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PAOLO VI
UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 3 aprile 1974
Frequenza severa e sapiente del sacramento penitenziale rinnovato nello
spirito e nel rito
Fratelli e Figli carissimi!
Noi non dobbiamo rimanere indifferenti, e tanto meno diffidenti,
all’invito che la Chiesa ci rivolge a rinnovare la nostra mentalità, e poi anche
la nostra pratica religiosa, in ordine al sacramento della penitenza, che ci
abitueremo d’ora innanzi a meglio definire come sacramento della
riconciliazione. Riconciliazione, intendiamo, con Dio; questo si sa, sebbene ciò
rimanga sempre un motivo di meraviglia sconfinata e gioiosa; riconciliazione con
la Chiesa, alla quale il sacramento della penitenza ci ricollega come membra
sane e vive, da inferme o morte, che eravamo; e qui comincia la novità della
riflessione, che la pubblicazione del nuovo Ordo paenitentiae,
testè promulgato in seguito al rinnovamento liturgico voluto dal Concilio, offre
alla nostra coscienza ecclesiale: come ogni nostra mancanza personale si
riflette sul nostro rapporto essenziale e vitale con Dio, così si riflette su
quello comunitario, ch’è pure analogicamente essenziale e vitale e ci collega
col corpo mistico di Cristo, cioè con la Chiesa santa e viva di cui siamo
membra; e anche qui, come sempre nel nostro mondo religioso, la meraviglia e la
gioia, vibrazioni caratteristiche della vita, non mancano! Essere parte santa e
viva della Chiesa di Dio, della umanità redenta! Fratelli e Figli! faremo bene a
dedicare a questo tema della penitenza sacramentale rinnovata nello spirito e
nel rito una particolare attenzione. Si tratta precisamente d’un nostro
supremo interesse, la nostra salvezza.
E si tratta di camminare sul crinale di quei due grandi abissi (di cui
abbiamo altra volta fatto parola), che sono, da un lato, quello del peccato, su
cui la mentalità moderna ci accieca e ci fa perdere la visione vertiginosa delle
sue paurose e mortali profondità; dall’altro, dicevamo, quello dell’Amore, della
bontà, della misericordia, della grazia, della risurrezione, che Dio nel piano
della redenzione, e quindi dell’azione sacramentale della Chiesa, offre alla
nostra libertà. Primo quadro.
Secondo. Questa nostra libertà, che dovrebbe impetuosamente, ma più spesso
gradualmente dirigersi verso l’oceano della salvezza, si chiama, in questa fase,
ripetiamo, conversione, cioè scelta, orientamento, rivolgimento della nostra
psicologia adagiata sulle proprie abitudini disordinate, incline alla facilità
delle proprie istintive passioni egoiste ed inferiori, verso il Bene, verso la
vera vita, il Dio che viene, come il buon Pastore evangelico, in cerca di noi.
Questo è il momento, ben si sa, soggettivamente decisivo della metanoia,
della penitenza; è quello del pentimento, della contrizione, la quale ha
di proprio che immette nella cosciente deplorazione delle proprie mancanze i
motivi più veri e più forti: quelli dell’offesa a Dio e dello strappo dato alla
comunione ecclesiale, oltre a quello dell’indegnità con cui s’è profanata la
propria personalità configurata sulla immagine divina. Terzo. È quello della
scena rituale. Quello del «come si fa», praticamente. Qui la riforma liturgica
ha avuto notevoli sviluppi.
E cioè essa contempla tre possibili forme di riconciliazione. Vi accenniamo
appena. La prima forma è quella individuale, sempre in uso, ma con accentuata
esigenza delle disposizioni personali e del riferimento a quella Parola di Dio,
dalla quale giunge a noi il beato messaggio della divina bontà e verso la quale
dobbiamo polarizzare la nostra anima prima convertita e poi giustificata. È la
forma consueta, ma arricchita di coscienza, di gravità, di ascoltazione oltre
che di confessione, di delibazione, se così si può dire, dell’Amore divino e del
gaudio ineffabile del sapersi risuscitati alla vita divina. Non avremo mai fatto
abbastanza l’apologia del sacramento della riconciliazione, ch’è per noi
peccatori un rinnovato battesimo di rinascita soprannaturale. La seconda
forma è quella della preparazione collettiva, seguita dalla confessione e dalla
assoluzione individuale. Essa congiunge il duplice pregio dell’atto comunitario
e dell’atto personale. È la forma migliore per il nostro Popolo, quando è
possibile; ma suppone di solito la presenza simultanea di parecchi ministri del
sacramento; e ciò, non è sempre facile. Ma noi ci auguriamo, specialmente per i
gruppi omogenei: ragazzi, giovani, lavoratori, malati, pellegrini, eccetera,
ch’essa diventi di più abituale celebrazione, perché consente una migliore
preparazione e un più ordinato svolgimento.
Poi v’è la terza forma, con riconciliazione collettiva e assoluzione unica e
generale. Ma questa forma ha carattere eccezionale, di necessità, in casi
consentiti dal Vescovo e con l’obbligo residuo dell’accusa individuale, in un
momento successivo, dei peccati gravi, cioè mortali. Tutte queste cose le
avete già sentite ripetere, e le sentirete ancora. Sentirete anche precisare e
rettificare certe notizie inesatte, che sono state divulgate circa il nuovo rito
del sacramento della penitenza, come quella dell’abolizione dei confessionali:
il confessionale, in quanto diaframma protettivo fra il ministro ed il
penitente, per garantire l’assoluto riserbo della conversazione loro imposta e
loro riservata, è chiaro, deve rimanere. (Si può ricordare, ad esempio, ciò che
scrive il Guitton circa un singolare sacerdote, maestro di spirito, pensatore
finissimo, l’Abbé Guillaume Pouget, Lazzarista, al quale - Paris, rue de Sèvres,
85 - andava facilmente ogni genere di persone, spesso rinomate e altolocate;
andava nella sua stanza e spesso finalmente si confessava, perché era cieco) (Cfr.
J. GUITTON, Portrait de M. Pouget, Gallimard 1941; Dialogues
avec M. Pouget, Grasset 1954).
Ma due cose, molto semplicemente, noi vorremmo raccomandare in ordine a
questo tema, che crediamo molto importanti. La prima, a tutti: quella di dare e
di restituire, se occorre, al sacramento della Penitenza la funzione capitale,
ch’esso riveste nella vita cristiana; non v’è, in pratica, redenzione dalla
fragilità umana, si può dire, e non v’è vocazione vera alla sequela di Cristo, e
perfezione spirituale, che non derivi dalla frequenza severa e sapiente di
questo sacramento; sacramento dell’umiltà e della gioia. L’altra ai Sacerdoti:
quella di raccomandare loro la stima, la pratica, la pazienza e l’arte della
cura d’anime, proprie di questo ministero. Non si tratta di dare al proprio
sacerdozio un indirizzo «integralista», come si dice, individualista, assente
dai grandi problemi comunitari e sociali; si tratta d’essere fedeli alla propria
vocazione di ministri della grazia e di specialisti nella medicina delle anime,
quanto e più dei moderni psicologi e psicanalisti. Due raccomandazioni
vivissime, con la nostra Apostolica Benedizione (Cfr. R, GUARDINI, La
coscienza, Morcelliana, Brescia; Valore e attualità del Sacramento
della Penitenza, Pianazzi e Triacca, Pas Verlag 1974).
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