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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 20 dicembre 1972

 

Voti per il felice epilogo di dolorosa vicenda

Noi parlavamo dell’Avvento nelle precedenti Udienze, quasi obbligati dal presente periodo liturgico a considerare con la mentalità comune della gente del nostro tempo (non con quella propriamente teologica, né con quella del fedele che frequenta le sacre celebrazioni), il grande, il perenne, il fondamentale problema del rapporto dell’uomo con Dio, il rapporto religioso. Dicevamo così una parola circa il primo aspetto di questo problema, quello della ricerca, la quale sembra declinare verso una conclusione negativa: inutile cercare Dio, tanto non si trova, anche perché, se Dio è veramente l’oggetto della ricerca, Egli è introvabile, irreperibile: Dio è trascendente, Dio è ineffabile. E dicevamo poi d’una via singolare e nuova di trovare Dio, quella che ce lo fa incontrare nella rivelazione, nella storia, nella realtà e nella promessa d’un suo meraviglioso intervento nel mondo, nel tempo, nella nostra realtà storica; donde un secondo aspetto del problema religioso, quello dell’attesa di Dio, l’aspetto profetico, messianico, e, per noi, escatologico. Vi è un terzo aspetto dello stesso problema, l’aspetto più bello, più interessante: quello dell’incontro con Dio; un incontro, che può assumere le forme più varie e impensate; Dio è libero di presentarsi a noi come la sua inesauribile volontà creativa dispone; e l’ipotesi d’una sua presenza trova il nostro spirito o incapace di percepirla, o timoroso d’averne qualche esperienza (Cfr. Luc. 5, 8), ovvero straordinariamente felice per l’esuberante bontà e bellezza e intimità e comunicabilità, con cui Dio ha di fatto voluto manifestarsi.

Questo, Figli carissimi, è il vero, il grande, il beato messaggio della nostra religione: Dio è la nostra felicità. Dio è la gioia, Dio è la beatitudine, Dio è la pienezza della vita, non solo in Se stesso, ma per noi. Dio si è rivelato in amore, si è proporzionato alle nostre estreme aspirazioni; Dio ha avuto cuore per ogni deficienza, per ogni nostra cattiveria, per ogni nostro peccato. Dio si è offerto a noi come misericordia, come grazia, come salvezza, come sorpresa gaudiosa e gloriosa (Cfr. Rom. 9, 23; Col. 1, 27; 1 Cor. 2, 9). Noi dobbiamo ripetere l’annunzio angelico del Natale: «Non abbiate paura, perché, ecco, vi porto una buona novella di grande allegrezza per tutto il popolo» (Luc. 2, 10). Sì, la nostra religione è una religione di salvezza, una religione di letizia. Non risentiamo forse dentro di noi, come di campane in festa, l’eco delle esortazioni dell’Apostolo ai Filippesi: «Siate sempre lieti nel Signore; lo ripeto, siate lieti»? (Phil. 4, 4)

Questa è la vera religione, la nostra religione, la nostra spiritualità: la gioia di Dio. Questo è il regalo che a noi porta Cristo nascendo al mondo: la gioia di Dio.

Ora, ecco la domanda per oggi: riusciremo noi a far capire agli uomini del nostro tempo questo messaggio religioso? Dio è la gioia, la nostra gioia? Chi ci ascolta? chi ci crede davvero? (Cfr. Rom. 10, 15-16) Forse non riusciremo. Non ci credono gli uomini del pensiero, ingolfati nei problemi del dubbio; non ci credono gli uomini dell’azione, affascinati dallo sforzo di conquistare la terra; non quelli della vita comune, insofferenti di meditazioni interiori . . . È la sorte del Vangelo nell’umanità (il quale vuole appunto significare: annunzio felice). Dio resterà problema, resterà negazione per molti ai quali esso pur risuona vicino; l’indifferenza, l’apatia, la sordità, l’ostilità spegneranno la voce beatificante. Vi sarà perfino chi la rifiuterà proprio perché beatificante: non è forse, diranno, l’oppio del popolo? il surrogato ai veri rimedi di cui esso ha bisogno? Noi avremo per reazione, il nostro annunzio da ripetere: Dio è la gioia.

Rimanga intanto l’annunzio acquisito alla storia religiosa della umanità: il cristianesimo ha offerto, come primo e ultimo dono, questo dogma, questa teologia, questa spiritualità: la beatitudine, raggiungibile dall’uomo, in Dio, mediante Cristo, nello Spirito Santo. Rimanga questa impavida certezza: Dio è la vera, la suprema felicità dell’uomo. Rimanga questa stupenda pedagogia per insegnare ai nostri bambini, ai nostri giovani alunni, il nostro catechismo: sì, la fede è mistero, Cristo porta la croce, la vita è dovere, ma soprattutto Dio è la gioia. Rimanga per voi, poveri, per voi, afflitti, per voi, affamati di giustizia e di pace, per voi tutti, sofferenti e piangenti: il regno di Dio è per voi, ed è il regno della felicità che conforta, che compensa, che dà verità alla speranza. Rimanga per voi, elettori spirituali di Cristo: Egli vi parla nel cuore di beatitudine e di pace; e con questo ineffabile dono Egli non placa, in questa vita presente, la vostra ricerca, la vostra sete oceanica; oggi la sua felicità non è che un saggio, un anticipo, un pegno, una iniziazione; la pienezza della vita verrà domani, dopo questa giornata terrena, ma verrà, quando la felicità stessa di Dio sarà aperta a coloro che oggi l’hanno cercata e pregustata. Dio è la gioia!

Questa espressione, che riassume la nostra attesa del Natale non contrasta con la nostra dolorosa commozione per l’improvvisa ripresa di aspre e pesanti operazioni belliche nel Vietnam, quando tutti nel mondo si pensava imminente una iniziale e pacifica soluzione del lungo conflitto, proprio in coincidenza con le feste del Natale. Essa riafferma piuttosto il nostro voto, accompagnato da più viva preghiera al Dio della pace e della letizia, che la dolorosa situazione abbia presto il suo felice epilogo non in nuove operazioni belliche, ma nelle trattative, condotte con reciproca longanimità e lealtà.

E con questo voto a tutti diamo la nostra Apostolica Benedizione.

                                      

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