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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 25 febbraio 1976

 

Vivere in coraggiosa e serena pienezza la nostra speranza cristiana

La speranza, sì, la speranza. Che parola è questa? Una parola che ascoltiamo volentieri, in mezzo come siamo a tante incertezze e a tante tribolazioni. Noi la ascoltiamo volentieri, come una risposta alle attese, che la vita moderna rende più consistenti e più urgenti; come una promessa, che trasferisce nel futuro l’oggetto dei nostri desideri, a cui il presente non dà corrispondente soddisfazione; come un credito che promette d’ottenere sicuramente ciò che la delusione presente per un mancato conseguimento ci fa maggiormente desiderare. L’esperienza della vita non fa che accrescere i nostri desideri; più si ha e più si vorrebbe avere; e, se questa aspirazione non è un inganno fatale, di speranza si vive. Non possiamo, non dobbiamo dire: basta! dobbiamo tendere ad un aumento, ad un progresso, ad un più, che non ci dà pace, finché almeno noi non siamo sicuri oggi di ottenerlo domani. Questa è la speranza.

E noi siamo oggi stimolati a questa proiezione nel futuro della nostra ricerca di ciò che ci manca da un duplice motivo: le condizioni esteriori d’insufficienza, di precarietà, di disordine, e quindi da un bisogno di riparazione, di rinnovamento, di giustizia, di cui è alimentato il dinamismo della vita moderna; possiamo ricavare da queste complesse e tormentate condizioni la tensione, cioè la speranza naturale propria del nostro tempo. L’altro motivo, che si intreccia spesso col primo, è interiore; nasce dalla sofferenza umana, congenita alla natura propria dell’uomo, il quale non è mai contento realmente finché non abbia conseguito quel bene, quella pienezza, quella felicità, a cui l’uomo è essenzialmente ordinato; come l’occhio non è mai appagato finché non abbia la luce. E perciò la speranza è rivolta ad una meta trascendente, all’Infinito, a Dio. Ancora una volta ritorna come vera, come unica la celebre parola di Sant’Agostino: Tu (o Signore), ci hai fatti per Te; e il nostro cuore è inquieto finché non si riposi in Te (S. AUGUSTINI Confessionum, 1, 1: PL 32, 661). A questa aspirazione fondamentale della nostra vita risponde il tentativo supremo della speranza naturale, che rimane ordinariamente allo stato drammatico e stupendo, ma incompleto di desiderio, di invocazione, di sogno; e nella sua incompletezza facilmente viene meno e si spegne nello scetticismo e spesso nella disperazione. Ma vi è un’altra risposta a quell’aspirazione, ed è data dalla speranza, che non delude (Rom. 5, 5), la speranza cristiana, quella fondata sulla fede (Cfr. Hebr. 11, 1).

Ora di questa speranza religiosa, che investe sotto tanti aspetti anche la vita naturale, noi dobbiamo parlare, se vogliamo ricavare dall’Anno Santo, testé celebrato, il rinnovamento che gli deve essere proprio; abbiamo detto: la civiltà dell’amore. Anch’essa affonda le sue radici nella speranza cristiana. Non si può davvero amare con un amore generatore d’un avvenire ideale, senza speranza; senza la vera speranza, ch’è quella invitata al superamento dei limiti e degli ostacoli, propri degli orizzonti temporali.

Una delle grandi tentazioni, ed anche dei più gravi malanni della nostra età, è quella contro la speranza portata da Cristo nel mondo: Abbiate fiducia, Egli ha detto, Io ho vinto il mondo (Io. 16, 33). Spesso si annida in fondo ai nostri animi la fiducia sulla capacità del cristianesimo di rinnovare veramente la vita degli uomini, degli uomini moderni specialmente, imbevuti d’altre speranze precarie e spesso fallaci, come sono quelle materialiste, ma estremamente suggestive (Cfr. Io. 16, 20: voi piangerete e vi rattristerete, mentre il mondo godrà). Quale efficacia può avere la nostra professione cristiana a fronteggiare e a risolvere i problemi odierni, su scale ingigantite dal progresso tecnico e sociale? E allora si spiega, con mal celata rassegnazione, sull’incertezza di un cristianesimo, vissuto senza fermezza interiore, senza rigore morale, senza incidenza nella vita pubblica. E forse, non valutando l’errore del calcolo globale circa la fortuna della vita, si trascura di considerare il peso, anche temporale, proprio della speranza escatologica, cioè quella della vita eterna.

No, così. Dovremo vivere in coraggiosa e serena pienezza la nostra speranza cristiana. Non solo per una consuetudine tradizionale, di cui sovente le lapidi dei nostri cimiteri conservano memoria e testimonianza; non solo per un impegno storico, che tanto è penetrato nella nostra spiritualità. E nemmeno per un indolente quietismo, che pensa ad un tollerabile e fortunato risultato dal gioco intrinseco delle causalità naturali. Ma per altri motivi!

Vi accenniamo appena. La speranza dev’essere fondata, innanzitutto, sulla solidità delle nostre idee, della nostra filosofia, della nostra concezione della storia e della vita; in altre parole, sulla verità della nostra fede. Chi crede, spera. E poi sappiamo che l’ottimismo della nostra speranza può essere fondato anche su avvenimenti che le sono apparentemente, umanamente contrari, perché tutto cospira al bene di coloro che amano Dio e sono stati chiamati secondo il suo disegno (Rom. 8, 28). Ed infine perché una guida vigile e paterna, la Provvidenza, conduce le nostre vicende personali e la storia intera (Cfr. A. MANZONI, I Promessi Sposi, conclusione).

Perciò, Figli e Fratelli, speranza e coraggio. Con la nostra Apostolica Benedizione.

                               

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