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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 17 marzo 1976

 

Questa è l'ora storica per la preghiera forte

Questa è un’ora storica per la preghiera forte. Intendiamo per preghiera forte un’invocazione a Dio, Padre di misericordia, espressa con intensità di sentimento religioso, con fiducia filiale che, al di là delle circostanze difficili e sfavorevoli, implori un soccorso che il gioco delle causalità naturali conosciute non lascerebbe supporre, e che, anche se non esaudita nella misura e nella forma della nostra mentalità umana, sa che tutto può risolversi in bene per chi vive nella sfera della fede in Dio e dell’Amore suo immenso e misterioso per noi, e del nostro umile e filiale per lui.

Qui tutta la dottrina sulla preghiera, non poco complessa e controversa, esigerebbe una esposizione chiara, capace di sostenere le ondate di obiezioni, che investono le sue basi, sia negando l’esistenza d’un Dio provvido e buono, sia supponendo che il meccanismo delle forze, in cui la vita umana è impegnata, sia fatalmente determinato, o che non convenga all’uomo, anche religioso e pio, uscire dal quietismo rassegnato ai travolgenti e imperscrutabili disegni divini, arbitri adorabili delle sorti umane, altro non restando all’uomo che curvare passivamente la fronte, dicendo non sapientemente: fiat voluntas tua. La preghiera non avrebbe senso di fronte a simili obiezioni (Cfr. S. THOMAE Summa Theologiae, II-IIæ, 83, 2). Invece no: noi sappiamo due cose, che Dio esiste, è buono, è provvido, è potente, è vicino, è, in una parola, Padre onnipotente; e sappiamo che l’uomo è libero, e che nel governo di Dio sul mondo è ammesso, voluto anzi il concorso della libera collaborazione dell’uomo; in questo senso egli prega perché si compia, lui docile e solidale, la volontà di Dio.

A noi ora basta per la nostra affermazione sulla impellente necessità della preghiera ricordare le parole, tanto ripetute, di Cristo Signore : «chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto . . . Chi di voi al figlio, che chiede un pane, darà una pietra? . . . Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!» (Matth. 7, 7-10). «Finora, aggiunge in altro discorso il Signore, all’ultima cena, voi non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete ed otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (Io. 16, 24). L’efficacia della preghiera, anche di quella interessata al proprio bene, la petitio (e non solo quella che si innalza a lodare Dio e a cercarlo e ad unirsi misticamente a Lui, la elevatio mentis) (Cfr. S. TERESA, Cammino di perfezione; Castello interiore), ha valido corso nel regno di Dio, nell’economia religiosa della Chiesa, nel governo spirituale del mondo.

Quindi pregare dobbiamo, e pregare forte. Questa, noi pensiamo, deve essere una conseguenza della celebrazione dell’Anno Santo, che tanto ha fatto, e con frutto, per dissigillare le labbra mute e chiuse dell’uomo moderno e per rimettere nella sua capacità espressiva il balbettio, il colloquio, l’invocazione, il canto del rinnovato rapporto con Dio. La preghiera, anche quella che chiede pane e salute, pace e gaudio e carità per l’uomo stanco e pellegrino sui sentieri sterili della esperienza contemporanea, non solo è lecita, ma desiderata, comandata dal Vangelo. Essa può essere, sì, il linguaggio superiore della civiltà dell’amore, che l’Anno Santo ha voluto nuovamente inaugurare. Pregare forte, inoltre, perché le tempeste della storia si fanno ogni giorno più minacciose. Vi sono tante cose belle, nuove e buone nel mondo; sosteniamole; ma quante altre nuove e gravi incombono sui Popoli inquieti, gaudenti e sofferenti. I pericoli non mancano; siano essi stimolo a preghiera più assidua, più cosciente e più fervorosa.

Sì, pregare, Fratelli, ora che la Chiesa ha riformato la sua preghiera ufficiale, la liturgia, rinnovandone e riesumandone i testi migliori, aprendone l’intelligenza con l’uso nel culto divino delle lingue parlate, e favorendo la partecipazione dei fedeli (che vogliano essere veramente tali), con tanta premura e con tanta dignità. È venuta l’ora, per il Popolo di Dio, di dare prova d’intelligenza e d’obbedienza. Dobbiamo fare coro. Né ostinate e irriverenti nostalgie alle forme di culto, pur degne dei tempi passati, né arbitrarie e non meno irriverenti così dette « creatività » nell’azione sacra e sancita della Chiesa potranno giovare sia all’autentica spiritualità delle nuove generazioni, sia alla sua fondamentale unità di spirito e di azione, voluta da Cristo, specialmente nell’atto di culto (Cfr. Matth. 18, 20), per la sua Chiesa, e oggi tanto più necessaria quanto meno è contenuto, nonostante l’ecumenismo, l’istinto centrifugo, di cui soffrono certe zone della vita religiosa.

E diremo di pregare anche a quegli spiriti, non sempre presenti all’assemblea liturgica, ma assetati di qualche sincera e personale certezza religiosa, giovani specialmente. Dio non è lontano. Cristo è forse con loro, misterioso viandante sul sentiero vespertino della loro esperienza delusa, dell’incantesimo d’un mondo materialista e sensuale, per svelare dove, anzi Chi sia la Verità. Pregare dovete, anche voi amici lontani, nel silenzio o nel singhiozzo del cuore, in una solitudine che sa di vocazione. Ascoltate la voce del Profeta: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino» (Is. 55, 6)

Alla vostra preghiera, Figli e Fratelli, sia stimolo la nostra Apostolica Benedizione.

                         

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