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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 2 settembre 1970
Ampia e meravigliosa la conoscenza di Dio
Noi insistiamo sul tema della ricerca di Dio. Non è per evadere ai problemi
gravi e incalzanti del momento storico presente, ai quali la nostra attenzione è
parimente e assiduamente rivolta, in altra sede e in altro modo; ma perché
pensiamo che la questione della nostra mentalità circa la religione è sempre
prioritaria, non solo in se stessa, per le realtà somme a cui si riferisce: Dio
e l’uomo, ma altresì per le conseguenze teoriche e pratiche, che dipendono da
questa prima questione: essa è il punto di sospensione di tutto il sistema
ideologico umano; e siccome oggi negarla è di moda, trascurarla è abitudine,
ignorarla (con tanto accanito odierno secolarismo) è quasi d’obbligo, quasi
difesa d’una conquistata emancipazione, noi crediamo doveroso e interessante
farne parola, ancora, ancora una volta: dobbiamo ricercare Dio. È strana pretesa
di tanta gente sentenziare su questo nome sommo e misterioso di Dio, come se ne
conoscessero il vero significato - vuoto, falso, dubbio, immenso, impreteribile,
che sia - senza mai averlo onestamente cercato, coscienziosamente studiato: qual
è la scienza, di cui oseremmo parlare, senza prima averla studiata, o almeno
ammessa sulla parola di una testimonianza competente? La ricerca di Dio! La
nostra intenzione sarebbe apostolica; cioè vorrebbe riferirsi alle condizioni
spirituali dell’opinione pubblica, al modo comune di pensare della gente, degli
uomini d’oggi; ma ci vediamo obbligati, per rigore di metodo, di sostare su gli
aspetti personali che la ricerca di Dio presenta, non certo per farne qui
un’esposizione accurata, ma solo per indicarne alcuni, a scopo di stimolo a
qualche utile riflessione. Domandiamoci dunque : come si cerca Dio? La
domanda dà le vertigini. Ma facciamo subito uno sforzo per metterci calmi, cioè
per disporre il nostro spirito all’impiego ordinato ed efficiente delle proprie
facoltà, per sperimentare la loro capacità a questo atto estremamente
impegnativo della ricerca di Dio.
Dio non è evidente. Se credessimo che lo fosse per noi, con l’uso
superficiale e intuitivo delle nostre facoltà conoscitive, ci illuderemmo,
Questo spiega perché molti, moltissimi non credono in Lui. Le condizioni mentali
dell’uomo moderno non sono abitualmente predisposte né ad una cosciente ricerca,
né a quella conoscenza di Dio, ch’è a noi possibile. Abbiamo troppi elementi
sensibili, figurativi, immaginativi, fantastici, rappresentativi nel nostro
cervello per superare questa sfera di esperienza facile, piacevole, farraginosa
e per cercare al di là e al di sopra di essa. Quando facciamo questo tentativo
di chiederci la ragione, il significato, il valore di questa multiforme e comoda
esperienza, siamo subito sopraffatti da una babele di idee e di nomi; la
razionalità filosofica è così ricca e così confusa, che per molti oggi si
contenta di ordinare storicamente le espressioni del pensiero umano, di
collegarle, al più, con un filo di processo mentale; la storia del pensiero
supplisce alla valutazione razionale e reale del pensiero stesso. E se poi
invece impegniamo il pensiero nella esplorazione di ciò che chiamiamo reale, ci
fermiamo, con senso giustificato di successo, alla razionalità scientifica: la
scienza ci dà un duplice dominio, quello d’una conoscenza sicura delle cose, e
quello del loro uso pratico, tecnico, economico: grande conquista, ma non
sufficiente all’insaziabile aspirazione della ragione, la quale vuole sapere di
più: non le basta sapere come sono le cose, vorrebbe sapere il loro perché. E
allora arriviamo a questa prima conclusione, a cui, pensiamo, nessuno dovrebbe
opporsi: diamo alla ragione la sua linea, il suo movimento naturale, la sua
forza, la sua sanità, la sua funzione piena e superiore; ed essa ci porterà a
quella conoscenza riflessa di Dio, della quale parla S. Paolo: dalle cose
visibili si può avere una certa, ma sicura conoscenza dell’invisibile Iddio
(Rom. 1. 20); come ce ne dà conferma il Concilio Vaticano I, che rivendica
appunto alla ragione umana la capacità di conoscere qualche cosa di Dio mediante
la conoscenza delle cose create (DENZ.-SCH., 3004).
In altri termini: bisogna usare bene della ragione, bisogna restituirle un
funzionamento logico davvero normale ed efficace, bisogna restituirle fiducia.
Non dobbiamo abusare capricciosamente di questo dono, di questo occhio fatto per
conquistare la verità. La ragione ha una funzione insostituibile nella
religione. Essa vi ha un posto d’onore, un impiego di alto grado. Come uomini,
dobbiamo esserne fieri; come religiosi, guardinghi e umili: la ragione è uno
strumento preziosissimo e delicato, ma valido e potente, sempre progrediente.
Dice bene il P. De Lubac: «Che l’uomo, dunque, abbia l’audacia della propria
ragione! . . . Quali si siano i meandri percorsi dal suo pensiero, sappia egli
alla fine risalire alla Sorgente, sappia raggiungere il punto focale!» (Sur
les chemins de Dieu, p. 15). Dove arriverà la nostra ricerca, condotta
con la pura ragione naturale? Arriverà sì, ad una altissima quota, oltre la
linea dell’agnosticismo; ma il traguardo sarà piuttosto un desiderio, che un
soddisfacimento. Il suo sforzo sarà piuttosto un tentativo, che una conquista.
Si tradurrà in un’espressione ben nota nelle scuole di religione: intellectus
quaerens fidem, l’intelletto cerca la fede, cioè una conoscenza, che gli sia
concessa per rivelazione. Entriamo nell’ordine gratuito del soprannaturale. «Se
Dio non si fa maestro, nessuno può conoscere Dio . . . Era impossibile senza Dio
imparare Dio; mediante il suo Verbo Egli insegna agli uomini a conoscere Dio»,
così S. Ireneo († 200) (Adv. Haer., IV, 6, 4; 5, 1; PG 7, 988),
ricordando le parole di Cristo: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e
colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo» (Matth. 11, 27); «Dio
nessuno lo vide mai; il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Egli lo
manifesterà» (Io. 1, 18). S. Tommaso apre la sua Somma Teologica
affermando ch’«era necessario per la salvezza umana una certa dottrina secondo
una rivelazione divina oltre le scienze naturali esplorate dalla ragione umana».
Cristo è il Maestro, il rivelatore, la luce: «Se rimarrete nella mia parola,
Egli disse, sarete veramente miei discepoli, e conoscerete la verità; e la
verità vi libererà» (Io. 8, 31-32).
Di qui la fede, e di qui un successivo ripensamento, un atto riflesso della
ragione sopra questa nuova e superiore scienza di Dio; ecco la teologia:
fides quaerens intellectum, secondo la celebre espressione di S. Anselmo
d’Aosta, Arcivescovo di Canterbury († 1109). La fede ha bisogno del servizio
della ragione; essa non la soffoca, come spesso si dice; non la sostituisce (Cfr.
DENZ-SCH., 2751; 2756; 2813); ma la associa all’accettazione della Parola di
Dio, la innalza e la impegna alla più ardua ed esaltante fatica: ascoltare, per
quanto è possibile, capire, esplorare ed esprimere la rivelazione, come lume,
come principio logico e dialettico della più profonda e più vitale razionalità:
credo ut intelligam. L’intelligenza è assunta al suo supremo cimento,
agevolata dal concorso di tutto l’uomo, delle sue virtù morali che rendono
possibile passare dalla fase speculativa del pensiero a quella vitale; fare
della verità divina un principio di vita umano-divina. Non intratur in
veritatem, nisi per caritatem, non si entra nella verità se non con la
carità, scrive S. Agostino (Contra Faustum, 41, 32, 18; PL 42, 507).
Vedete, Figli carissimi, come la ricerca di Dio si fa ampia e meravigliosa, e
come essa non trascina i nostri passi in speculazioni vane ed astruse, ma
interpreta, esercita e magnifica le più profonde e più autentiche aspirazioni
del nostro spirito. E nessuno vi è escluso. I piccoli sono in prima fila a
questa scuola di Dio (Cfr. Matth. 11. 25). Con la Nostra Apostolica
Benedizione.
Con vivo piacere accogliamo stamane anche un gruppo di studentesse
universitarie, proveniente da varie Nazioni, attualmente ospiti in Roma della
Fondazione RUI. Con animo grato salutiamo queste Nostre figlie carissime, e
cogliamo l’occasione per attestare loro il Nostro affetto e la Nostra stima.
Sappiamo che la vostra permanenza in Roma ha come scopo la frequenza di corsi
sull’arte italiana attraverso i secoli, con particolare riferimento a quei
valori umani e spirituali che l’arte italiana ha saputo così bene sintetizzare.
Vi esprimiamo il Nostro compiacimento, e insieme vi auguriamo di sapere
valorizzare questa vostra preziosa esperienza non soltanto per la vostra
cultura, ma anche per una vostra più completa formazione spirituale. A tale
scopo impartiamo di cuore la Nostra propiziatrice Apostolica Benedizione, che
estendiamo a tutti i vostri cari.
We are happy to welcome a group o visitors from Japan, pupils of the
Institute of the Sisters of Saint Dominic in Tokyo. Me hope that they will take
home happy memories of their visit. We pray for them, and extend to them, their
loved ones and their teachers, Our very best wishes.
Un saludo de bienvenida y de gratitud por su deferente visita al grupo de
jóvenes venezolanas. Amadísimas hijas : Deseamos ardientemente que este
vuestro encuentro con el Vicario de Cristo os haga sentir con mayor intensidad
la dimensión católica y misionera de la Iglesia. Aprovechad todas las gratias
del Señor para que vuestra vida sea fecunda en frutos del espíritu. Vuestras
familias, el mundo, la Iglesia cuenta con vuestros ideales siempre jóvenes y
renovadores, con vuestra fe fuerte y decidida, con vuestro corazón entregado,
caritativo. Nuestra Bendición para vosotras, para vuestros seres queridos y para
Venezuela entera.
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