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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 13 gennaio 1971
Un cristiano che ascenda
Il nostro discorso, un discorso molto breve e molto semplice, si rivolge ora
ai cristiani, a coloro cioè che non rifiutano questa qualifica, anzi la
rivendicano come una nota essenziale della loro personalità e della loro
cultura. Ma in questa moltitudine amorfa di cristiani possiamo notare, grosso
modo, due grandi correnti che camminano in direzione contraria: una che tende a
diluire il significato di questo nome; lo rende quanto meno aderente possibile
alla propria vita personale, lo svuota (oggi si dice: lo demitizza) quanto può
del suo contenuto originario, religioso e teologico, ne conserva soltanto alcuni
aspetti, divenuti ormai elementi del costume civile, ne accoglie alcuni valori
generali ed utili per la definizione, lo sviluppo, il vantaggio dell’uomo come
tale, quali la dignità, la interiorità, la libertà, la socialità, la speranza,
ecc.; cioè si contenta d’un cristianesimo nobile e umano, se volete, ma vago e
disponibile ad ogni personale e occasionale interpretazione. È stato detto:
tutti siamo cristiani; ma potremmo aggiungere: ciascuno a suo modo.
IMPEGNO FONDAMENTALE
L’altra corrente invece tende a riconoscere al nome cristiano un riferimento
impegnativo a realtà assai importanti: una dottrina, una forma di vita, una
religione, una appartenenza alla Chiesa, un mistero di comunione con Dio, e
finalmente una relazione personale di fede, di speranza, di amore con Cristo,
col Cristo storico dei Vangeli, col Cristo Salvatore, di cui la Chiesa
custodisce e dispensa la parola e la grazia, col Cristo pasquale che associa
ogni autentico fedele alla palingenesi della sua redenzione, col Cristo celeste,
vivo, presente e invisibile, che pende sui destini d’ogni uomo e dell’umanità, e
che un giorno, quello della conflagrazione finale della storia, verrà. Cioè
oggi, come sempre del resto, i cristiani camminano sopra un piano inclinato:
verso un cristianesimo in discesa, nominale ed evanescente, da un lato; e verso
un cristianesimo che sale, dall’altro, verso il Cristo vivo, personale, reale.
Noi naturalmente vogliamo inserirci in questa seconda corrente, anche se più
ardua, ma più vera: verso Gesù Cristo, Nostro Signore, vivente e vero, Colui
ch’è necessario e sufficiente a dare pieno e genuino significato alla nostra
esistenza, e Colui che tanto più si dimostra indispensabile e incombente per il
nostro mondo moderno quanto più questo cerca di dimenticarlo, di escluderlo, di
vanificarlo.
L’IMMAGINE DI CRISTO
E allora sorge in noi, seguaci in spirito di sincerità e di coerenza, un
desiderio prepotente: quello di avvicinarlo questo Gesù, di conoscerlo, di
vederlo. Vi è un episodio nel Vangelo, appena accennato, ma assai significativo;
lo riporta l’evangelista Giovanni quando narra l’ingresso di Gesù in
Gerusalemme, in forma volutamente pubblica e popolare, circondato dalle festanti
acclamazioni della folla, che finalmente riconosce in lui il figlio di Davide,
il Messia; l’episodio è questo: «Tra quelli che erano saliti alla festa per
adorare vi erano dei Gentili, i quali, accostatisi a Filippo (uno degli
apostoli), che era di Betsaida di Galilea, lo pregavano dicendo: Signore,
vogliamo vedere Gesù» (Io. 12, 20-21). Vedere Gesù: questo è il desiderio
costante degli uomini di buona volontà, ai quali sia giunta qualche rilevante
notizia del misterioso Personaggio, intorno al quale si concentrano tante
inquietanti curiosità, tanti presaghi amori.
Se lo potessimo vedere! Se fossimo almeno capaci di averne un’immagine
sensibile e fedele! Noi, immersi nella cosiddetta «civiltà dell’immagine»,
avremmo grande pretesa di riempire i nostri occhi dell’aspetto fisico del nostro
Maestro, del nostro Salvatore. Pare talvolta a noi che se avessimo questa
fortuna, questo incentivo almeno, saremmo più disposti a credergli, a seguirlo,
come avvenne a coloro che furono spettatori della scena storica e sensibile del
Vangelo. Ma proprio dal Vangelo ci viene una parola, che delude la nostra
avidità, e ci segna la via, ormai unica e sicura, della fede: «Beati coloro che
avranno creduto senza vedere» (Io. 20, 29). Sì, bisognerà accontentarci
di accostare Gesù mediante questo delicato e non sempre facile processo
conoscitivo, che si chiama la fede, che non esclude, anzi reclama, lo studio
razionale della rivelazione. Ma la psicologia stessa della fede ha bisogno di
qualche immagine rappresentativa; la storia del cristianesimo ci dice che i
fedeli, appena superato il divieto giudaico contrario ad ogni raffigurazione di
esseri viventi, per timore della allora facile suggestione idolatrica, tentarono
di delineare l’immagine di Cristo, prima come personaggio indistinto di qualche
scena evangelica (il pastore, ad esempio), poi anche come volto umano (cfr., p.
es., nelle catacombe di Commodilla), poi nelle sembianze ieratiche delle figure
bizantine; e subito in seguito con la fantasia della pietà e dell’arte, che
ancora oggi ci offre i lineamenti di Gesù, quali rispondono al concetto che di
Lui la nostra mente si fa (Cfr. il culto all’effigie di Cristo detta della
Veronica, DANTE, Par., XXXI, 103-108). Forse la singolare immagine della
Santa Sindone meriterebbe studio speciale. Ma il fatto è che «dell’aspetto
fisico di Gesù le fonti degne di fede non dicono assolutamente nulla» (G.
RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, 203, ss.). Siamo come ciechi davanti
all’amico. Ci aiuti una buona iconografia religiosa dell’arte a supplire alla
mancanza d’una rappresentazione sensibile di Lui.
BELLEZZA DELLA VERITÀ
Ma intanto il pensiero lavora: era bello Gesù? Era deforme? Le domande
incalzano mentre interpretiamo parole bibliche, che a Lui si riferiscono, e che,
enunciando ora l’uno, ora l’altro degli aspetti propri del Messia, ce lo dicono
«bellissimo di aspetto fra i figli degli uomini», e poi ce lo presentano come
«l’uomo del dolore», che «non ha alcuna bellezza, né splendore» (Ps. 45,
3). Ritorniamo al Vangelo, e lo vediamo trasfigurato: «Il suo viso risplendeva
come sole» (Is. 53, 2-3); e poi sfigurato: «Uscì dunque Gesù (dal
Pretorio), portando la corona di spine e mascherato di porpora. E Pilato disse
loro: ecco l’uomo!» (Matth. 17, 2). Ma allora? Ci contenteremo di passare
in rassegna le varie scene evangeliche, dal Presepio al Calvario, all’Uliveto
dell’Ascensione, domandando ai maestri della figura di saziare la nostra fame
amorosa delle sue sembianze? Questo si fa, e sta bene: la «Bibbia dei poveri»,
come dicevano una volta, non è forse quella delle immagini artistiche? Ma sia
lode a chi ci aiuta mediante queste stesse immagini a fare un passo ulteriore.
Quale passo? Un passo verso il Cristo reale, ch’è quello della fede; il
Cristo, che nella sua visibilità rispecchia l’Invisibile Divinità; ricordiamo il
Prefazio natalizio: dum visibiliter Deum cognoscimus, per hunc in
invisibilium amorem rapiamur; e ricordiamo la parola rivelatrice di Gesù
stesso: «Chi vede me, vede anche il Padre mio» (Io. 19, 5). Cioè: noi
siamo autorizzati a scoprire Dio in Gesù! (Cfr. Io. 1, 18) Avvertiamo noi
ciò che questo significa? Noi siamo alle soglie della bellezza suprema (Cfr. S.
AGOSTINO, Enarr. in Ps. 44; PL 36, 495). Che cosa è la bellezza? (Cfr.
S. TH., I-II, 27, 1, 3) Oh! quale lungo discorso esigerebbe la risposta a
questa elementare domanda! Quali voli dovremmo fare per superare i livelli,
spesso fallaci della bellezza degradata, sensibile, puramente estetica, per
arrivare a quello della verità risplendente; tale è la bellezza; dell’Essere
sfolgorante, della forma diafana della vita piena e perfetta! Diciamo solamente:
Cristo è Bellezza, bellezza umana e divina, bellezza della realtà, della verità,
della vita, «la vita era la luce» (Io. 1, 4). Non è un’enfasi mitica o
mistica, che ci fa esclamare questa definizione di Lui: è la testimonianza che
dobbiamo al Vangelo. Testimonianza che dobbiamo a voi, Fratelli e Figli, che
spinti dall’istinto del nostro tempo andate cercando il «tipo», il modello,
l’uomo perfetto. Cristo è il «tipo», l’archetipo, il prototipo, dell’umanità (Cfr.
Rom. 8, 29).
Ricordatelo, con la Nostra Apostolica Benedizione.
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