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SACRA ORDINAZIONE A 278 DIACONI DI OGNI
CONTINENTE NEL 50° ANNIVERSARIO DI SACERDOZIO DEL SANTO PADRE
OMELIA DI PAOLO VI
Domenica di Pentecoste, 17 maggio
1970
Oggi, Pentecoste, la memoria del fatto-mistero, animatore della Chiesa, quale
Corpo mistico di Cristo (perché Egli, Cristo secondo la promessa (Io. 15,
26; 16, 7), le mandò il suo Spirito e tuttora di questo divino Paraclito la fa
vivere e respirare), così invade le nostre menti, che ci sembra non solo di
ricordare quell’avvenimento, ma di riviverlo, come se alla nostra consueta
invocazione: «Vieni, o Spirito Santo», la realtà della sua risposta, della sua
presenza infondesse anche in noi qualche minima, ma pur viva esperienza della
sua beatificante venuta, e ci facesse sicuri che l’ineffabile corrente della
storia che non muore, quella cioè della vita soprannaturale, passa nelle nostre
membra mortali, mentre l’eco del primo sermone pronunciato nella Chiesa
nascente, quello profetico di Pietro, risuona dentro di noi : «Ed avverrà, dice
il Signore, che Io, in quegli ultimi giorni, effonderò del mio Spirito su ogni
carne, e i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, e i vostri giovani
avranno delle visioni, e i vostri vecchi vedranno dei sogni» (Act. 2, 17;
Il. 2, 28). La Pentecoste tutti ci prende, e tutti ci fa pensosi e commossi,
mentre splende nelle nostre anime qualche bagliore d’una chiarezza nuova, la
«luce dei cuori», piena di amore e di verità. È la festa dello Spirito Santo, è
la festa della Chiesa nascente e imperitura, è la festa delle anime accese dalla
interiore divina presenza. È la festa della sapienza, la festa della carità,
della consolazione, del gaudio, della speranza, della santità. È la
inaugurazione della civiltà cristiana, La Pentecoste. Due circostanze
concorrono a rendere singolare e assai viva questa celebrazione. La prima è
quella della ricorrenza cinquantenaria della Nostra ordinazione sacerdotale.
Cinquant’anni non sono bastati a cancellare la memoria di quel bello, ma di per
sé semplice episodio della nostra umile esistenza personale; noi avremmo
preferito ripensarlo nel silenzio esteriore e nel raccoglimento interiore. Ma è
proprio la natura stessa di quel sacerdozio, che allora ci è stato conferito, ad
imporci di lasciare che quanti hanno titolo per esigerne il ministero, - ed oggi
ad averlo questo titolo è questa Nostra amatissima Chiesa di Roma, oggi è tutta
la Chiesa cattolica altrettanto carissima, - avvertano questa ricorrenza e la
ricordino con i segni della loro pietà e della loro bontà. Questa solenne
cerimonia ce lo dice, e ci riempie di riconoscenza e di consolazione.
IL SACERDOZIO E LA CROCE
Noi ci sentiamo obbligati a ringraziare tutti, familiari ed amici, maestri e
collaboratori, presenti e lontani, conoscenti ed ignoti; e a riassumere per loro
i nostri sentimenti in una sola testimonianza autobiografica, punto originale,
perché ogni Sacerdote la può fare di sé, ma vera: grande cosa davvero è l’essere
Sacerdote! E se l’esperienza, lungo le vicende degli anni, accresce il senso
della intrinseca relazione del Nostro sacerdozio con la croce del Signore, esso
però non esaurisce mai la sua bellezza e la sua felicità, così che ogni giorno,
ogni anno, ogni anniversario ne rinnova il godimento, e ne vorrebbe una
conoscenza, una penetrazione in misura sempre maggiore (Cfr. Io. 7, 38).
Sorge così dalla coscienza sacerdotale, a mano a mano che essa si fa più matura
e più profonda, il canto della Madonna: fecit mihi magna Qui potens est.
Noi ci sentiamo perciò obbligati, oggi come allora, a celebrare la misericordia
divina! Lasciateci dire: Grazie a Te, o Padre, che non guardando alla nostra
pochezza e facendone piuttosto argomento della tua operante virtù, hai rivolto a
noi la tua vocazione, l’hai convalidata con quella d’un paterno e sapiente
Pastore, l’hai confortata con la conversazione di maestri buoni e pazienti e
l’hai allietata col gusto di abitare nella tua casa. Grazie a Te, o Cristo,
che ci hai vitalmente associati, indegni ma non vani strumenti, al tuo ministero
di salvezza e di comunione, ponendoci in mezzo ai fratelli col cuore rivolto
all’umile gente, ma poi destinandoci a camminare con passo frettoloso di fianco
alla gioventù ed a prestare opera modesta e solerte a questa tua Sede
apostolica, tutto e solo per ciò che fu tuo amore, con seguace amore, la tua
Chiesa. Grazie a Te, o Spirito vivificante, che nel grave e dolce ministero,
per cinquant’anni, ci sei stato ispiratore e confortatore, e ancora ci soccorri,
affinché noi non abbiamo da tradire, ma da tradurre l’immagine del nostro
Maestro Gesù, e sempre abbiamo da cercare d’essere di Te santi, e in Te
santificanti. Poi, o Signore, la tua voce ancora chiamò noi, timidi ed
inetti a Te più vicino, alla Tua croce, dicendoci: Chi dà il peso, darà la forza
per sopportarlo; e la risposta ci salì dal cuore: nel nome tuo, Signore: sia
fatto secondo la tua parola.
«TRADITIO POTESTATIS»
Questa, Fratelli e Figli, la testimonianza che noi vi dobbiamo circa il
nostro Sacerdozio, del quale voi, con tanta carità, volete ricordare la lunga
durata, e preannunciare così il suo non lontano terreno tramonto. Ma
un’altra circostanza, veramente pentecostale, riempie di realtà e di splendore,
questa festiva celebrazione; ed è l’ordinazione sacerdotale di questi Diaconi.
Salute a voi, carissimi eletti! Noi avremmo tante cose da dirvi; ma l’ora
non consente lungo discorso; e, per di più, noi non vogliamo immettere nuovi
ragionamenti nei molti, che già riempiono i vostri spiriti, e che voi certamente
avete accumulati per questo momento solenne. Noi tentiamo di riassumere in una
sola parola tutto quello che si può dire e pensare circa l’avvenimento che sta
per compiersi a vostro riguardo. E la parola è trasmissione. Trasmissione d’una
potestà divina, di una capacità d’azione prodigiosa, quale per sé solo a Cristo
compete. Traditio potestatis. Figuratevi che Cristo, mediante la
imposizione delle nostre mani e le parole significative che conferiscono al
gesto la virtù sacramentale, cali dall’alto e vi trasfonda il suo Spirito, lo
Spirito Santo, vivificante e potente, che viene in voi non solo, come in altri
sacramenti, per abitare in voi, ma per abilitarvi a compiere determinate
operazioni, proprie del sacerdozio di Cristo, a rendervi suoi ministri efficaci,
a fare voi stessi veicoli della Parola e della Grazia, modificando così le
vostre persone, in modo, che esse possano non solo rappresentare Cristo, ma
altresì agire in certa Misura come Lui, per una delega che stampa un « carattere
» indelebile nei vostri spiriti, e a Lui vi assimila, ognuno come «alter
Christus».
CARATTERE INDELEBILE
Questo prodigio, ricordatelo sempre, avviene in voi, ma non per voi; è per
gli altri, è per la Chiesa, ch’è quanto dire per il mondo da salvare. La vostra
è una potestà di funzione, come quella d’un organo speciale a beneficio di tutto
un corpo. Voi diventate strumenti, diventate ministri, diventate mancipi al
servizio dei fratelli. Voi intuite i rapporti che nascono da questa elezione
fatta di voi: rapporti con Dio, con Cristo, con la Chiesa, con l’umanità. Voi
comprendete quali doveri di preghiera, di carità, di santità, scaturiscono dalla
vostra sacerdotale ordinazione. Voi intravedete quale coscienza dovrete
continuamente formare in voi stessi per essere pari all’ufficio di cui siete
investiti. Voi capite con quale mentalità spirituale ed umana dovrete guardare
il mondo, con quali sentimenti e con quali virtù esercitare il vostro ministero,
con quale dedizione e quale coraggio consumare la vostra vita in spirito di
sacrificio uniti a quello di Cristo. Voi sapete tutto questo, ma non
cesserete di ripensarvi per quanto durerà - e sia lungo e sereno - il vostro
terreno pellegrinaggio. Non temete mai, Figli e Fratelli carissimi. Non dubitate
mai del vostro Sacerdozio. Non lo isolate mai dal vostro Vescovo e dalla sua
funzione nella Santa Chiesa. Non lo tradite mai! Noi ora non vi diremo di più.
Ma noi ripeteremo per voi la preghiera, come altra volta facemmo per novelli
Sacerdoti da noi ordinati. Ecco, oggi così noi preghiamo per voi.
Vieni, o Spirito Santo, e dà a questi ministri, dispensatori dei misteri di
Dio un cuore nuovo, che ravvivi in essi tutta la educazione e la preparazione
che hanno ricevute, che avverta come una sorprendente rivelazione il sacramento
da loro ricevuto, e che risponda sempre con freschezza nuova, come oggi, ai
doveri incessanti del loro ministero verso il tuo Corpo Eucaristico e verso il
tuo Corpo Mistico: un cuore nuovo, sempre giovane e lieto. Vieni, o Spirito
Santo, e dà a questi ministri, discepoli e apostoli di Cristo Signore, un cuore
puro, allenato ad amare Lui solo, ch’e Dio con Te e col Padre, con la pienezza,
con la gioia, con la profondità, che Egli solo sa infondere, quando è il
supremo, il totale oggetto dell’amore d’un uomo vivente della tua grazia; un
cuore puro, che non conosca il male se non per definirlo, per combatterlo e per
fuggirlo; un cuore puro, come quello d’un fanciullo capace di entusiasmarsi e di
trepidare. Vieni, o Spirito Santo, e dà a questi ministri del Popolo di Dio
un cuore grande, aperto alla tua silenziosa e potente parola ispiratrice, e
chiuso ad ogni meschina ambizione, alieno da ogni miserabile competizione umana
e tutto pervaso dal senso della santa Chiesa; un cuore grande e avido
d’eguagliarsi a quello del Signore Gesù, e teso a contenere dentro di sé le
proporzioni della Chiesa, le dimensioni del mondo; grande e forte ad amare
tutti, a tutti servire, per tutti soffrire; grande e forte a sostenere ogni
tentazione, ogni prova, ogni noia, ogni stanchezza, ogni delusione, ogni offesa,
un cuore grande, forte, costante, quando occorre fino al sacrificio, solo beato
di palpitare col cuore,di Cristo, e di compiere umilmente, fedelmente,
virilmente la divina volontà. Questa la Nostra preghiera, oggi per voi. Essa si
allarga in benedizione per tutta l’assemblea presente, ai vostri compagni, ai
vostri maestri, ai vostri parenti specialmente. Ed ecco giunto il momento
dell’azione: la Pentecoste è qui.
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