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INCONTRO CON I FEDELI DI APRILIA

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica, 23 agosto 1964

 

Un saluto di pace, d’onore e di gaudio è la prima espressione di Sua Santità per i diletti figli di Aprilia. Egli vede con piacere i loro spirituali Pastori, a cominciare dal Cardinale Pizzarda, degnissimo Presule - che dedica tante preziose energie alla vita religiosa del popolo affidato alle sue cure -; al Vescovo suffraganeo; al Parroco con i sacerdoti che lo coadiuvano.

Il Santo Padre vuole ricordare i Religiosi, le Suore, le Associazioni cattoliche. Dà, inoltre, il suo saluto alle autorità civili, che si occupano delle vicende anche materiali della zona.

PATERNA PREFERENZA ALLA CITTÀ NUOVA

Un vero godimento il Santo Padre ha provato testé, allorché chi gli dava il benvenuto a nome degli operai poneva in risalto d’essere l’interprete dei lavoratori sia dei campi sia dei 66 stabilimenti industriali sorti nel territorio di Aprilia. Il Papa ricambia con il più vivo affetto, augurando alle comunità di lavoro concordia, pace, soddisfazione insieme col benessere temporale, aggiungendo ringraziamento ed incoraggiamento per le singole famiglie e l’intera popolazione.

E adesso una confidenza. Fra le molte domande di visite che pervengono al Papa, Egli ha preferito di accontentare Aprilia: non già perché gli altri richiedenti non siano del pari meritevoli, ma perché qui si tratta di una città che ha appena trent’anni. Qui si sta incominciando e fondando; qui ora si pongono i principii che devono ispirare e governare la vita presente e quella del futuro.

Ciò interessa moltissimo il Padre delle anime, poiché mostra, all’evidenza, il grande problema della vita moderna. E cioè: come può la vita nuova, la vita che sorge dalla nostra terra, dalla nostra generazione, e da questo popolo che ha provato le rovine della guerra e le agitazioni successive e possiede l’ansia, la forza, l’istinto di rinnovarsi e di rivivere, come può questa vita nuova, accordarsi, fondarsi, trovarsi in simpatia e in amore con la vita cristiana? È possibile che la vita cristiana fiorisca, si dilati, sia prospera e quasi connaturata con le nuove espressioni urbanistiche, civili, operaie, sociali della vita moderna? Questo è il grande problema: e perciò tutti siamo immensamente interessati a vedere qual è la sorte di questa eredità, che portiamo da secoli: cioè della nostra fede, della nostra professione cristiana. Vogliamo vedere se è una pianta capace di vigoreggiare appunto sul terreno della vita moderna, o se invece sia una pianta che va isterilendosi e morendo proprio per il fenomeno della mentalità odierna.

«SIATE CRISTIANI»

Voi vedete benissimo - prosegue il Santo Padre - come, a proposito della vita cristiana, al confronto di questi fenomeni che avete davanti, cioè il sorgere di nuove comunità cittadine, si ponga dapprima il quesito: essere religiosi è ancora possibile in una città contemporanea? Voi certo notate la esistenza e della vita cristiana e della vita profana. La prima impressione farebbe ritenere cosa assai diversa l’attendere ai propri affari, cercare i beni temporali, superare tutte le angustie della organizzazione politica, sociale, civile, economica, culturale, e, nel medesimo tempo, pensare a Dio, che sembra diventato, si direbbe, un estraneo, quasi inabitabile in mezzo a noi. Comprenderete benissimo, allora, come siano, in un certo senso, spiegabili anche i contrasti, che si manifestano tra la professione pubblica, sociale, vissuta, del nostro Credo, della nostra fede e la vita profana così come si presenta. Sembrano quasi due cose incompatibili, due cose che non si amano più e non possono ulteriormente accordarsi fra loro.

Ebbene, figliuoli miei, vi dico con tutto il cuore e l’affetto paterno che qui mi porta; con tutta la solennità del mio ministero apostolico vi scongiuro, carissimi figli: Siate cristiani! siate cristiani! Conservate la fede dei vostri vecchi e dei vostri morti; conservate la fede di questa terra benedetta che si chiama Italia; conservate la fede per i vostri figli, per il vostro avvenire, per il vostro lavoro; e sappiate che non c’è affatto incompatibilità tra la fede cristiana e la vita moderna.

Sappiate che la fede cristiana, - la quale sembra, talvolta, intersecarsi e fare quasi da remora al progresso e alla libera espansione delle energie profuse nel regno temporale, - non rappresenta, in maniera assoluta, ostacolo di sorta. A pensarci bene, a veder profondamente le cose, comprenderemo piuttosto che, al contrario, essa è un ausilio, un’energia, un fermento, una forza, una luce irradiantesi pure sulla vita profana.

Potreste chiedere: allora la vita cristiana compie i miracoli di risolvere tutte le nostre questioni? No: la vita cristiana non cambia, di per sé, le cose temporali. Le vostre questioni rimarranno, esse non saranno automaticamente risolte dal fatto che andate in chiesa, innalzate a Dio le preghiere o vi professate cristiani. Rimarranno, ma la vita cristiana, proprio come luce che si accende sopra il panorama della nostra quotidiana vicenda, darà il senso giusto alle cose di questo mondo, darà il valore alle vostre fatiche, alle vostre speranze, al vostro dolore, al vostro amore; alla esistenza umana.

UN SOLE CHE NON PUÒ SPEGNERSI

La vita cristiana è davvero come un sole che risplende su l’insieme dei nostri giorni. Figliuoli miei, se questo sole finisse per spegnersi, che cosa si perderebbe? Alcuni dicono: niente. E invece sì perderebbe proprio il senso della vita. Perché lavorare, perché amare gli altri, perché essere buoni, essere onesti, perché soffrire; perché vivere, perché morire, se non c’è una speranza al di sopra di questa nostra povera vita pellegrinante quaggiù? È la vita cristiana - giova ripeterlo - a dare il senso, il valore, la dignità, la libertà, la gioia, l’amore al nostro passaggio sulla terra. Per questo l’invito paterno vuole essere possente come un grido, che dovrebbe rimanere a memoria dell’odierno incontro: Siate cristiani; siate cristiani!

Quando noi ricordiamo tale verità, il primo pensiero è che la voce del sacerdote, di chi annuncia il Vangelo, ci richiama a grandi doveri, ad osservanze difficili, a comandamenti che sono, alcune volte, proibitivi e possono sembrare pesanti.

Bisogna subito chiedersi con generosità di intenti: che significa, per prima cosa, essere cristiani? Vuol dire accorgersi ed essere convinti che siamo amati da Dio; che c’è lassù Chi ci vuol bene; una Provvidenza esiste sopra di noi; l’amore del Padre ci guarda, e una tenerezza infinita ci ammanta. E ancora: questo Amore si è fatto fratello nostro, è diventato il Cristo, è Gesù che ha camminato per le nostre strade, ha sofferto le nostre angustie, ha parlato la nostra lingua, ha mangiato il nostro pane; si è accomunato con noi, è venuto persino accanto a noi per guarirci, per istruirci e dichiarare a ciascuno: voglio sempre stare con te, quale principio di energia interiore: io sono il tuo pane, il tuo maestro, la tua forza, la tua guida.

RICONOSCERE LA PREDILEZIONE DIVINA

Qui è l’essenza del professarsi cristiani: adeguarsi a questa vocazione divina. Non siamo, dunque, ciechi, né miopi, né dimentichi, o peggio, traditori! Accorgiamoci di essere prediletti dal Signore! Se così sarà, vedremo che la vita cristiana si manifesta quale maestoso, intramontabile sole rifulgente per noi; ed anche i comandamenti, i quali sono la esigenza logica e conseguente alla professione cristiana, divengono facili. In una parola vivere da cristiani si compendia in unica frase: Amare il Signore e riconoscere che siamo amati da Lui. Se ognuno si uniforma a così alta verità, una grande serena letizia congiunta a forte energia germoglia nell’anima; quindi, il compiere qualche cosa di serio, e anche di arduo per la nostra fede non è più un peso, non è più un castigo: è una gioia. Tale la proverà il soldato nel militare per la sua bandiera, la madre nel sacrificarsi per il suo bambino, il cittadino nel servire il proprio paese. Or dunque è un gaudio per il cristiano adempiere la legge di Dio, perché è una legge di amore, di bontà, salvezza, speranza.

Alla domanda, tutt’altro che impossibile, in cosa consista questa vita cristiana, la risposta è semplice, e nota. Si condensa in un breve esame: Pregate? Andate alla Messa, la domenica? Sapete aprire - incalza il Santo Padre - queste benedette labbra, che specialmente in molti uomini sono quasi sempre suggellate e non sanno più enunciare un grido, una voce, un gemito, un’invocazione, e sono restie a rivolgere una parola a quel Dio benedetto, che tanto ci ha amati e per redimerci ha dato la sua vita? Si apra ogni anima: soffrite durante la settimana?, siete stanchi alla domenica? Confidatelo al Signore. Non è difficile trovare qualche sillaba che riveli la propria anima, anche se non si conoscono le preghiere in latino, le orazioni lunghe. Basterà dire: Signore, tu mi sei Padre, e fratello; Signore, tu mi devi essere ospite; devi essere il mio conforto. Signore, aiutami: io ti do la mia vita . . . Non è arduo esprimersi così. Ebbene - questa l’esortazione del Padre - sappiate pregare specialmente un’ora alla settimana, durante l’assistenza alla Messa festiva.

LA CARITÀ DEL PROSSIMO NEL CUORE

V’è, poi, da ricordare e raccomandare la grande legge del cristiano; essa deve essere possentemente riaffermata in una adunanza come questa, insieme col Papa, sulla quale domina la nota della comunità cittadina. Si tratta, anche qui, di semplici domande alle quali ognuno dovrà rispondere: Vi volete bene? siete fratelli? cittadini di una stessa patria, d’una medesima terra, di comune idioma? Avete la carità del prossimo nel vostro cuore? Sapete tradurre in argomenti, in espressioni sociali, questa vostra carità cristiana; intendete cioè, aiutarvi, conoscervi, sostenervi; promuovere tutte le associazioni ed opere che fanno del bene non solo a noi stessi, ma anche agli altri? Avete questo senso del nostro prossimo; del nostro amico, collega, socio, di tutte queste parentele sociali? le vivete cristianamente?

È quanto deve attuarsi. Se voi amate Dio, se amate il prossimo, la vita cristiana ha la sua attuazione sintetica, ma completa. E io spero, - aggiunge Sua Santità con impeto di tenerezza - io spero, figliuoli miei, che voi mediterete su queste semplicissime parole e ricorderete che il Papa, venendo tra voi, vi ha detto: siate cristiani amando Dio, in Lui sperando; e, cercando di fare il bene, di amare il prossimo. Vorrei che quanti dirigono le scuole, le officine, coloro che presiedono alle famiglie cristiane, quelli anche che sovraintendono agli interessi temporali d’una comunità come questa, possedessero appieno questo ideale cristiano della vita. Sono nato per fare del bene, per servire i miei fratelli; sono nato per attuare qualche cosa del Vangelo nella mia vita; sono nato non per essere egoista e godermela quaggiù, prescindendo da ogni impegno e servizio per gli altri, ma vivo per essere fratello, per essere testimone di quanto ha dichiarato Gesù nel Vangelo: in questo vi riconosceranno per miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri.

INEFFABILE CERTEZZA DI VITTORIA

Io mi auguro, - tale l’accento conclusivo della Esortazione - quasi a conforto e a compenso di questa sosta fra voi, che ci sia chi vorrà comprendere, e passare da uno stato di tiepidezza e di indifferenza a uno stato di coscienza, di fervore. Infine, il discorso vorrebbe terminare col rivolgersi alla generazione nuova, a voi giovani,. ragazzi, speranze del domani. Volete voi essere cristiani? Tutti? Alla entusiastica risposta degli interpellati il Santo Padre fa seguire queste parole: Ecco, questa è la cosa che mi riempie il cuore di commozione e di gioia. Garantisco che se farete qualche sforzo per mantenere questa vostra promessa non avvertirete il peso della croce sulle vostre spalle, ma sentirete la gioia, il vanto, la forza, la certezza di avere Cristo nel cuore.

Precisamente con questo augurio e fiducia, diventata reciproca, comune, io tutti vi saluto e adesso, nella santa Messa, vi raccomando al Signore, e vi benedico.

                                              

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