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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 6 settembre 1972

 

Perchè oggi la Chiesa incontra avversione, diffidenza, ostilità

Noi stiamo discorrendo, con pensiero e con linguaggio molto elementari, come è conforme a queste nostre settimanali conversazioni, sul bisogno e sul modo di ridare qualche vigore alla vita morale, alla nostra specialmente, di uomini moderni e insieme cristiani.

Vediamo infatti che la norma tradizionale della vita morale subisce molti cambiamenti, non solo in forme, che possiamo dire accidentali, e mediante infrazioni che, come sempre è stato nella storia umana, possiamo ritenere come singolari e deplorate dal giudizio comune, ma in modo che diventa abituale e genera un costume, anzi una legge spesso, che dobbiamo classificare lesivo d’una norma umana essenziale, o almeno contrario all’ordine autorevolmente sancito per l’equilibrio sia interiore della retta coscienza, sia esteriore della società ben disciplinata. Siamo in un periodo di lassismo, di contestazione, di inosservanza del codice morale; in un periodo in cui la libertà è invocata, non per fare il bene, come sarebbe nella natura delle cose, ma per non farlo, per godere d’un’emancipazione da ogni norma che sia dal di fuori intimata, e per lasciare la nostra attività nell’indifferenza o forse anche nell’opposizione d’ogni regola prestabilita.

Per restringere ora la nostra osservazione al campo della nostra religione, interroghiamo noi stessi circa le ragioni per cui la Chiesa incontra nel mondo di oggi tanta avversione, tanta diffidenza, tanta ostilità nell’esercizio del suo ministero di guida morale e di magistero pastorale. E una di queste ragioni sembra a noi che si debba riscontrare nella difficoltà del programma morale, che la Chiesa propone ai suoi figli. Sì, la vita cristiana, e quella cattolica specialmente, non è facile. Ripetiamolo pure: considerata nel suo aspetto normativo, isolato dal suo complesso integrale e vitale, la via di Cristo non è facile.

E questa difficoltà è subito intuita da ogni categoria di persone: dai fanciulli e dai giovani per primi, dagli uomini operanti sia nei vari campi della comune esperienza, sia da quelli che percorrono sentieri particolari, come gli uomini dell’arte, della politica, degli affari, e quelli stessi della perfezione religiosa.

E il senso della difficoltà ad accettare il codice morale della Chiesa aumenta, oggi, a mano a mano che il processo di secolarizzazione progredisce nell’applicazione radicale della formula sua propria: la religione non deve avere più niente a che fare con la vita autonoma e profana dell’uomo moderno, operante secondo i criteri specifici del suo campo d’azione, il che nessuno per sé, entro certi limiti ragionevoli, gli contesta, ma nemmeno per assegnare all’attività umana la sua finalità suprema, e neppure per conservare quei rapporti ancora superstiti con il sentimento religioso naturale, o tradizionale, che fino ai nostri giorni è pur sopravvissuto in tanti uomini probi ed onesti e nel cuore del popolo, per cui la religione è stata costume storico e glorioso. L’ateismo rivendica a sé anche il dominio della morale. Così che l’uomo si priva dei motivi trascendenti, che sostengono l’etica con la logica e la forza che alla fine le sono indispensabili, e si priva di quel superiore sussidio che deriva all’azione umana dalla fede e dal misterioso ma reale influsso dell’amoroso aiuto divino. Si riproduce in tal modo, sotto i nostri occhi, la drammatica esperienza, annunciata dal Vangelo e analizzata dalla nostra teologia, della insufficienza delle forze umane a governarsi da sé, a praticare una vera e completa onestà, ad evitare incoerenze e cadute, peccati cioè, che rendono scettico l’uomo circa la possibilità di osservare una norma morale esigente e conforme alle profonde aspirazioni della natura umana, e tanto più a quelle della vocazione cristiana (Cfr. Io. 15, 4-5; Rom. 1, 17). Avvertendo perciò la difficoltà di raggiungere il livello prestabilito da Dio e reclamato dalla propria perfezione, l’uomo è tentato, e, ahimé!, presto cede alla tentazione, di abbassare arbitrariamente il livello della legge morale, di metterne in dubbio l’esigenza, o addirittura l’esistenza, estendendo il campo del lecito oltre quello dell’onesto, sostituendo la libertà permissiva alla libertà doverosa, preferendo la transigenza dottrinale e coonestando la tolleranza pratica nel comportamento umano.

Sorge spontaneamente una domanda, che comprende molte altre: davvero la vita morale cristiana è difficile? Cristo non fu tutto pietà e indulgenza verso la nostra debolezza? Non ha detto pietà e indulgenza verso la nostra debolezza? Non ha detto Lui stesso d’essere «venuto non per i buoni, ma per i peccatori»? (Matth. 9 , 13) Quale più attraente figura di Cristo, che quella del buon Pastore, il quale, lasciate nell’ovile le novantanove pecore del suo gregge, va lui stesso alla ricerca della centesima che s’è perduta, e, trovatala finalmente, se la pone sulle spalle e se la porta a casa tutto contento? (Luc. 15, 5) Non ha detto Lui stesso: «Voglio la misericordia e non la condanna»? (Matth. 12, 7) E non ha Egli inveito contro gli scribi e i farisei che caricavano pesi gravi e insopportabili sul dorso altrui, senza sostenerli essi pure almeno con un dito? (Matth. 23, 4) Non è Cristo il nostro liberatore? La sua nuova legge non è forse quella semplificata e concentrata dell’amore? (Matth. 2 2 , 38) quella dello Spirito? (S. TH. I-IIæ, 106, 1) quella della fede in Cristo? (Rom. 4, 13 ss.; 5, 1 ss.) Ecc.

Tutto questo è verissimo; e per quanto riguarda il nostro tema ci rassicura che la nostra salvezza è facile, non difficile, se noi entriamo nel disegno divino, ne adempiamo le condizioni, ne accettiamo gli aiuti, ne condividiamo lo spirito, ne ascoltiamo gli insegnamenti.

E gli insegnamenti sono quelli della voce e dell’esempio di Cristo. Voce ed esempio sono molto esigenti, e ciò per noi rende la vita cristiana difficile.

Leggete il discorso della montagna, che è come la sintesi del Vangelo e il programma del cristianesimo. Per il fatto che il Signore dall’esterno porta nell’interno dell’uomo l’essenza e la perfezione della vita morale, nel cuore, nei pensieri, nella coscienza, questa nostra vita morale si è fatta più ardua e grave, specialmente se in noi manca l’amore e la grazia, che rendono facile, «gioioso e pronto», ogni impegno, ogni sacrificio (Cfr. S. TH. I-IIæ, 107, 4). E l’esempio di Cristo crocifisso, ch’Egli stesso ha proposto alla nostra imitazione, non dice forse quale forza d’animo, quale eroismo può a noi cristiani esser richiesto? «Chi non prende la sua croce (e vuol dire: la mia), e mi segue, non è degno di me!», ha sentenziato Gesù (Matth. 10, 38). Voi tutti sapete che cosa abbiano significato queste parole nella storia del cristianesimo e della santità.

Non si può concepire come autentica una vita cristiana fiacca, gaudente e vile, tutta intenta ad abolire lo sforzo, la penitenza, il sacrificio, e a soddisfarsi di comodità e di piacere.

La vita morale cristiana è difficile perché è forte. E perché, come insegna San Paolo, l’apostolo della libertà, essa è una milizia (Eph. 6 , 17; 1 Thess. 5 , 8). È difficile perché è tesa verso la perfezione! La perfezione, sì, del nostro essere, così debole, così difettoso, così agitato, così insidiato dal mondo circostante, è proposta a tutti come dovere dal recente Concilio (Lumen Gentium, 40), di cui molti abusano interpretandone l’«aggiornamento» come il permesso, l’invito quasi, a rendere secolare, e perfino molle e mondano tanto lo stile esteriore, quanto la mentalità interiore della vita cristiana, non esclusa talvolta quella religiosa.

Ai forti, ai coraggiosi, ai pazienti, agli ardenti di fede e di carità sono destinate le celebri parole risolutive e consolatrici di Gesù: «Il mio giogo è soave, e leggero il mio peso» (Matth. 11, 30).

Così sia per tutti noi, carissimi, con la nostra Benedizione Apostolica.


Settimana biblica per religiose

Con particolare benevolenza e vivo compiacimento salutiamo il cospicuo gruppo delle Religiose, che in questi giorni partecipano alla loro IV Settimana Biblica Nazionale, organizzata con lodevole zelo dalla benemerita Associazione Biblica Italiana.

È naturale che una così eletta e varia rappresentanza di religiose susciti nel nostro animo una folla di sentimenti a cui possiamo appena accennare in questo breve incontro, ma che voi, figlie carissime, potrete facilmente intuire: sono sentimenti di gratitudine per la vostra testimonianza di affetto, e insieme di apprezzamento per il corso a cui in sì gran numero e con tanto entusiasmo avete aderito.

Noi siamo certi che a nessuna di voi sfuggirà l’importanza e il valore di questa bella iniziativa, che vi offre la possibilità di accostarvi con una più piena conoscenza al tesoro delle Sacre Scritture, e con ciò stesso di attingere con più abbondanza le incomparabili ricchezze che vi sono contenute. Ecco allora la nostra esortazione: perseverate nello studio approfondito della Parola di Dio «con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta» (Dei Verbum, 12). Corrisponderete così allo sforzo che la Chiesa sta compiendo in questo periodo di rinnovamento postconciliare, affinché la Parola di Dio, come insegna il Concilio Vaticano II, sia sempre più nella Chiesa «saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne di vita spirituale» (Ibid.).

Benediciamo perciò con tutto il cuore l’impegno e i propositi degli organizzatori, dei docenti e delle partecipanti, augurando a tutti di assimilare vitalmente quella «sublime scienza di Cristo» (Phil. 3, 8), che il Concilio indica come mèta della lettura e dello studio biblico dei religiosi (Cfr. Dei Verbum, 25).

                                        

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