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III DOMENICA DI QUARESIMA NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI SANTA GALLA

OMELIA DI PAOLO VI

Domenica, 13 marzo 1966

 

L'odierna esortazione nel sacro rito della terza Domenica di Quaresima vuol essere intessuta di tre punti, tre temi.

Il primo riguarda gli ascoltatori, cioè i fedeli della Parrocchia di Santa Galla; il secondo concerne la persona del Papa e il suo quotidiano ministero; il terzo vuole illustrare la presenza reale con amore infinito di Nostro Signore Gesù Cristo, del quale or ora è stata riascoltata la voce, l’eco fedele e testuale nel suo Vangelo.

I TRE TEMI DEL COLLOQUIO

Innanzitutto il Santo Padre intende rivolgere il suo saluto a ciascuno di quanti gli fanno corona. Egli tiene a sottolineare il contatto spirituale di Chi ha il mandato di governare e la responsabilità di dirigere l’intera Chiesa nel mondo e tutti i fedeli, a ciascuno dei quali desidera ripetere: tu sei figlio legato al Papa da vincolo impercettibile eppur reale nell’affinità dello spirito: devi perciò sentirti come inondato e rinvigorito da così eccelsa grazia.

La Parrocchia di Santa Galla celebra in quest’anno il suo venticinquesimo, dopo momenti non sempre lieti, soprattutto a causa della guerra. Ma ora è rifiorita, efficiente ed ordinata, e si può ammirare la restaurata casa del Signore gremita di moltitudine orante e fervorosa. Il Papa tutti benedice perché sono uniti, e perché siano uniti, così come il Signore vuole: essendo fratelli, amici, figli di uno stesso Padre e di una medesima Chiesa.

Dopo il saluto allo zelante Parroco, che è come il braccio e l’interprete del Supremo Pastore, il pensiero di Sua Santità va all’alta persona che, come Cardinale Vicario, interpreta tanto bene i suoi intenti e le sue disposizioni nel reggere la Diocesi di Roma, ora coadiuvato da sette Ausiliari, a due dei quali lo stesso Sommo Pontefice conferirà la dignità episcopale nella imminente festività di San Giuseppe.

Altro speciale saluto va ai molti sacerdoti che, nell’ambito della parrocchia, coadiuvano il Parroco; alle Comunità religiose, le quali tanto si prodigano per insegnare a pregare, per istruire, assistere, soccorrere, specie i sofferenti; ai volenterosi che militano nei vari rami dell’Azione Cattolica e che si prodigano alla diffusione del Regno di Dio. La Chiesa, più che considerarli strumenti, li stima quale tramite tra la Gerarchia ed il popolo, poiché essi stessi dimostrano di voler diventare quella «gens sancta» e quel «regale sacerdotium» enunciati da San Pietro. Il Concilio si è molto occupato di così encomiabili attività ed il Papa fa su di esse valido assegnamento.

Infine il saluto paterno si rivolge ai diletti lavoratori, ai vari sodalizi ed alle singole famiglie, segnatamente ai bambini, ai giovani, ai poveri, ai sofferenti.

CHI È IL PAPA, SUCCESSORE DI PIETRO?

Ed eccoci al secondo punto. Dobbiamo parlare di Noi, dice il Santo Padre, della Nostra umile Persona. Già Ci conoscete, ed è pur necessario che Ci presentiamo. Il Papa viene in questa Parrocchia non a caso, ma perché è rivestito del ministero altissimo, ineffabile che il Signore ha posto sulle sue spalle. Come individuo Egli non mira certo né pone mente a speciali accoglienze, ma la sua eccelsa qualifica di Ministro e di Rappresentante di Dio suscita, esige l’entusiasmo filiale. Del resto i fedeli devono sempre onorare gli inviati del Signore, i quali sono come i canali, i distributori, i veicoli delle divine grazie; e vanno perciò considerati quali fontane che dànno l’acqua refrigerante della infinita generosità. Ora Chi parla in questo momento - e quanto è lieto di potersi definire così! - è il Vescovo; è l’inviato dal Signore per promuovere e tutelare la comune salvezza, il cristianesimo in tutte le anime. Ciò spiega l’immenso suo gaudio di vedere intorno a Sé tanti figli affezionati e premurosi, mentre, allo stesso tempo, ciò suscita in Lui grande sgomento e preoccupazione perché Egli sente la responsabilità dinanzi a Dio della vita cristiana di coloro che gli sono affidati. Anche le eventuali mancanze e infedeltà possono avere riverberi su di Lui, lo colpiscono nel cuore, ritenendosi Egli quasi coinvolto dalle eventuali deficienze dei battezzati nei confronti di Dio. Perciò, tra i motivi della sua visita odierna e della celebrazione della Santa Messa c’è pure quello di chiedere al Signore perdono, e la remissione di ogni colpa o negligenza, per tutti riconciliarci al suo amore.

Ricordando agli ascoltatori di essere il loro Vescovo, il Santo Padre dovrebbe elencare tutti i tesori del suo ministero: la parola, la guida, l’insegnamento, la comprensione. Quei diletti figli certamente comprendono ogni cosa e vorranno anzi aggiungere alle ovvie comuni considerazioni un elemento che è unico al mondo e si riferisce a Roma. Il Vescovo di Roma è anche il Papa della Chiesa Universale. È il Successore di San Pietro. Da quanti anni, o meglio, da quanti secoli persiste il Pontificato Romano? San Pietro è stato l’evangelizzatore dell’Urbe e qui venne coronato del martirio 1900 anni or sono. Gli storici indicano la data di quella suprema dedizione tra l’anno 65 e 67 dell’èra cristiana: certamente l’anno venturo sarà celebrata degna memoria di questo mirabile epilogo e testimonianza del Principe degli Apostoli, che in Roma suggellò col sangue la sua fedeltà a Cristo.

ANZITUTTO: CONOSCERE IL VANGELO

Ora il Papa dei nostri giorni è un anello della lunga catena e rappresenta intero e perenne l’apostolato, la missione che Gesù ha dato sia agli Apostoli con le parole «Andate e predicate», sia in maniera particolare a Pietro conferendogli il Primato. Dopo Pietro tutti gli altri Vescovi di Roma, gli altri Papi hanno avuto identica missione; ed ecco oggi giungere a voi la voce stessa di Cristo attraverso le labbra ed il ministero del suo Rappresentante sulla terra. Questa sera Gesù medesimo vi parla con gli accenti del suo Vicario; ed anche ciò è comprensibile e diventa sempre più luminoso se pensate che il Vescovo di Roma, il Successore di Pietro, è stato onorato dal Signore d’una predilezione speciale, d’un incarico riassuntivo, totale, allorché Gesù gli ha detto: «Conferma nella fede i tuoi fratelli».

Adunque Pietro è il Rappresentante, il Vicario di Gesù Cristo. E questa sera Egli viene: il Papa lo dichiara con umiltà e tremore, ma con tutta la forza derivante da questo ufficio commessogli dal Divino Maestro.

Appunto di Nostro Signore Gesù Cristo egli intende adesso parlare alla cara popolazione che gli è dinanzi, quasi intessendo un dialogo. A sua domanda ciascuno potrà rispondere, nel proprio cuore, che certamente il Papa è il Rappresentante di Cristo, e che la sua visita equivale alla visita stessa del Signore. Ed ecco Gesù a interrogare ciascuno dei presenti come un giorno fece agli Apostoli: che pensate di me? Cioè: conoscete voi il Cristo? e come lo conoscete?

La prima risposta è ovvia e semplice. Tutti riandranno con la mente al Presepio, che è la raffigurazione soave ed amata della nascita del Figlio di Dio tra noi, del Figlio di Dio fatto Uomo, in una parola del mistero dell’Incarnazione. Subito dopo si va naturalmente all’altro polo, alla Croce, ove lo stesso Figlio di Dio si è immolato per la nostra salvezza, e cioè per la Redenzione.

Gesù dunque è il Verbo incarnato, è il nostro Redentore. Tutti pertanto conosciamo la nascita e la morte di Cristo. Ma un altro interrogativo ancor più profondo ed insistente incalza: conoscete il Cristo più da vicino?

A questa richiesta mancano senz’altro le parole per una adeguata risposta. In realtà noi non conosciamo mai abbastanza Gesù. Il solo guardare entro la sua personalità è come avviarsi su fragile barca in un oceano immenso, è come fissare il povero occhio umano sull’infinito.

ACCOGLIERE COMPLETAMENTE GESÙ NELLA VITA E NEL CUORE

Volendoci allora limitare soltanto all’aspetto storico dell’uomo-Dio, potremo ridurre la stessa domanda: conoscete il Vangelo?

Possiamo forse noi ignorare la manifestazione di Gesù, le sue parole, i desideri, i sentimenti, il magistero? Orbene, quando il sacerdote parla, nei giorni festivi, altro non fa se non ricordare e spiegare l’insegnamento di Gesù. Se ciascun fedele riportasse, da quella fertile ricchezza e abbondanza di fiori e di frutti, una sola espressione, un pensiero dominante per assimilarlo, studiarlo, viverlo nella esistenza quotidiana, avrebbe già acquisito un dono inestimabile di progresso e di perfezione, con piena capacità di encomiabili imprese.

Doverosa, logica, improrogabile è la raccomandazione del Papa visitando i suoi fedeli ed annunciando Cristo in mezzo a loro: Ascoltate la parola divina, mettetela nel cuore, meditatela. Egli ha definito, questa sua parola, il pane, allorché ha detto: Io sono il Pane vivo disceso dal cielo. Egli inoltre ha detto di essere il Pane vivo disceso dal Cielo, dato a noi in cibo con la sua Carne e in bevanda con il suo Sangue nel Sacramento della Ss.ma Eucaristia. Per essa il Signore vuol essere nostro alimento, rimanere dentro di noi, il principio sostanziale, interiore della nostra esistenza e non un semplice ricordo mnemonico, psicologico, ma realtà viva ed operante. Cristo vuole vivere in me. E se io lascerò svolgere questa azione divina sarò veramente cristiano, «alter Christus», giacché il Signore prende la mia forma e figura per attuare, in tal modo, la perfetta comunione tra me e Lui.

Per concludere, questo l’invito del Santo Padre: vivete la istruzione religiosa; fate in modo che questa Parrocchia non sia una semplice accolta di gente per guardare un po’ in alto; ma cercate di essere cristiani esemplari, autentici, sinceri. Questa autenticità e sincerità giunge come primo elemento e fattore di più vasta conoscenza di Nostro Signore Gesù Cristo, della sua parola, dei suoi Comandamenti, del suo segreto anelito di donarsi e far coincidere la nostra con la sua stessa vita.

Prima di terminare, però, il Santo Padre desidera ancora avvertire i diletti fedeli di quanto può accadere all’avvicinarsi del Signore. Allorché Egli ci si fa più dappresso, noi ci sentiamo talvolta un po’ sconcertati e ripetiamo, magari inconsciamente, il gesto timoroso di Pietro: allontanati da me, o Signore, perché sono uomo peccatore. È l’avvertenza del divario tra Dio che parla e noi che siamo povera cosa, piccoli, peccatori, incapaci; rimaniamo come sopraffatti dal timore e dalla trepidazione di essere assorbiti da questo sole che vuole inondare di luce la nostra persona. Orbene rianimiamoci, invece, accresciamo la nostra fiducia.

IL CRISTIANO VIVO INTREPIDO PERFETTO

In altri casi spesso si ha paura di Dio. Paura di che? Ma forse che ci chieda troppo, che si prenda la nostra vita e quasi la paralizzi. Si ha l’umiliante panico, diciamolo pure con le parole correnti, di diventare bigotti, clericali, di mostrarci troppo devoti: e perciò neghittosamente dosiamo l’offerta di noi al Signore; vogliamo, sì, in qualche modo trattenerlo, ma aggiungiamo subito: cristiani, certo, ma senza esagerare; alla Messa una volta ogni tanto, qualche pensiero in talune circostanze, ma non di più. Invece dobbiamo essere pronti sempre e disporci con cuore aperto e completo al dono immenso che Cristo, che Dio ci fa di Sé. È Lui a dirci: Io do tutto per te, la mia vita, la mia parola; mi faccio Pane per essere il tuo cibo, entrare dentro di te. E tu? Tu mi ricevi come fa tanta gente socchiudendo appena o nemmeno aprendo l’uscio di casa, ti limiti a dire: chi è?, e non fai nulla, non apri, nel timore di qualche importuno. È quel che si fa proprio con Gesù! Eppure, con tutto il suo amore, Egli preme, urge «caritas Christi urget nos»: vuole entrare dentro di noi per inebriarci della sua grazia e della sua gioia; per darci la pienezza della sua vita e della sua felicità. E noi a rispondere: no, no, piano, vedremo . . . Come siamo meschini, come siamo davvero colpevoli al punto da meritare i castighi del Signore! Potrebbe egli infatti ripetere quanto già disse durante la sua vita terrena: «Verrà gente dall’oriente e dall’occidente, dal settentrione e dal mezzodì, e si porrà a mensa nel regno di Dio». Se non si avrà saputo accogliere la ricchezza delle grazie del Signore, si potrebbe incorrere in grave responsabilità, sino ad essere colpiti da ripulsa eterna, da temibile maledizione.

Invece - ed ecco il ricordo consolante che il Papa vuol consegnare a ciascuna delle persone che lo ascoltano, a ciascuna anima -: Fidatevi di Cristo, sentite la dolcezza e l’afflato del suo invito, gustate la bontà virile e forte del suo messaggio, aderite alla vocazione che trasforma le nostre povere aride anime e ci fa diventare buoni, forti, puri, capaci di compiere azioni degne dell’uomo rigenerato. Fidiamoci di Cristo e apriamogli l’anima e il cuore dicendogli: vieni o Signore Gesù, poiché tu sei la mia salvezza, tu solo il mio Maestro e Redentore.

Il brano del Vangelo testé letto nella Messa del Giubileo è quello delle Beatitudini; è l’effusione dell’Anima di Cristo per l’umanità. Voi beati se siete staccati dalle cose della terra, beati voi che siete mansueti, che piangete, aspirate alla giustizia, siete misericordiosi, siete puri di cuore; beati voi pacifici, beati quanti patite persecuzione per la giustizia e soffrite angustie nella vita presente . . . Il Signore è la sorgente d’ogni beatitudine; vuole renderci felici. Non rifiutiamo, figli carissimi, questa sua grazia; ma, come veri cristiani, e vorrei dire come veri uomini, e anche come veri romani, andiamo incontro a Cristo, così come Egli, a braccia aperte, con amore infinito, viene incontro a noi. E così sia.

                                               

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