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XVI CENTENARIO DELL’ORDINAZIONE EPISCOPALE DI S. AMBROGIO
OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI
Sabato, 7 dicembre 1974
Qua veniamo, noi Milanesi Romani, com’egli fu, dov’egli fu, per
ricordarlo, per venerarlo, in questo decimosesto centenario della sua singolare,
precipitosa quasi, elevazione alla cattedra episcopale di Milano, per sentirlo a
noi vicino. Non è la nostra una celebrazione adeguata a tale poliedrica figura
tipica di nobile romano, di alunno del foro, di giurista, di amministratore, di
consolare, di politico e di polemista, di letterato e di poeta, di scienziato e
di oratore, di vescovo soprattutto, e quindi pastore e di maestro, di dottore e
di santo; per fortuna, a suo e proprio onore, la Città che ambrosiana si
definisce, ha già provveduto a tributare a Sant’Ambrogio degno omaggio di
memoria e di culto; basti ora a noi questo atto di venerazione, che stiamo per
dire confidenziale e filiale, nell’intento, ben modesto, ma sincero di ascoltare
da lui qualche sua parola per la nostra vita cristiana della quale Egli,
Ambrogio, ebbe il genio, ebbe, come pochi a lui pari, lo spirito. S. Agostino ne
fa garanzia, come bene sappiamo. Chi non ricorda la prima (prima fra molte
successive) testimonianza di Agostino su Sant’Ambrogio? «Così venni a Milano dal
vescovo Ambrogio, noto a tutto il mondo come un uomo dei migliori, pio cultore
tuo, i cui discorsi, in quel tempo, strenuamente dispensavano al tuo popolo
l’adipe del tuo frumento e la letizia dell’olio e la sobria ebbrezza del tuo
vino. Ero condotto a lui da te, senza saperlo, affinché per lui, sapendolo,
fossi condotto a te. Quell’uomo di Dio mi accolse paternamente e, da buon
vescovo, si mostrò assai contento di quella mia venuta. E così cominciai ad
amarlo . . .» (Confess. V, 13, 23: PL 32, 717).
Ma ora la sua storia, la sua biografia in questo momento non trattengono la
nostra attenzione; e nemmeno la sua . . . bibliografia; tralasciamo il più,
tralasciamo tutto: ci basti spigolare sul suo fertile campo qualche citazione,
qualche spiga per la nostra edificazione spirituale.
Cominciamo dalla sua concezione del mondo. Naturalista, moralista, S.
Ambrogio ci offre il quadro cosmico in cui ci troviamo.
Dio creatore; parla Mosè: «In principio, dice. Com’è ordinata la narrazione!
Egli afferma prima di tutto ciò che gli uomini di solito negano, e fa loro
sapere che il mondo ha un principio, affinché non pensino che ne è privo» (Hexam.
I, III: PL 14, 137). La Bibbia è il suo primo libro; dalle sue pagine,
come da finestre su l’universo, Ambrogio osserva il mondo; l’allegoria lo fa
poeta, ma non mai gli confonde la visione reale delle cose; «tanto che l’opera
sua passò ben presto come una vera, e si può dire la migliore Storia Naturale
dei suoi tempi» (Cfr. A. PAREDI, S. Amb., 370).
E subito succede la storia drammatica dell’uomo. «Leggo che (Dio) fece l’uomo
ed allora si riposò»; ed ecco il lampo del genio mistico di Ambrogio: «avendo a
chi rimettere i peccati» (Hex. VI, X, PL 14, 288; cfr. U.
PESTALOZZA, La Rel. di A., 25). L’antropologia di Ambrogio penetra in
tutte le sue opere, e trova il suo disegno nuovo e grandioso nel mistero della
redenzione e nell’economia della grazia. Alla rivelazione di Dio onnipotente
nella creazione succede quella ineffabile di Dio infinito nella bontà, nella
misericordia. Leggete poi, se vi piace, il libretto testé da noi pubblicato, per
merito di bravi collaboratori, il De Mysteriis, una catechesi
squisita sull’iniziazione cristiana: «. . . è stato spalancato per te il Santo
dei Santi, sei entrato nel sacrario della rigenerazione» (PL 16, 407).
Qui troverete, tra l’altro, la testuale professione della fede eucaristica:
«Lo stesso Signore Gesù proclama: Questo è il mio corpo. Prima della benedizione
delle parole celesti viene nominata un’altra specie, dopo la consacrazione viene
significato il corpo. Egli stesso dice il suo sangue. Prima della consacrazione
viene nominata un’altra realtà, dopo la consacrazione viene chiamato sangue. E
tu dici: “amen”, cioè, questo è vero. Quel che dice la bocca, deve confessarlo
internamente lo spirito; quel che la parola fa risuonare, deve provarlo il
sentimento. È dunque con questi sacramenti che Cristo pasce la sua Chiesa!» (Ibid.
424).
Qui Cristo non è solo presente e operante. Cioè è Lui, ma in quella
trasfusione della sua divina potestà, che chiamiamo il nostro sacerdozio. E chi
non ricorda l’opera famosa di S. Ambrogio: De oficiis ministrorum? sui
doveri degli ecclesiastici? (PL 16, 26 ss.) Non ci fermeremo alla sua
iniziale professione di umiltà: «Io . . . trascinato dai tribunali e dalle
dignità amministrative al sacerdozio, ho incominciato ad insegnare a voi quello
che io stesso non imparai . . .», perché invece in questo breve e primo manuale
di dottrina morale troveremo già un buon tentativo d’una sintesi della etica
razionale con l’insegnamento nuovo e originale, derivante dalla sapienza
evangelica; buona, se pur ancora iniziale pedagogia, per stilizzare santamente
la vita ecclesiastica, e poi quella comune dei cristiani. Cicerone precede,
Ambrogio segue, integrando, ma supera lo stoicismo di base, derivando dalla fede
la norma dell’operare, da cui non è più escluso il povero e l’umile, sì bene
portato al comune livello, anzi con preferenziale intenzione di fraternità e di
carità; per concludere il trattato con un’esclamazione che potremo far nostra:
«che cosa più preziosa dell’amicizia?» (Ibid. 193).
E gli altri aspetti della vita rigenerata dal battesimo? Sarebbe qui troppo
lungo passarli in rassegna; ma uno merita una menzione speciale, perché ebbe da
Ambrogio particolare impegno, che meritò a noi l’eredità di parecchie sue opere;
diciamo l’educazione alla verginità, vero colpo d’ala sulla bassezza dilagante
del costume pagano e morbosamente corrotto. Chi non ricorda, ad esempio, il
capitolo II, letterariamente splendido, della prima opera di questa categoria,
circa il martirio di Santa Agnese, dodicenne: «In una sola vittima, un duplice
martirio, del pudore e della religione. E rimase vergine ed ottenne il
martirio»? (PL 16, 201-202)
E non è in questo libro l’elogio, uno dei primi nella letteratura sacra,
della Vergine Maria, Madre di Cristo? «Immagine della verginità: tale infatti fu
Maria» (PL 16, 222). E simili scintille di bellezza e di sapienza
potremmo ricavare da altre opere ascetiche e morali del Pastore-Dottore, dove,
ad esempio, parla De viduis (PL 16, 233 ss.). Troveremmo
incantevoli colloqui, nutriti di notizie preziose sulla cronaca dei suoi giorni,
nella corrispondenza, unica, crediamo, nel suo genere, con la sorella MarCellina
(PL 16, 1036 ss.); e soavi amarezze nei due discorsi, non certo ignoti ai
necrologi famosi di Bossuet, per la morte del fratello Satiro (PL 16,
1345); e tant’altre cose. S. Ambrogio è un maestro prodigo; non si consulta mai
indarno, anche se la sua loquela non è sempre facile per noi, letterato,
com’egli è, sempre padrone e forse un po’ raffinato nel suo stile. Vedete,
vorremmo raccomandare, il lavoro suo forse principale, la Expositio Evangelii
secundum Lucam (PL 15, 1607-1943). Ma a noi preme concludere
con una citazione notissima, ma confacente al caso nostro, quella che si trova
nel commento al Salmo XL, dove S. Ambrogio, con l’abituale facilità a introdurre
nel contesto della trattazione un riferimento scritturale, scrive: «Questi è
Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa (Matth. 16, 18). Dove
dunque è Pietro, ivi è la Chiesa; dov’è la Chiesa, lì non c’è assolutamente
morte, ma la vita eterna» (PL 14, 1134). Chi fu che a queste fatidiche
parole aggiunse una chiosa significativa: Dov’è Pietro, ivi è la Chiesa
Milanese? (Se bene ricordiamo, questa chiosa è dovuta al predecessore del Card.
Ferrari, Monsignore Luigi Nazari di Calabiana, dal 1867 al 1894 arcivescovo di
Milano). È così una sentenza che documenta non solo una verità dogmatica, ma
anche una tradizione storica, che noi ora, con questa cerimonia, qui ove fu la
sua dimora, intendiamo confermare, ad onore della Chiesa Ambrosiana, che in
questo momento tutti portiamo nel cuore. Del resto non aveva già affermato S.
Ambrogio: «In tutto voglio seguire la Chiesa Romana»? (De Sacramentis, III, 5: PL 16, 452)
E non risuona nei nostri animi un’altra parola del nostro Santo, la quale può
suggellare nel ricordo e nel proposito questa modesta, ma pia e cordiale
celebrazione: «La vita dei santi è per gli altri norma del vivere»? (De
Ioseph Patriarcha, 1, 1: PL 14, 673) Così sia per noi, per merito di
Sant’Ambrogio, con la sua e la nostra Benedizione.
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