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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 16 gennaio 1974

 

Esperienza religiosa dell'incontro personale con Dio

Abbiamo celebrato il Natale. Noi non possiamo qualificare questo ricorrente fatto religioso che come un incontro con Gesù Cristo. È venuto, si è abbassato fino a noi (Cfr. Phil. 2, 7), è convissuto con noi (Io. 1, 14); riportandoci ai fortunati contemporanei di Cristo possiamo dire quasi noi pure: «abbiamo mangiato e bevuto con lui . . .» (Act. 10, 41).
Sotto l’aspetto spirituale, noi non dovremmo più dimenticare questa realtà della nostra vita religiosa: l’incontro personale col Signore.
Il fatto sacramentale del nostro battesimo ci obbliga a questa mentalità, a questa spiritualità, quella d’una vicinanza personale, d’un’amicizia, d’una confidenza, la quale va oltre ogni limite pensabile nell’Eucaristia: arriva alla comunione, alla fusione della Vita umano-divina di Gesù Cristo con la nostra vita personale, per umile e insignificante che essa sia: «chi mangia me, vivrà per me» (Io. 6. 58).
Diamo l’importanza che merita a questo traguardo del nostro cammino religioso. Noi arriviamo realmente al Dio fatto uomo.
Quali abissali distanze sono state superate, annullate! noi siamo ammessi alla diretta e perfetta conversazione con Cristo, il mediatore, il «ponte» come lo chiamava S. Caterina da Siena. Qui si inaugura la nostra autentica religiosità cattolica.

Ma facciamo bene attenzione. Anch’essa, questa religiosità, ammette, anzi esige una gradualità, uno sviluppo morale e spirituale, che sarebbe temerario trascurare (Cfr. Matth. 22, 12).
Noi. diciamo noi figli del nostro secolo, quando siamo condotti alla soglia del mondo religioso, abbiamo nel cuore e forse sulle labbra, la preghiera del cieco di Gerico: Signore, fa ch’io veda! Vorremmo tradurre in esperienza sensibile quella verità religiosa, quella Realtà misteriosa, alla quale, per curiosità capricciosa, ovvero per inquietudine interiore, ovvero per occasione impreveduta di qualche vicenda esteriore, o esperienza premente della vita, o per certa conclusiva stringenza logica, o soprattutto per l’iniziazione sacramentale, o forse anche per ulteriore segreto impulso dello Spirito Paraclito, siamo in qualche modo arrivati. Non è così, del resto, che ci invita l’epifania dell’arte, che nella religione cattolica non è messa al bando da puritanismi iconoclasti, e che traduce in splendidi e innumerevoli segni esteriori il linguaggio sacramentale e cultuale? la liturgia non procede forse con il ministero dei sensi nel regno invisibile della grazia e della mistica comunione con Cristo e con Dio? E di più, tutta la pedagogia moderna non cerca di sostituire lo sforzo mnemonico e mentale con i sussidi audiovisivi? Quanti, come Tommaso il Didimo, davanti alle esigenze della fede, non ripetono come proprie le parole di lui: «Se non vedrò . . . non crederò»? (Io. 20, 25)

Eppure questo atteggiamento è insipiente. Anche a noi il Signore potrebbe dire: «Voi non vi rendete conto di ciò che domandate» (Matth. 20, 22). Perché una esperienza sensibile d’un’entità religiosa è di per sé, direttamente, impossibile, e per di più infruttuosa (Cfr. 2 Cor. 5, 16). Che se davvero i nostri sensi fossero colpiti da qualche raggio di visibilità divina, quale sarebbe la nostra normale reazione? Lo spavento (Cfr. Ex. 33, 20; 1 Sam. 6, 19-20). La presenza di Dio tradotta in termini sensibili è terribile, è folgorante.
Anche nel Vangelo, ch’è tutto un quadro in cui Dio fatto uomo si arrende alla nostra conversazione (Cfr. Bar. 3, 38). Cristo ha momenti nei quali la sua manifestazione incute grande timore (Cfr. Matth. 17. 6), e provoca sentimenti e parole, che la Chiesa ripeterà perennemente: «Signore, io non sono degno . . .» (Matth. 8, 8). Caratteristica è l’esclamazione di Simon Pietro al momento della prima pesca miracolosa; egli, pur nella barca, si butta in ginocchio davanti a Gesù e gli dice: «Allontanati da me, perché io sono uomo peccatore» (Luc. 5, 8). E poi, che dire di quell’incontro degli occhi smarriti dello stesso Pietro, dopo aver rinnegato il Maestro, con lo sguardo di Gesù, durante il processo notturno: «Il Signore allora, registra S. Luca, si volse a guardare Pietro, e Pietro si ricordò della parola dettagli dal Signore: - Prima che il gallo canti oggi, tu mi rinnegherai tre volte -. E uscito fuori Pietro scoppiò amaramente in pianto» (Luc. 22, 61-62)?

Tutto questo ci fa pensare che il primo nostro contatto, sensibile o spirituale, con Dio non è normalmente destinato a suscitare impressione di meraviglia divertita, e neppure di pacifica gioia; e ci avverte che se davvero vogliamo entrare nella sfera religiosa noi dobbiamo passare attraverso emozioni, sentimenti, atti di profondo sconvolgimento interiore. Non si va a Dio come fosse un divertente spettacolo, o un incontro di familiare indifferenza. Anche qui ci giovi una elementare similitudine. Dio è la luce; se uno di noi gli si presenta davanti, qual è il primo effetto risultante? Il primo effetto è che noi, prima di guardare a Dio, guardiamo a noi stessi; e subito siamo invasi da confusione e da disagio, perché, mentre intuiamo la maestà trascendente della sua presenza, vediamo la nostra bassezza (perfino la Madonna sperimentò questa umiltà metafisica; ricordate il suo Magnificat, in cui Maria proclama la propria piccolezza dinanzi alla grandezza di Dio? - Luc. 1, 48); di più noi scopriamo con umiliante evidenza la nostra indegnità (Cfr. Matth. 22, 12).
Questo atteggiamento morale-spirituale qualifica un genere di preghiera il quale, ancor prima di concederci un beatificante colloquio con Dio, dà a noi la coscienza di noi stessi. Potremmo chiamarla preghiera di autocoscienza, preghiera riflessa sopra il nostro essere, e specialmente sopra le nostre condizioni morali. Il primo tentativo di stabilire un rapporto con Dio implica la denuncia della nostra incapacità a tale riguardo senza un suo miracoloso intervento di bontà e di misericordia. Ricordate il ritorno, cioè la conversione del figliolo prodigo nel Vangelo: «Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno d’essere chiamato tuo figlio!» (Luc. 15, 18-19; cfr. GUARDINI, Il Dio vivente; Sul pentimento).

Questa fase e questa forma di vita religiosa sono, come tutti sanno, estremamente importanti, e costituiscono per la mentalità dell’uomo moderno gli ostacoli più grandi alla sua restituzione al regno di Dio, alla vita cristiana. Sormontare questi ostacoli non significa soltanto ammettere, in qualche modo, l’esistenza di Dio, e quindi l’inserzione d’un problema religioso nella nostra vita; significa riabilitare in noi il senso razionale dell’obbligazione morale, cioè dell’inevitabile relazione che la nostra condotta comporta con Dio, avere presente la nostra responsabilità trascendente, dare alla nostra coscienza la chiarezza e la forza di guidare le nostre azioni in funzione d’un parametro oggettivo e sacro, decisivo per il nostro presente e futuro destino.
Dovremo perciò rifare la nostra abitudine d’esaminarci al lume della presenza di Dio, e a quello della legge divina e dell’impegno del nostro dovere. Difficile, ma non impossibile. Anche qui infatti forse l’uomo moderno è tanto più disposto alla preghiera del pentimento quanto maggiore è la sua istintiva ripulsa; e ciò avviene appena egli avverta una presenza divina, e quindi un proprio bisogno di misericordia.
Ma abbiamo celebrato il Natale, la presenza del Dio fra noi, per noi.
È perciò il momento propizio per fare nostri questi pensieri: è venuto il Signore: chi non vorrebbe incontrarlo?
Con la nostra Benedizione Apostolica.

                   

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