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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 30 gennaio 1974

 

Il valore del ricorso a Dio come atto di fiducia e di speranza

Come la luce della cometa (che in queste notti abbiamo ammirato nel cielo), così la luce del Natale, anche se chiuso il ciclo delle sue festività, continua ad illuminare la nostra riflessione circa il rinnovamento della nostra vita spirituale. Come lo illumina? per via d’un ragionamento, d’una teologia, che investe tutto il nostro sistema religioso, specialmente in ordine a quell’atto religioso per eccellenza, che chiamiamo preghiera, e che a noi, come a quanti intendono promuovere tale rinnovamento (l’Anno Santo ne fa uno dei suoi capisaldi), preme moltissimo, sia come espressione individuale, sia come voce collettiva di popolo.
Vediamo. Il Natale ha inaugurato e stabilito un rapporto nuovo, pieno, diretto, filiale con Dio, mediante l’incarnazione, cioè la venuta fra noi del Verbo di Dio, fattosi uomo. Questa umana presenza di Dio fra noi, instaurata in Cristo Gesù, produce due effetti primari, propri ad una convivenza e alla sua derivante conversazione: primo, quello di ascoltare; Gesù è messaggero della buona novella, del Vangelo, della Parola di Dio, espressa in linguaggio umano; fatto questo d’incalcolabile e inesauribile importanza, e che classifichiamo sotto la grande parola: fede. La fede è un’ascoltazione della Parola di Dio. Secondo, quello di parlare, e che chiamiamo preghiera. Non possiamo restare muti e inerti dopo l’ascoltazione della voce di Cristo; dovremmo, per lo meno, far nostro il commento evangelico di certi uditori della sua parola: «Non mai un uomo ha parlato come quest’uomo!» (Io. 7. 46); o esclamare, pieni di entusiasmo come l’anonima donna del Vangelo: «Beato il seno che ti ha portato, e le mammelle che Tu hai succhiato!» (Luc. 11, 27). Ovvero dovremmo osare, come gli Apostoli, interrompere il discorso del Signore per chiedere qualche spiegazione (Cfr. Matth. 13, 36); o finalmente per dire al Maestro: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (Luc. 11, 1).

La preghiera è il primo dialogo, che l’uomo può ambire di tenere con Dio. Ammessa l’esistenza d’un rapporto con Dio, cioè una religione, nasce spontaneo e poi doveroso il bisogno di rivolgere a Lui una nostra parola. Essa, più che dal sentimento, o dall’ignoranza, o dall’interesse, come spesso si afferma, sgorga da un fondamentale atto d’intelligenza, quasi istintivo, quasi intuitivo: se Dio c’è, se Dio è a me accessibile, io gli devo una parola, una espressione mia; è una necessità spirituale e morale (Cfr. S. TH. II-IIæ, 83, 2); è un atteggiamento normale e abituale, che deriva dal rapporto metafisico del mio essere di creatura rispetto a Colui ch’è Principio sommo e necessario, e che corrisponde al precetto evangelico: «Bisogna sempre pregare, e non cessare mai» (Luc. 18, 1). Del resto, le due forme essenziali, in cui la preghiera si esprime, giustificano questa abituale esigenza, potenziale almeno, di preghiera: la lode e la domanda.
Dio può essere l’oggetto della nostra lode, della nostra «elevazione della mente» verso di Lui, un’elevazione, che per sé, non dovrebbe mai venir meno; fa parte della nostra concezione della vita, della nostra coscienza di creatura, della nostra avvertenza d’essere sempre sospesi alla onnipotente e gratuita azione generatrice della Causa prima. Così Dio può essere oggetto della nostra implorazione supplicante l’azione soccorritrice della divina Provvidenza.
Ogni religione, in modi e misure diverse, si esprime così. La nostra religione che cosa vi aggiunge di suo, di originale? Qui occorrerebbe un trattato per rispondere. Noi ora consideriamo semplicemente l’atteggiamento fondamentale della preghiera cristiana, quell’atteggiamento che deriva dal fatto ricordato, dal Natale, dall’Incarnazione, dal rapporto unico e felicissimo, che Cristo ha stabilito fra Dio e l’umanità.

Diciamo per punti. Primo punto: il fatto della preghiera deve essere messo in risalto nella nostra vita cristiana. Notiamo a questo proposito due fatti capitali, che penetrano nella nostra vita moderna; uno negativo: non si vuole più pregare, non si sa più pregare; e di fatto, purtroppo, moltissima gente non prega più, e per motivi formidabili, ma falsi. Sappiamo la gravità di questa affermazione, la quale si rifà alla grande polemica con l’ateismo pratico e con l’ateismo teorico del nostro tempo. L’assenza di preghiera, l’allergia a qualsiasi atto religioso, l’illusione dell’autosufficienza, l’infatuazione del progresso scientifico e tecnico, quasi ch’esso vanificasse la concezione religiosa dell’universo e della vita, mentre invece tanto più la documenta e la reclama, l’asservimento a certe dominanti mentalità politiche e sociali, e così via, sembrano giustificare la così detta «morte di Dio»; ma, a ben guardare, essa è piuttosto la morte dell’idea di Dio nell’uomo, e perciò di tutto quanto dà all’uomo fondamento e ricchezza di verità, di dignità, di speranza. Discorso lungo e drammatico, ma basti ora l’averlo, una volta di più, individuato. L’altro fatto, di dimensioni diverse ma di significato enorme: rinasce nel cuore della generazione presente un bisogno, un orientamento, una simpatia verso qualche forma di preghiera. Siamo forse ancora nei primi albori d’un’aspirazione spirituale, strana forse, ma umanissima; e, in coloro che hanno rivolto i loro passi sul sentiero della autentica spiritualità cristiana, l’alba risplende già di luce mattutina e primaverile: come è bello, come è vero, come è saggio pregare!

E allora ecco il secondo punto: la caratteristica intrinseca della preghiera cristiana è la fiducia. Si spiega: se il rapporto fra l’uomo e Dio è quello inaugurato e stabilito da Cristo, la preghiera non è più un monologo, non è più una voce nel buio, non è più un conato, che si scioglie in disperata poesia; ma è davvero un dialogo, è un ricorso non solo ad un precetto divino, ma altresì ad una promessa: «pregate, e sarete esauditi . . .» (Matth. 7. 7). Il concetto di una Bontà, che ci ascolta, che ci vuol bene, che è pronta ad esaudirci diventa dominante nella mentalità cristiana: «Chi mai fra voi, insegna il Signore, quando il figlio suo gli chiede un pane, gli dà un sasso?» (Matth. 7, 9).
Parole dolcissime! ecco il Vangelo! ecco il fondamento della nostra preghiera!
Certo, anche qui vi può essere un pericolo per la nostra angusta psicologia terrena, quello di pretendere che la preghiera sia il rimedio facile per ogni nostra necessità temporale. La religione, se concepita come puramente utilitaria, può degradare in fantasia, in superstizione, in simonia la nostra preghiera. Ma se essa, pur esprimendo a Dio i nostri mali e i nostri terreni e buoni desideri, si mantiene al livello d’una vera conversazione con Dio, essa non perderà la sua caratteristica fiducia, anche quando non ottiene automaticamente le grazie che implora, e riconfermerà il suo ottimismo scoprendo che «tutte le cose si risolvono in bene per coloro che amano Dio» (Rom. 8, 28). Anche il dolore; e S. Agostino aggiunge: perfino i nostri peccati!
Perciò a questo volevamo arrivare: creare in noi, nel nostro popolo, una mentalità di fiducia, per la preghiera, per la speranza. Questo binomio: preghiera e speranza sia nostro programma! Con la nostra Apostolica Benedizione.

Pellegrini spagnuoli

Deseamos dedicar ahora unas palabras de saludo especial a los peregrinos españoles llegados a Roma para asistir a la Canonización de Santa Teresa de Jesús Jornet.
Vuestra presencia, amadisimos hijos, nos compiace de manera particular y queremos agradeceros la devoción que nos manifestáis al haber querido prolongar vuestra estancia en la Ciudad Eterna para estar con Nos en la Audiencia de esta mañana.
Al volver a vuestras casas y puestos de trabajo, llevad con vosotros el afecto del Papa, que os exhorta a manteneros fieles a vuestra vocación sacerdotal o religiosa, a vuestra fe cristiana y al amor que habéis profesado siempre a la Iglesia y a esta Cátedra de San Pedro.
Que os acompañe nuestra paterna Bendición Apostólica.

                         

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