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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 6 ottobre 1971

 

La funzione della Gerarchia

Noi lasciamo la riunione del Sinodo, dove sono accolti più di duecento Vescovi provenienti da tutte le parti del mondo, e veniamo a questa udienza settimanale, che ci procura la sempre nuova gioia dell’incontro con una folla tanto varia e tanto numerosa di fedeli e di visitatori, nei quali ci piace di vedere di fatto rappresentato, come in campione significativo e prezioso, il Popolo di Dio: ecco ecclesiastici, religiosi e religiose, ecco il gruppo degli Sposi novelli, ecco comitive di pellegrini e di turisti di diverse nazioni, ecco gruppi di fanciulli e di studenti, ecco anche personaggi qualificati che ci onorano con la loro devota presenza. Mentre voi tutti, quanti qui siete, e quanti voi portate moralmente con voi nel vostro spirituale ricordo, Noi salutiamo e benediciamo, ascoltiamo salire tacitamente da codesta assemblea una spontanea domanda abbastanza semplice, ma non abbastanza facile: che cosa è questo Sinodo? Come separa da Noi i Nostri Vescovi? Non sono essi e non siamo Noi membra d’una stessa Chiesa? Non potremmo essere tutti insieme? Che cosa fanno e dicono quei Vescovi che Noi non possiamo sapere?

Ecco: è vero, ed è bene se voi ne avete il pensiero c il desiderio: Vescovi e Fedeli sono un solo Popolo di Dio. Siamo tutti appartenenti ad una medesima famiglia religiosa, che si chiama la Chiesa; siamo tutti un solo corpo, il corpo mistico di Cristo. È bene che abbiamo questo senso comunitario, questo «senso della Chiesa», una, solidale, favorita della medesima vocazione alla parola e alla sequela di Cristo, partecipe della medesima grazia, obbligata a difendere e a diffondere il medesimo Vangelo, destinata alla medesima salvezza. Siamo una cosa sola, come Cristo ha voluto. Siamo una comunione. Un «corpo», come dicevamo.

Ma, c’insegna S. Paolo, interprete di tutto il nuovo Testamento: «Come il corpo è uno ed ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, formano un unico corpo, così anche Cristo», il Cristo mistico. Cioè la comunione, di cui risulta la Chiesa, è organica. Diverse sono le funzioni, diversi gli organi dell’unico corpo mistico; e la funzione che meglio caratterizza questa complessa unità è quella gerarchia; è quella apostolica, quella che Gesù Cristo stesso ha distinto dalla moltitudine, e che Egli ha incaricato di dirigerla pastoralmentme in suo nome, di convocarla, e poi di istruirla, di santificarla, di assisterla.

Ecco perché i Vescovi, successori degli Apostoli, sono oggi localmente distinti da questa assemblea; perché stanno studiando problemi che da un lato riguardano tutto il Popolo di Dio (dei quali problemi qui ora non parliamo), dall’altro riguardano la specifica funzione pastorale dei Vescovi, «che lo Spirito Santo ha costituito per reggere la Chiesa di Dio» (Act. 20, 28). Il nostro senso sociale moderno dovrebbe essere molto riguardoso di questo aspetto organico e gerarchico della Chiesa, nel quale si rispecchia in forme sensibili ed umane l’economia misteriosa del disegno provvidenziale del regno di Dio, e col quale è caratterizzata in modo originale la compagine comunitaria del Popolo di Dio.

Nella fase sinodale l’attenzione d’ogni osservatore, dentro e fuori della Chiesa, si rivolge verso l’esercizio d’uno dei grandi poteri della Gerarchia ecclesiastica, cioè quello così detto di giurisdizione, ch’è sempre un potere ministeriale, la cui autorità risale a Cristo, ma il cui esercizio è commesso alla volontà del ministro, assistito in dati momenti da uno speciale soccorso divino. E se la volontà del ministro è in questo momento nel suo esercizio determinante, perché, dicono alcuni, non potremmo attendere dal Sinodo (anche se dotato di poteri subordinati) novità decisive? Novità conformi all’attesa di quelli che pensano doversi conseguire il rinnovamento della Chiesa da qualche sua radicale trasformazione?

Questo è un punto che merita riflessione, proprio in ordine ad uno dei poteri, che possiamo classificare nell’ambito giurisdizionale della Gerarchia, il potere d’insegnare.

Ora possiamo noi supporre che la Gerarchia sia libera d’insegnare nella sfera religiosa quello che le piace? o quello che può piacere a certe correnti dottrinali, o meglio antidottrinali dell’opinione moderna? No. Noi dobbiamo ricordare come l’Episcopato sia investito da un dovere primigenio: qu8ello della testimonianza, quello della trasmissione rigorosa e fedele del messaggio originario di Cristo, cioè del complesso delle verità da Lui rivelate e affidate agli Apostoli, in ordine alla salvezza. Il cristianesimo non può cambiare le sue dottrine costituzionali. I Vescovi sono più d’ogni altro coloro che devono «custodire il deposito», come dice l’Apostolo (1 Tim. 6, 20; 2 Tim. 1, 14), e che sentono dette per loro specialmente le parole ultime di Gesù: «Insegnate a tutte le genti ad osservare tutte le cose che Io vi ho comandate» (Matth. 28, 20). Il Concilio ha fatto eco a queste sovrane parole (Cfr. Dei Verbum, 4 e 7). Così aveva già esplicitamente insegnato il Concilio Vaticano primo (Sess. III, c. IV). Non dovremmo nemmeno ipotizzare cambiamenti, evoluzioni, trasformazioni della Chiesa in materia di fede (Cfr. TERTULL., De Praescript., c. 20; PL 2, 36-37). Il Credo rimane. Sotto questo aspetto la Chiesa è tenacemente conservatrice, perciò non invecchia.

Ci si chiederà: ma non esiste uno sviluppo dell’insegnamento primitivo? Sì, esiste, purché coerentemente e autorevolmente derivato dalla Parola rivelata di Dio. Gesù stesso aveva previsto questo sviluppo (Io. 16, 12-15). Si forma così un filo tradizionale, che dall’ordine teologico si propaga anche all’ordine canonico (Cfr. 1 Cor. 11, 23; 15, 3; 2 Thess. 2, 15; Dei Verbum, 8); sempre con una grande premura di intrinseca fedeltà e di autorevole collaudo da parte di chi nella Chiesa ha ricevuto il carisma responsabile e ministeriale della verità (Cfr. Luc. 10, 16). È stato questo il grande problema del Newman (Cfr. J. GUITTON, La philosophie de Newman). Lo studio della verità divina è sempre aperto; la teologia è sempre in cammino verso una migliore intelligentia fidei.

E ciò anche per un altro importantissimo motivo: la fede esige un’applicazione alla vita, alla nostra esperienza vissuta, oggi estremamente mutevole. I bisogni dei tempi sono nuovi e complessi; e perciò la direzione pastorale della Chiesa deve incessantemente vegliare e provvedere al duplice ufficio di mantenere intatto il tesoro delle divine verità e delle valide tradizioni che lo hanno integrato, o che ne sono legittimamente e storicamente derivate, e nello stesso tempo di accostare questo sempre vivo ed operante tesoro alla vita delle generazioni umane, con linguaggio e con forme che lo rendano più accetto e più fecondo. Questo perpetuo sforzo di fedeltà dottrinale e di condiscendenza pastorale è il dramma spirituale di coloro che nella Chiesa hanno il mandato e la responsabilità della guida verso la comune salvezza. Pregate per loro.

Con la Nostra Apostolica Benedizione.

                                        

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