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SANTA MESSA A FRASCATI
OMELIA DI PAOLO VI
Domenica, 1° settembre 1963
Il primo
saluto del Santo Padre è per il Signor Cardinale Cicognani, Vescovo del titolo
della Chiesa Suburbicaria di Frascati, Suo degnissimo e veneratissimo Segretario
di Stato. Quindi al Presule e ai sacerdoti del clero di Frascati; al Signor
Sindaco, e a tutte le autorità civili presenti; ai fedeli che vede tanto
numerosi e ferventi attorno al Papa venuto fra loro. Tutti siano salutati e
benedetti.
GLORIE ANTICHE E NUOVE DI FRASCATI
Ognuno sa quali sono i motivi della visita. Precipuo è quello di rendere onore
ad un Santo, che Frascati può ascrivere fra i suoi cittadini onorari: San
Vincenzo Pallotti. In questi giorni quei diletti figli circondano di profonda
venerazione, e cercano di rievocare la memoria della vita, degli esempi,
dell’opera di lui; soprattutto col porre in risalto la sua santità, e, inoltre,
riaffermando i propositi di imitare i suoi esempi, di lavorare a che la grande
lezione da San Vincenzo Pallotti offerta al mondo odierno, anche qui, anzi
specialmente qui, dove egli celebrò la prima Messa e dove scrisse e consegnò al
futuro le regole della sua Istituzione, abbia, quale eredità, una nuova e bella
fioritura di egregie iniziative. Questo è lo scopo del pio pellegrinaggio di
Paolo VI, Che si associa, con tanta compiacenza e venerazione, al solenne atto
di culto e partecipa anche agli intenti dei Suoi figli con profonda letizia e
col desiderio di avvalorarli della Sua esortazione e della Sua benedizione.
Né, d’altronde, può esservi distrazione; sembra, anzi, che faccia parte proprio
dell’avvenimento il rilievo, fatto dal Papa, entrando a Frascati, del fascino di
questa Città. Non si può venire a Frascati indifferenti o senza l’avvertenza, si
direbbe, di una sinfonia di voci che chi sa ascoltare deve qui intendere ed
apprezzare. Incominciano i forestieri a rendere celeberrima questa città. In
quante parti del mondo si sente riprodotto questo nome, appunto perché ha una
sua notorietà, un suo incanto particolare. I visitatori provenienti da altre
nazioni dichiarano, infatti: diamo anche noi il nome di Frascati a un ambiente
che qualche cosa rievoca della bellezza di quella città. Così si trova
Frascati a Varsavia, in America, in Irlanda e altrove. Segno di un vero potere
di impressione che altre città non hanno. Chi ha buon orecchio per intendere,
ascolta qui echi lontani, lontanissimi, tanti e tanti da alimentare sia il mondo
romantico che le memorie classiche. Inoltre chi ha l’udito storico più affinato,
sentirà, con aperto interesse, le voci del Tuscolo e quelle delle vicende
medioevali, così drammatiche, talvolta oscure e spesso molto importanti. Sentirà
poi nitida la voce dell’età moderna, dei secoli succeduti al Rinascimento,
quelli che hanno dato a Frascati il volto che ancora conserva, con le chiese, le
ville e le insigni memorie dei suoi personaggi. Non è senza significato il fatto
che, dopo Roma, nessuna città ha dato tanti Papi alla Chiesa quanti ne ha dato
Frascati. Ciò attesta una vitalità spirituale, politica, sociale, una cultura di
altissima risonanza ed estensione, tali da concorrere alle vicende di interi
secoli.
UNA PROVA TERRIFICANTE
Tuttavia non per questo il Papa oggi si è recato a Frascati. Prima però di
diffondersi sulla ragione essenziale, Egli è lieto di ricordare come gradita Gli
sia l’armonia di tutte queste voci; anche perché, a un certo punto, si arriva a
memorie recenti, e il concento si trasforma, purtroppo, in fragore di guerra.
Sua Santità ha tuttora davanti agli occhi la scena delle immense fiamme che
salivano da questo suolo a seguito di terribile bombardamento, che Egli poté
osservare dalla terrazza del suo appartamento nella Città del Vaticano. Ricorda
le angosciate esclamazioni con le persone vicine: guarda, guarda Frascati che va
a fuoco! Guarda come è polverizzata a causa della spietata rovina che le piomba
dal cielo. E ricorda poi quanto seguì: il deserto a Frascati, l’abbandono; la
fuga degli atterriti superstiti; ed episodi, che fanno veramente onore al
Vescovo Ausiliare qui allora residente, alla cui eroica condotta dobbiamo
rendere omaggio: Mons. Biagio Budelacci. Con poche persone egli vagava tra le
rovine per assistere e curare i feriti; cercare e trasportare i cadaveri. Lavoro
difficilissimo, perché oltremodo esiguo il numero degli abitanti rimasti. Povera
Frascati! Sembrava la fine. Questa immagine di guerra deve pur rimanere non per
rendere triste la memoria e il pensiero dedicati alla città, ma per rievocare
anche le sue gravi ore tragiche che devono rendere più saggi, migliori e ancor
più fedeli i suoi abitanti.
COSPICUE FIORITURE PASTORALI
Oggi la città è tutta un fiore. Le sue ville si sono ricomposte, e si annoverano
tra le più splendide del mondo. Le sue istituzioni rendono il suolo di Frascati
altamente ricco di vita spirituale, che fa scorrere verso Roma, e da Roma
riceve, correnti spirituali magnifiche: case religiose, collegi, istituzioni
varie, che hanno sempre reso Frascati una città fedele alla Roma cattolica. Al
Signor Cardinale Cicognani il Santo Padre esprime compiacimento perché la
risorta e restaurata città riceve, ora, tanto impulso dal cuore generoso del
Porporato, assistito dallo zelante operaio del Vangelo, il nuovo Vescovo
Monsignor Liverzani. Il Papa è lieto di vedere che la città non è solo rinata
materialmente nella imponenza edilizia, ma attinge con ampiezza alle sue
tradizioni culturali, spirituali e cattoliche. Ne è segno, e quasi presagio, la
presenza del Santo, al cui pensiero, alla cui venerazione l’animo si volge per
sigillare, in questo nostro atto di culto, il proposito che l’opera sua
continuerà, feconda quale limpida sorgente di nuova vita religiosa e cristiana.
È infatti nelle intenzioni di Sua Eminenza e del Vescovo di fondare qui una
stazione della Società dell’Apostolato Cattolico, che deve a San Vincenzo
Pallotti la sua origine. Il che vuol dire non soltanto onorare il Paliotti nelle
sue veneratissime Spoglie, ma avere il Pallotti vivo nel suo spirito e con le
energie che egli ha saputo suscitare nella Chiesa di Dio.
È ormai acquisita, - e Sua Santità vuol rendere onore anch’Egli alla conclusione
della biografia tanto interessante e così edificante del Santo - la certezza che
San Vincenzo Pallotti è stato un precursore. Ha anticipato, quasi di un secolo,
la scoperta - è far torto, forse, alla tradizione cristiana dire questa parola,
ma bisogna essere realisti e usarla - la scoperta che anche nel mondo dei laici,
sino ad allora passivo, dormiente, timido e inabile ad esprimersi, c’è una
grande capacità di bene. Il Santo, percotendo quasi questa coscienza del
laicato, ha fatto scaturire energie nuove; gli ha dato la nozione delle sue
possibilità appunto di bene, ha arricchito la comunità cristiana di una quantità
di vocazioni non solo all’accettazione passiva e tranquilla della fede, ma alla
professione attiva e militante di essa.
L'OPERA PRECORRITRICE DEL PALLOTTI
È stato, per usare una parola del grande Pontefice Pio XI, il «precursore
dell’Azione Cattolica», e cioè di quella forma di vita cristiana che associa il
laico volontario all’opera di evangelizzazione, edificazione, santificazione,
affidata quale mandato specifico da esercitare, alla Gerarchia ecclesiastica. Ha
costruito così quel ponte fra il Clero e il laicato, che è una delle vie più
percorse dalla spiritualità moderna, e che danno maggiore speranza alla Chiesa
di Dio. Realtà, questa, atta a dimostrare la perenne, la sempre primaverile,
l’eterna vivacità della Chiesa. Tuttavia essa non è così compresa, così
sviluppata, così onorata dallo stesso laicato cattolico, da non richiedere di
essere incoraggiata ancor oggi e di essere ancora oggi sviluppata. Da Vincenzo
Pallotti ci viene, adunque, una lezione estremamente attuale: quella cioè di
onorare la vocazione, come oggi si usa dire, dell’età adulta del laicato.
Sarebbe interessante esaminare come Vincenzo Pallotti abbia avuto innanzitutto
ciò che posseggono i Santi: una avvertenza, che diventa in loro dolorosa e quasi
drammatica, in un primo tempo; la percezione del male, dei bisogni, delle
mancanze, della diffusa infedeltà alla misericordia ed alla grazia di Dio. Molti
cristiani continuano ad essere dei passivi, dei dimentichi, per non dire persino
disertori, alcune volte, della grande chiamata, che Iddio, col cristianesimo, ha
largito al mondo. Egli ha chiamato tutti ad essere figli, ad essere dei seguaci
di Cristo, ad essere dei professanti la sua fede e degli esercitanti la sua
carità. Questa umanità, che ha raccolto la grande vocazione cristiana, non poche
volte, purtroppo, si dimentica, cade nel torpore, o ritorna alle sue abitudini
temporali e s’infossa negli interessi immediati della vita esteriore. Questi li
ritiene prevalenti, positivi, capaci di saziare i desideri umani, e superiori al
grande invito emanante dal Cielo con la Rivelazione evangelica. In tal modo la
società cristiana diventa spesso inerte e insensibile; chi invece diventa quasi
il manometro rivelatore di queste onde divine calate sul mondo, sono le anime
grandi, sono i Santi. Uno di questi Santi, il Pallotti, ha percepito,
innanzitutto, il vuoto, il vacuo morale e spirituale del suo tempo. Siamo nel
periodo successivo alla rivoluzione francese con tutti i disastri e le idee
disordinate e caotiche e nello stesso tempo frementi e ancora fiduciose, che
quella rivoluzione aveva posto negli uomini del secolo antecedente. C’era grande
bisogno di mettere ordine e, si direbbe, di staticizzarlo, di renderlo saldo
come deve essere. Nel contempo si notava il fermento di qualche cosa di nuovo;
c’erano delle idee vive, delle coincidenze fra i grandi principi della
rivoluzione, che null’altro aveva fatto se non appropriarsi di alcuni concetti
cristiani: fratellanza, libertà, uguaglianza, progresso, desiderio di sollevare
le classi umili. Adunque, tutto questo era cristiano, ma ora aveva assunto
un’insegna anticristiana, laica, irreligiosa; tendente a snaturare quel tratto
del patrimonio evangelico, inteso a valorizzare la vita umana in un senso più
alto e più nobile.
Ed ecco allora il Santo avvertire, da un lato, il vuoto, cioè il bisogno in ciò
che tutt’intorno si manifesta e, dall’altro, ascoltare questa voce discesa dal
Cielo con l’appello limpidissimo: Guarda, è necessario ricomporre una società
cristiana; bisogna risvegliarla; guarda che siamo responsabili! Parola
tremenda, dinamica, inquietante, energetica; e chi la capisce non può più
restare insonne e indifferente; sente che siffatta parola cambia non poco del
programma, forse meschino e forse borghese, della propria esistenza. Siamo
responsabili del nostro tempo, della vita dei nostri fratelli; e siamo
responsabili di fronte alla nostra coscienza cristiana. Siamo
responsabili di fronte a Cristo, dinanzi alla Chiesa e alla storia; al
cospetto di Dio. Parola, dunque, atta a rimettere un dinamismo particolare nelle
anime di chi la comprende.
IMPRESCINDIBILE RESPONSABILITÀ
Questa parola è familiare ai Santi. Essi, anzi, l’accettano e la pongono nel
giusto valore poiché, talvolta, i termini responsabilità, miseria, risveglio,
potrebbero ingenerare, in molti, un senso di scetticismo e di pessimismo e,
quasi, di disperazione, alla quale tanto spesso anche i moderni si rassegnano.
Non udiamo forse spesso il tedioso lamento: Ma che volete farci; il mondo è
sempre stato così; non è possibile; la cognizione vera della natura umana dice
che è impastata di debolezza, di miserie; perché insistere nel lottare, nel
battersi a vuoto a voler essere gli idealizzatori di grandi conquiste, quando la
povera argilla umana non è capace di reggersi in piedi?!
PODEROSA ANTIVEGGENZA DEI SANTI
I Santi no; i Santi si ribellano a questa visione pessimistica, alle conclusioni
che autorizzano tutte le pigrizie e tutte le rinunce. Il Santo vede: ed ecco la
scoperta. Vede che è possibile; che c’è qualche cosa di nascosto e può essere
tirato fuori da questa psicologia dell’uomo caduto, dell’uomo fragile, dell’uomo
abituato alla propria debolezza. Vede che l’uomo è redimibile; è ricomponibile
in forma e statura nuova. Vede che, validamente diretto e preparato, può
esprimere il santo, l’eroe, il grande, l’uomo vero, colto, buono; l’uomo della
società nuova e moderna come noi la idealizziamo. È il pioniere. Il pioniere di
Cristo solitamente si dirige a quelli che hanno l’investitura normale di
suscitare santità e forze morali nel mondo e cioè al clero; fa a noi Sacerdoti
carico dei malanni che stanno circondando l’umano consorzio, il mondo e la
Chiesa. Il Santo - e questo è il lato geniale della sua visione spirituale e
sociale - sa che il laico stesso può diventare elemento attivo. È uno degli
argomenti più ripetuti e più sviluppati da quando l’Azione Cattolica, cioè il
vitalismo spirituale comunicato anche ai laici nei nostri giorni, è diventata un
insegnamento ordinario nella nostra storia religiosa. Eppure esso non è ancora
abbastanza predicato, né soprattutto abbastanza compreso. I laici devono salire
a questa coscienza. Essa non è data, è bene saperlo, soltanto dalla necessità di
allungare le braccia del Sacerdote che non arriva a tutti gli ambienti e non
riesce a sostenere tutte le fatiche. È data da un qualche cosa di più profondo e
di più essenziale, dal fatto, cioè, che anche il laico è cristiano. Dall’interno
della sua coscienza squilla una voce: Se sono cristiano, devo professare questa
mia fortuna e questa mia vocazione. Se sono cristiano non devo essere un
elemento negativo, passivo e neutro e forse avversario dell’onda di spirito che
il cristianesimo pone nelle anime. Devo essere anch’io immenso e direi quasi
trascinato nella circolazione della grazia; e diventare anch’io, laico, capace
non foss’altro di aderire, di aiutare, di far eco. Ora, una meraviglia del
nostro tempo è questa: mentre nelle età precedenti la Gerarchia aveva avocato a
sé, completamente, sia la responsabilità, sia l’esercizio di ogni ministero
santificante, evangelizzante, e il laico restava buon fedele, buon ascoltatore;
oggi il laico si è risvegliato con la cultura moderna ad una sua vocazione.
Ripete, quindi, con entusiasmo: Anche io, anch’io devo fare qualche cosa. Non
posso soltanto essere uno strumento passivo e insensibile.
Altro evento mirabile: la Gerarchia stessa chiama, oggi, il laico a collaborare
con lei. Non è più esclusiva; non è gelosa - in realtà non lo è mai stata - ma
stupendo è il suo appello. Venite con me - essa dice -; cerchiamo di
coordinarci; vediamo di suscitare armonie di ideali e di programmi, per
distribuire, poi, le attività da compiere. È la Gerarchia stessa a volere il
laicato al suo fianco perché l’aiuti. Tutti chiama, a tutti ricorda: È l’ora,
dei laici; è l’ora delle anime, le quali hanno compreso che l’essere cristiani
costituisce fortuna perché può associare appunto a questo ministero di salvezza,
ma può anche costituire un grande peso, rischio, dovere. Si tratta, infatti, di
portare, col clero, la Croce del Signore in mezzo alla società e di predicare il
Cristo, che sempre ha intorno a sé il dramma della contraddizione: chi lo
accetta, chi lo impugna, chi lo vuol crocifiggere; si tratta di portare questo
dramma nel nostro mondo moderno.
L'APPELLO ODIERNO DELLA GERARCHIA
Questa, dunque, la vocazione che dobbiamo raccogliere dalla presenza,
dall’esempio, dal culto che tributiamo a Vincenzo Pallotti. La voce sua invita
tutti i buoni laici ad associarsi a questo superiore attivismo della Chiesa. La
Chiesa l’ha reso possibile perfino ai fanciulli, ai bambini. Non parliamo delle
donne, degli uomini di studio, degli uomini di lavoro, e anche di quelli che non
hanno i mezzi della cultura e della parola. A tutti ha reso possibile offrire un
contributo positivo di azione e di testimonianza cristiana.
Perciò il Santo Padre, recandosi tra i fedeli di Frascati nella città tanto
sensibile, anche in passato, alla chiamata della Chiesa, e che, nella sua storia
recente, documenta questa sua fedeltà; militante, è lieto di ripetere l’invito:
Anche voi, fedeli, anche voi, laici, venite ad aiutare l’opera della Chiesa.
Venite a confortare questo clero, divenuto scarso e insufficiente per il suo
vasto ministero. Venite a consolare questi alunni del Seminario che intendono
votarsi all’apostolato cristiano. Venite con la vostra intelligenza dei bisogni
sociali che ci circondano, e con la genialità nello scoprire le vie nuove in cui
si può far correre il Messaggio di Cristo. Venite soprattutto con questa
coscienza che il Papa oggi addita quale esortazione conclusiva della Sua
presenza. È ora di operare, bisogna operare oggi, oggi, perché questa è
la legge della coscienza cristiana. Quando si è sentito un dovere, non si dice:
farò domani. Bisogna agire subito.
AGIRE SUBITO: OGGI STESSO
In secondo luogo questo imperativo del fare oggi e subito è dato
dai bisogni, che sono veramente grandi appunto per chi li sa vedere. Non si dice
a uno che ha fame: vieni domani o posdomani. Il sostegno cristiano va dato
immediatamente a tutti questi movimenti che ci circondano, che potrebbero essere
fatali per la vita della nostra storia, del Paese, ed hanno un bisogno immenso
di chi diventi per essi apostolo, li disilluda dagli errori che li hanno mossi e
tuttora li incantano; un apostolo che sappia dire alle anime buone e generose
del nostro popolo: non questa via, ma la via di Cristo. La via, cioè, della
nostra civiltà cristiana, della nostra professione cattolica; della
ricomposizione di una famiglia che la Chiesa traduce in società cattolica
attiva.
Dobbiamo noi ricomporre questo ordine vivo e palpitante. Bisogna operare oggi
perché domani potrebbe essere tardi. I tempi sono gravi, e senza che se ne
proclami la solennità, possono rivelarsi come decisivi. Guardiamo di non essere
trovati pigri, lenti, riottosi figli del Vangelo e della Chiesa. Cerchino tutti
di essere i fedeli che portano alla Chiesa l’efficiente concorso di adesione, di
parola, di aiuto, e soprattutto di azione. Questa è, invero, la formula che la
Chiesa vuole oggi adottare e che il Signore, nel suo Spirito, vuol suggerire per
la salvezza del mondo: agire perché Cristo sia ancora e sempre il nostro Maestro
e il nostro Salvatore.
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