tenta di distrarci e tirarci via, per la nostra sproporzione
incalcolabile, e per la nostra inguaribile indegnità? (Cfr. Luc. 5, 8;
Gen. 18, 27) e che faremo quando sapremo che dobbiamo chiamare Dio nostro
Padre, la Bontà somma, in Sé e per noi? potremo mai essere inerti e tiepidi, o
non sentiremo il dovere di cercarlo, di cercarlo con quell’impegno, che si
chiama amore? L’amore è «studio», l’amore è ricerca. La Bibbia è piena di questo
imperativo invito: «Cercate il Signore e la sua potenza, cercate sempre la sua
faccia» (1 Par. 16, 11).
E dobbiamo cercare Iddio anche per un altro motivo: perché oggi gli uomini
tendono a non cercarlo più. Tutto si cerca; ma non Dio. Anzi si nota quasi il
proposito di escluderlo, di cancellare il suo nome e la sua memoria da ogni
manifestazione della vita, dal pensiero, dalla scienza, dall’attività, dalla
società; tutto dev’essere laicizzato, non solo per assegnare al sapere e
all’azione dell’uomo il campo loro proprio, governato da loro specifici
principii, ma per rivendicare all’uomo un’autonomia assoluta, una sufficienza
paga dei soli limiti umani, e fiera d’una libertà resa cieca d’ogni principio
obbligante, orientatore. Tutto si cerca, ma non Dio, Dio è morto, si dice; non
ce ne occupiamo più! Ma Dio non è morto; è perduto; perduto per tanti uomini del
nostro tempo. Non varrebbe la pena di cercarlo? Tutto si cerca: le cose
nuove e le cose vecchie; le cose difficili e le cose inutili; le cose buone e
quelle cattive, tutto. La ricerca, si può dire, definisce la vita moderna.
Perché non cercare Dio? Non è Egli un «Valore», che merita la nostra ricerca?
Non è forse una Realtà, che esige una conoscenza migliore di quella puramente
nominale di uso corrente? migliore di quella superstiziosa e fantastica di certe
forme religiose, che appunto dobbiamo o respingere perché false, o purificare
perché imperfette? migliore di quella che pensa d’essere già abbastanza
informata, e dimentica che Dio è ineffabile, che Dio è mistero? e che conoscere
Dio è per noi ragione di vita, di vita eterna? (Cfr. Io. 17, 3) Non è
forse Dio un «problema», se piace chiamarlo così, che c’interessa da vicino? il
nostro pensiero? la nostra coscienza? il nostro destino? E se fosse inevitabile,
un giorno, un nostro personale incontro con Lui? Ancora: e se Egli fosse
nascosto, per un interessantissimo gioco a noi decisivo, proprio perché noi lo
abbiamo a cercare? (Cfr. Is. 45. 19) Anzi, sentite: se fosse Lui, Dio,
Dio stesso, in cerca di noi? non è questo il misterioso e sovrano disegno della
storia della nostra salvezza? quaerens me sedisti lassus. (Cfr.
Dei Verbum, 2).
Dobbiamo tutti rimetterci alla ricerca di Dio. Questione immensa. Come
fare? da quale punto partire? Per fortuna, in questa spirituale impresa, non
siamo soli. Una letteratura vastissima e secolare ci precede: leggete, ad
esempio, i Soliloqui di S. Agostino, o l’Itinerario della mente a Dio
di S. Bonaventura. Una bibliografia moderna, a tutti i livelli, è a nostra
disposizione: sappiate scegliere. Opere di teologia, fiorente di sicura dottrina
e di contemporanea esperienza, sono aperte davanti ai volonterosi, e offrono
validi aiuti. Ma perché ciascuno non potrebbe osare qualche passo anche da
sé? Ciascuno, ad esempio, può osservare la realtà del fenomeno areligioso, o
antireligioso del nostro mondo; lo può rilevare nell’ambiente in cui vive, nella
società che ci circonda, nelle forme di attività, a cui partecipa; e può
domandarsi quali siano le cause della decadenza religiosa dei nostri tempi:
perché Dio è assente? Perché la fede subisce un’eclissi? Basterà il porsi
simile domanda per accorgersi che la risposta riguarda generalmente la
condizione esistenziale delle persone osservate; la causa non tocca di solito la
fede in se stessa, ma lo stato d’animo, la mentalità, la formazione ambientale
della vita dell’uomo. L’uomo è cambiato, non il rapporto religioso, non la
religione nel suo contenuto; l’occhio umano oggi non vede, anche se la luce è
quella di prima. Cioè le condizioni soggettive non sono più favorevoli al
pensiero di Dio, alla fede, alla preghiera.
E questo perché? Oh, la difficile questione! Ma una risposta sommaria la
possiamo dare: per i cambiamenti della vita moderna; e ciò che ci stupisce è
notare che questi cambiamenti sono in generale quelli che possiamo chiamare
progresso, sia riguardo alla cultura della gente, sia riguardo allo sviluppo
della società. L’uomo adulto, si dice, non ha più bisogno di Dio. La religione
sarebbe un fenomeno infantile. Come mai questo risultato religiosamente
negativo, derivante dalla evoluzione positiva dell’uomo moderno? Indichiamo,
solo per avviare, non per risolvere, questa diagnosi, due fattori: l’uso
dell’intelligenza, e la polarizzazione della volontà: l’intelligenza s’è
appassionata al sapere scientifico, cioè quello soggetto all’esperienza
razionale; e in ciò tutto bene, se questa educazione mentale non si fosse
fermata a questo grado di conoscenza e non avesse rifiutato di salire più su,
dalla conoscenza fenomenica, sensibile e calcolabile delle cose alla conoscenza
dell’essere delle cose, a quella che chiamiamo metafisica, e che è la base per
accedere alla sfera religiosa.
La volontà poi è stata rivolta massimamente ai problemi pratici ed economici;
la sfera, che chiamiamo terrena, e che quando è cercata dall’uomo con interesse
prevalente, o esclusivo, gli impedisce l’accesso alla sfera dei beni superiori,
che chiamiamo celesti. È questo duplice contenimento dell’uomo, che lo ha
staccato dalla pur naturale tendenza alla levitazione religiosa. Il problema non
tocca la realtà delle cose e dell’uomo, non è ontologico, ma si fa psicologico e
pedagogico. Come si può ricercare Dio in queste condizioni. Sarebbe temerario
rispondere in parole, così brevi e fuggevoli come queste, a problema di tanta
ampiezza e complessità. Ma indichiamo una via, non unica, né risolutiva, ma
indicativa e iniziale: cominciamo a suscitare (ecco l’apostolato odierno) il
desiderio dell’uomo vero e completo, dell’umanesimo pieno e autentico; questo
contiene un connaturale superamento della statura unidimensionale, cioè
materialista e positivista, dell’uomo, e risuscita in lui un vigiliare senso
di Dio, un interesse, una speranza, che davvero, se il Maestro viene
incontro, risolve non solo in ricerca, ma in iniziale conquista divina,
l’avventura esistenziale dell’uomo moderno. E sarà bellissimo. E come suscitare?
con l’amore, con la carità. La carità è metodo, è propedeutica alla verità.
Troppo lungo spiegare. Pensateci e pregate. Con la Nostra Benedizione Apostolica
Le scienze dell’educazione
Siamo lieti ora di rivolgere il Nostro saluto alle allieve dell’Istituto
Internazionale di Scienze dell’Educazione, con sede a Castelgandolfo, le quali
anche quest’anno sono venute a porgerci la testimonianza del loro affetto e
della loro devozione. Vi ringraziamo di cuore, figlie carissime, di questa
vostra delicata attenzione. Il vedere voi, qui presenti, e nello stesso tempo
pensare al gran numero di ex-allieve del vostro Istituto che in tante parti del
mondo svolgono alti compiti educativi, e talora in posti di grande
responsabilità, ci riempie l’animo di profonda gratitudine al Signore, nonché di
stima e di augurio per quanto il vostro Istituto ha fatto e fa per
l’applicazione degli insegnamenti della Chiesa nel campo dell’educazione e per
una «presenza pubblica, costante ed universale del pensiero cristiano in tutto
lo sforzo dedicato a promuovere la cultura superiore» (Gravissimum
educationis, 10). Su tutte voi discenda sempre più abbondante
l’effusione dello Spirito del Signore; e in pegno dei suoi doni vi impartiamo la
Nostra Apostolica Benedizione.
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