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PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 3 agosto 1977

 

Cattolicità nella Chiesa e vocazione missionaria

Venerati Fratelli e diletti Figli e Visitatori!

Una parola, una parola soltanto, ma quanto basti a stabilire, in questa Udienza estiva, un rapporto spirituale fra voi tutti e la nostra umile, ma paterna persona.

La parola è quella che tutti, noi speriamo, ci definisce: «cattolici». Essa si collega con quella da noi ricordata nella precedente Udienza, la parola su l’unità della Chiesa; e l’una e l’altra si riferiscono alla professione di fede, che noi, sempre gravemente, pronunciamo recitando il «Credo»; affermando cioè: «Io credo ... nella santa Chiesa cattolica», o più precisamente come è detto nel Simbolo adottato nella celebrazione della Messa: Io credo la Chiesa «una, santa, cattolica ed apostolica».

Donde viene questa qualifica della Chiesa, insignita del titolo di «cattolica», che noi non troviamo testualmente nella Sacra Scrittura? Gli studiosi ci dicono che il primo ad attribuire la qualifica di «cattolica» alla Chiesa è stato S. Ignazio d’Antiochia, celebre martire al principio del II secolo, a Roma, scrivendo alla Chiesa di Smirne (S. IGNATII ANTIOCHENI Ad Smyrnaeos, 8, 2) una delle sue famose lettere. Ma non manca certo nel nuovo Testamento, il concetto di «cattolico» riferito alla Chiesa. Basta ricordare le ultime parole del Signore alla fine del Vangelo di San Matteo: Gesù risorto si congeda dagli Apostoli, prima di salire al cielo, dicendo loro: «... andate e istruite tutte le genti» (Matth. 28, 19). Che cosa significa il termine «cattolico»? Significa universale, e si riferisce direttamente al «corpo» della Chiesa, come l’unità si riferisce allo Spirito che la fa divinamente vivere; le due proprietà, o note, cattolicismo e unità, si integrano a vicenda per significare la cattolicità: mistero meraviglioso che non possiamo conoscere nel suo trascendente disegno, se non per la fede, che ci fa scoprire e ammirare l’Amore di Dio per tutta l’umanità (Cfr. 1 Tim. 2, 4), e ci aiuta ad ammirare poi la vocazione missionaria della Chiesa, e la sua attitudine ad estendersi a tutta la terra, a tutti comprendere cioè, a inserirsi in ogni popolo, e a fare fratelli tutti gli uomini. E ciò non certo come risultato d’una sopraffazione d’un popolo su l’altro, d’una classe sociale su altra classe sociale, d’un totalitarismo inesorabile e intollerabile, che può nascere dalla unificazione forzata e artificiale dell’umanità, non più libera della libertà dei figli di Dio, ma che può sorgere solo dalla diffusione del regno loro aperto da Cristo, oltre l’orizzonte di questo mondo, il quale pure può derivare dalla cattolicità della Chiesa feconde ed inesauribili sorgenti di temporale civiltà.

Basti per ora. Con l’esortazione a meditare e ad amare questo titolo di «cattolico», ch’è essenzialmente inserito nell’economia autentica del Vangelo, e che si riversa sulla nostra vocazione alla sequela di Cristo per allargare i nostri cuori all’ampiezza sconfinata della carità di Dio per noi e per l’intera umanità.

                            

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