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CELEBRAZIONE DELLA PASQUA «TRANSITUS DOMINI»
NELLA PARROCCHIA DI SAN PIO X

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica, 16 febbraio 1964

 

Dato un paterno saluto al Signor Cardinale, ai Vescovi e Prelati, ai Sacerdoti ed al popolo, il Sommo Pontefice si dice lietissimo di poter conoscere la nuova magnifica chiesa, dedicata a S. Pio X; e di essere stato accolto con tanta effusione di filiale letizia, divenendo così, come era suo desiderio, partecipe, con i fedeli, della comune preghiera ed implorazione al Signore, e della generale speranza che Iddio ci abbia a benedire ed assistere.

Come primo pensiero da lasciare, quasi a ricordo dell’incontro, Sua Santità vorrebbe porre in evidenza - è cosa nota, ma sarà molto utile averla sempre presente - i criteri che hanno indotto il Papa a presiedere queste cerimonie e, a Dio piacendo, quelle che seguiranno nelle prossime domeniche.

IL MINISTERO PASTORALE DISPOSTO DALLA PROVVIDENZA

Il primo criterio è pastorale. Che cosa vuol dire pastorale? Lo sappiamo: il termine significa il rapporto intercedente fra chi è incaricato da Dio di distribuire la sua parola, i carismi, i misteri, i Sacramenti, la Grazia, e chi, dal Battesimo, è chiamato a ricevere così alti doni e a farli fruttificare. Occorre, cioè, mettere in evidenza la realtà di un sistema per diffondere la Grazia di Dio, chiamato appunto il Sacerdozio; il che è quanto dire la Chiesa nell’esercizio del suo ministero. Realtà ben conosciuta, ma non mai abbastanza rilevata nella sua mirabile provvidenzialità, nel suo mistero di amore, se consideriamo da Chi parte questo disegno. Dal Signore: il quale vuole servirsi degli uomini per salvare gli uomini. È il Signore che associa a Sé dei Ministri perché diventino idonei ad esercitare verso i fratelli la carità da Lui effusa per ogni anima.

Questo sistema, - lo si potrebbe definire quasi congegno, meccanismo umano -, con cui si partecipa la carità di Dio mediante la carità dei fratelli, costituisce un dono che merita immensamente la nostra riflessione e richiede, soprattutto oggi, nel nostro tempo, che ne abbiamo coscienza e rispetto, sino a polarizzare intorno a così sublime disegno i nostri pensieri, le nostre opere; e vedere quale è il risultato di un’aderenza al ministero in tal modo disposto dalla Provvidenza.

Siamo di fronte alla Chiesa: la società degli eletti; l’umanità che avanza nelle vie della salvezza. È l’impeto della carità divina, che si propaga attraverso lo sforzo dell’apostolato umano per rendere gli uomini figli di Dio e fratelli tra di loro: in una parola, quanto v’è di più bello, grande, significativo nella storia e nella vita.

I PARROCI DEL VESCOVO DI ROMA

Adunque: proposito del Sommo Pontefice è richiamare l’attenta devozione di tutti sopra questo piano voluto dalla misericordia di Dio per salvare gli uomini. Ora, il lato che può essere notevole, singolare, è il seguente. Di solito il Papa non compiva atti e riti come quello odierno. Varie le ragioni: ad esempio, in tempi più vicini a noi, il Papa non poteva uscire dal Vaticano; e, prima ancora, egli era oberato anche dalle cure del potere temporale. Va, inoltre, ricordato che i bisogni dei tempi cambiano e che ogni periodo della storia ha le sue particolari effusioni del ministero pontificio, oltreché di quello sacerdotale.

A Sua Santità è sembrato, adesso, utile per la carissima Roma, farle vedere quanto il Papa le appartiene e come l’ama, manifestando tale affetto, proprio con questi incontri diretti e colloqui, che, pur se brevi, sono atti a far riflettere sul punto essenziale: quello interiore, della preghiera intima, del conferimento, in ogni anima, della grazia dei Sacramenti. Il Santo Padre intende dimostrare come ciascuno: grandi, piccoli; uomini, donne; buoni, non buoni; lontani, vicini; ciascuno ha diritto di parlare con il Papa; così come Egli ha il dovere di prender cura di ognuno. È un rapporto che supera ogni dimensione di possibilità; ma esiste. E appunto in queste manifestazioni collettive richiama la generale attenzione, dapprima interiore, per poi rivelarsi anche all’esterno.

Due gli aspetti precipui di tanta verità.

Recandosi in una parrocchia nuova, - bella, grande, vitale come questa - il Successore di Pietro desidera, innanzitutto, onorare, confortare, benedire il ministero che qui si esercita; vale a dire l’attività del Parroco, degli altri Sacerdoti e di tutti quei Ministri di Dio che qui vengono per dare loro cooperazione nell’ufficio di assistenza spirituale.

RESPONSABILITÀ DI TUTTE LE ANIME

Intende, poi, onorare il Sacerdozio, teso, dato e consumato al servizio dei fratelli. Vorrebbe che fosse bene avvertita la differenza fra un sacerdote impegnato nel ministero pastorale e chi non lo è. Essa è ovvia. Sul Parroco incombe una responsabilità altissima. Grava sopra di lui ogni bisogno della società che lo circonda, della sua parrocchia. Deve rispondere, dinanzi a Dio, di tutte le anime, una ad una, che gli sono affidate. Per di più, chiunque può comprendere che tale responsabilità diviene una angustia, un tormento, un martirio per chi la sente e la vive. Perciò il Papa che, attraverso l’opera del venerato Cardinale Vicario, ha il mandato di affidare ad un sacerdote responsabilità di tale peso ed importanza, si sente solidale con i parroci tutti; ed oggi vuol ricordarlo al pastore della parrocchia di S. Pio X.

Gli dichiara che non lo lascia solo, che, perciò, vuole confortare e sorreggere; condividere con lui la croce di tanto peso ed importanza. Vorrebbe anzi salutare uno ad uno tutti i sacerdoti: conosce il loro stato di servizio; era a Pietralata il Parroco prima di venire alla Balduina; conosce Don Nicola e Don Giorgio, i Vice parroci e così gli altri. Pertanto anche ragioni cordiali e personali di stima rafforzano il gradito dovere di benedirli, consolarli; e dire ai parrocchiani quanto questi sacerdoti Gli sono cari e quanto perciò, anche per questo titolo, cari devono essere ai fedeli.

DOVERI DELLE COMUNITÀ DI FEDELI

L’altro pensiero è il seguente: il Santo Padre vuole pure onorare la comunità. Anche qui c’è un divario, e notevole. Fra la chiesa piena di gente, che compone una parrocchia e la chiesa piena di gente che non vi appartiene, c’è differenza. In mezzo alla folla di gente che si chiama fedele, e che costituisce la comunità parrocchiale esiste un vincolo particolare, una solidarietà propria, che la rende unita, ne forma una famiglia, molto diversa da una moltitudine priva degli specifici legami. Il Papa è venuto a ricordare che tutti sono figli, fratelli; che devono volersi bene, e avvivare una specie di società di mutuo soccorso spirituale; che devono essere tutti una sola vita, ed avere essi stessi la coscienza che appunto così si realizza la Chiesa. Per mezzo delle loro parrocchie essi formano un gruppo attivo, una cellula vivente dell’immensa famiglia che è la Chiesa Cattolica. È quindi nella carità, nella professione della medesima fede, nella preghiera, nell’impegno del vicendevole buon esempio, nell’associarsi nelle varie forme che tengono insieme i diversi nuclei parrocchiali, essi vengono costruendo - Cristo è con loro - la Ecclesiam meam.

Oggi Pietro viene a infervorare questo spirito unitario e a dire ai parrocchiani della «S. Pio X»: siate contenti e fieri di appartenere a tale comunità. Ognuno di voi le dia forza e consistenza; e badate che se poc’anzi si parlava della responsabilità del Parroco su cui tutto incombe, si può dire qualche cosa di simile di ogni membro della parrocchia, su cui, in certo senso, tutto ricade per la solidarietà di fini, doveri, mezzi, che deve compaginare e reggere insieme la comunità parrocchiale.

In altri termini, ciascun fedele senta imperioso e possente l’obbligo di amare, servire, sostenere, completare, santificare la propria Parrocchia.

Il secondo aspetto che caratterizza questi riti, stabiliti per le parrocchie romane, è il richiamo al criterio quaresimale. Tutti vogliamo dare a questo sacro periodo di tempo il significato della tradizione, e, per quanto possibile, la sua pienezza spirituale, il suo vigore morale, il suo significato collettivo e anche, si direbbe, mistico, secondo gli intenti della Chiesa quando lo istituì e lo arricchì di tante preghiere, e moniti, di tanti insegnamenti.

Tutti noi intendiamo celebrare bene la Santa Quaresima. I motivi sono numerosi. Basterebbe soffermarsi alla liturgia di questa prima Domenica, che si apre come fiume maestoso e quale sinfonia perfetta ad offrire benefici di ristoratrice irrigazione e soavità di concenti. Tra i molti temi da meditare uno si può scegliere quale nota dominante.

TEMPO PROPIZIO PER LA CONVERSIONE

«Tempus acceptabile». Questo è il tempo propizio. Il Santo Padre propone agli ascoltatori la semplice, ma grandissima e bellissima parola che si legge nell’Epistola odierna. Se profondamente compresa, essa diviene oltremodo operante per il profitto dello spirito. Ricordiamo tutti che questa stagione, questa primavera, non solo della natura, ma di preghiera e riflessione sacra, è tempo propizio. È un tempo che noi dobbiamo bene utilizzare.

A questo punto sarebbe assai opportuno soffermarsi sulla filosofia del tempo. La Chiesa ce lo ricorda tante volte e oggi in modo singolare. Ci vuol rammentare che noi cristiani dobbiamo considerare questo nostro pellegrinaggio nel mondo non come una serie di momenti staccati, che non abbiano l’uno con l’altro riferimenti e solidarietà. Siamo, invece tenuti a riguardarli come una sola cosa, quasi un nastro che ha coerenza dentro di sé. Ivi, infatti, è un continuato disegno. I momenti che si succedono sono collegati da un vincolo interiore, o di passaggio di grazia o del susseguirsi di responsabilità, sì che un momento influisce sull’altro. Oggi siamo alla scelta per il domani, al mattino lo siamo per la sera, e così via. Si troverà nella preghiera la base e il collegamento che unisce a catena gli anelli delle diverse ore. Questa che stiamo trascorrendo, della Quaresima, è, sotto un certo aspetto, decisiva per il resto della nostra vita, poiché caratterizzata da un’altra disciplina, - ed essa, a sua volta, meriterebbe ampio studio - che si chiama la conversione. Noi dobbiamo, in questa ora propizia della nostra vita, convertirci.

Che cosa vuol dire convertirsi? Significa dirigere la propria esistenza a Dio; cercare di compiere ciò che fanno i piloti delle navi, che, a un certo punto, controllano se la loro rotta realmente è rivolta al porto, o se, al contrario, le onde della burrasca incombente non hanno fatto deviare il percorso. Dobbiamo rettificare il nostro cammino chiedendoci: Si avanza veramente secondo la volontà di Dio? Non ho forse bisogno di convertirmi, cioè di dirigermi sul disegno che il Signore prefigge al mio passaggio sulla terra? Interpreto bene le disposizioni di Dio? Sono davvero un seguace dei suoi comandamenti? Non perdo forse tempo prezioso?

IL PASSAGGIO DEL SIGNORE

Ed ecco: proprio il recuperare il tempo, redimere tempus, noi vogliamo attuare seguendo la indicazione magistrale della Santa Chiesa. Anche perché la grande Madre ci avverte che, mentre il nastro della nostra vita si svolge con successione di giorni, di atti, di stati d’animo, responsabilità, meriti ecc., e acquista il suo valore, noi scopriamo - la Quaresima ce lo ripresenta siccome un mistero incombente sopra di noi - che un altro nastro ci segue. Qual è?

È quello della grazia di Dio; è quello che accompagna invisibile, ma da vicino, la nostra vita. La Pasqua che cosa vuol dire? Transitus Domini. È il Signore che passa. E qui torna alla memoria la parola stupenda e quasi paurosa di S. Agostino allorché esclama: «Timeo transeuntem Deum». Io temo Iddio che passa. Lo temo, giacché la sua presenza, che aleggia su di me, mi dà una coscienza nuova di risposta e dialogo. E poi temo che Egli passi senza che io me ne accorga; passi mentre io sfuggo il colloquio che Egli vuole intessere con me.

«Timeo transeuntem Deum». Noi dobbiamo avvertire che in questa Quaresima il Signore passa sopra di noi precisamente attraverso la generosità della Chiesa nel dispensarci la parola di Dio. La Chiesa sr pone a nostra disposizione per i Sacramenti, ci invita in mille maniere a non lasciar trascorrere la Pasqua senza avvicinarsi alle fonti della vita; misura le diverse ore, osservando che questa è oltremodo favorevole. Se tale ora dilegua, saremo forse sicuri che altra simile tornerà? La vita diventa drammatica sotto questo punto di vista; ed è bene che lo sia.

OGNI COSA SI ASSOMMA IN BENE PER CHI AMA DIO

Il santo timore di Dio entra nelle nostre anime; e con il timore di Dio anche la dolcezza e la gioia del venire a colloquio con il Signore in dati appuntamenti, in determinate circostanze che Egli concede a ciascuna per ineffabili contatti di Grazia.

Seguendo ancora il brano dell’odierna Epistola, ci si può convincere che anche le ore penose e difficili della nostra vita possono tramutarsi, per questa elevata economia di salvezza, in ore opportune, serene, feconde. Chi è infermo può dirsi felice, sotto un certo aspetto; poiché se guarda al merito che può acquistare, deve dire: anche la sventura può essere benefica, propizia. Lo stesso può dirsi a proposito di tutte le sofferenze, privazioni, rinunzie, avversità.

Uno scrittore moderno, assai noto, conclude un suo libro affermando: tutto è grazia.

Ma di chi è questa frase? Non del ricordato scrittore, perché anch’egli l’ha attinta - e lo dice - da altra sorgente. È di Santa Teresa del Bambino Gesù. L’ha posta in una pagina dei suoi diari: «Tout est grâce» . Tutto può risolversi in grazia. Del resto anche la Santa carmelitana non faceva che riecheggiare una splendida parola di S. Paolo: «Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum». Tutta la nostra vita può risolversi in bene, se amiamo il Signore. Ed è ciò che il Pastore Supremo augura a quanti Lo ascoltano dando, quale pegno di paterno affetto, la Benedizione Apostolica.

                                                  

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