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MESSAGGIO DI PAOLO PP. VI
AL PRESIDENTE E AI DELEGATI DELLE
NAZIONI UNITE RIUNITI
IN ASSEMBLEA PLENARIA A NEW YORK*

 

Signor Presidente,
Signori Rappresentanti degli Stati membri delle Nazioni Unite,

In occasione della Sessione speciale che l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso di consacrare al problema del disarmo, è giunta a Noi l'eco di un'attesa largamente diffusa: non ha la Santa Sede qualche cosa da dire su un argomento di così bruciante attualità, e di tanta e così vitale importanza per il futuro del mondo?

Senza esser membro della vostra Organizzazione, la Santa Sede ne segue con la massima attenzione e con profonda simpatia le molteplici attività e ne condivide le preoccupazioni e le generose intenzioni. Non possiamo quindi restare insensibili a simile attesa.

Cogliamo, pertanto, ben volentieri la possibilità che Ci è data di rivolgere ancora una volta la nostra parola all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, così come avemmo l'onore di farlo, di persona allora, nell'ormai lontano ottobre del 1965. Si tratta infatti di una circostanza del tutto eccezionale nella vita della vostra Organizzazione e per l'umanità intera.

1. Veniamo a voi, anche ora, nello spirito e con i sentimenti di quel primo incontro, il cui ricordo è sempre vivo e gradito al Nostro spirito. Ricevete il Nostro saluto, rispettoso e cordiale.

Veniamo a voi come rappresentanti di una Chiesa che raccoglie nel suo seno diverse centinaia di milioni di persone sparse in ogni continente, ma con la consapevolezza di essere, insieme, l'eco delle aspirazioni e delle speranze di altre centinaia e centinaia di milioni di uomini, cristiani e non cristiani, credenti e non credenti. Noi vorremmo raccoglierla come in un unico immenso coro, che si eleva a Dio ed a quanti da Dio hanno ricevuto la responsabilità delle sorti delle nazioni.

2. La Nostra vuol essere anzitutto una parola di compiacimento per aver risolto di affrontare decisamente, in questa sede, il problema del disarmo. E un atto di coraggio e di saggezza. È la risposta ad una esigenza gravissima ed urgente.

La Nostra è altresì una parola di comprensione. Conosciamo le eccezionali difficoltà che dovete affrontare e Ci rendiamo ben conto del peso delle vostre responsabilità, ma abbiamo fiducia nella serietà e nella sincerità del vostro impegno.

La Nostra parola vuole essere soprattutto - se ce lo permettete - una parola di incoraggiamento.

Aspirazione alla pace

3. Se i popoli mostrano tanto interesse al tema del vostro dibattito è perché giungere al disarmo è per essi, in primo luogo, togliere alla guerra i suoi mezzi; la pace è il loro sogno, la loro più profonda aspirazione!

La volontà di pace è anche il motivo, nobile e profondo, che vi ha spinto a questa Assemblea. Ma, agli occhi degli uomini di Stato, il problema del disarmo si presenta in forma ben più articolata e complessa.

Posto di fronte alla situazione quale essa è, l'uomo di Stato si chiede, non senza ragione, se è giusto e possibile disconoscere ai membri della Comunità internazionale il diritto di provvedere essi stessi alla propria legittima difesa, e quindi di assicurarsi i mezzi necessari a tale scopo.

Ed è forte la tentazione di domandarsi se la migliore possibile tutela della pace non continui in realtà ad essere assicurata, fondamentalmente, dal vecchio sistema dell'equilibrio delle forze fra i vari Stati o gruppi di Stati. Una pace disarmata è sempre esposta al pericolo; la stessa debolezza è incentivo ad attaccarla.

Su questa tela di fondo, si dice, si potranno e dovranno sviluppare collateralmente gli sforzi intesi, da una parte, a perfezionare metodi e organismi diretti a prevenire e risolvere pacificamente conflitti e contese e, dall'altra, a rendere meno disumane le guerre che non si riesce ad evitare. Allo stesso tempo si potrà e si dovrà cercare di diminuire i rispettivi arsenali di guerra, in modo che, senza rompere gli equilibri esistenti, sia indebolita la tentazione di far ricorso alle armi e siano alleggerite le enormi spese militari.

Questa sembra la via del realismo politico. Essa si richiama alla ragione e all'esperienza. Andar oltre appare a molti tentativo inutile, forse pericoloso.

La corsa agli armamenti pone il problema in termini nuovi

4. Diremo subito che ogni progresso sostanziale per migliorare i meccanismi di prevenzione dei conflitti, per eliminare armi particolarmente pericolose e disumane, per abbassare i livelli degli arsenali e delle spese militari, sarà da Noi salutato come un risultato estremamente prezioso e benefico.

Ma questo non basta ancora. La questione della guerra e della pace si pone oggi in termini nuovi.

Non che siano cambiati i principi. L'aggressione di uno Stato contro un altro era illecita ieri come lo è oggi. Anche allora un atto di guerra mirante indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti era un «delitto contro Dio e contro la stessa umanità» (Gaudium et spes, n. 80). E la guerra - mentre sono da onorare gli eroismi di quanti in essa sacrificano anche la vita al servizio della patria o di altra nobile causa - è sempre stata, in se stessa, un mezzo supremamente irrazionale e moralmente inaccettabile per regolare i rapporti fra gli Stati, salvo restando il diritto della legittima difesa.

Ma oggi la guerra può disporre di mezzi che ne hanno «enormemente accresciuto l'orrore e l'atrocità» (Ibid.).

La logica interna alla ricerca degli equilibri di forze spinge ciascuna delle parti a procurare di assicurarsi un qualche margine di superiorità, nel timore di venirsi a trovare in situazioni di svantaggio. Questa logica, unita ai vertiginosi progressi dell'umanità nei campi della scienza e della tecnica, ha portato alla scoperta di strumenti sempre più sofisticati e potenti di distruzione. Essi si sono andati accumulando e in forza di un processo quasi autonomo, tendono continuamente a scavalcarsi, quantitativamente e qualitativamente, con enorme dispendio di mezzi e di uomini, sino a rag-giungere, già oggi, un potenziale ampiamente capace di annientare ogni vita sul pianeta.

Gli sviluppi dell'armamento nucleare sono un capitolo speciale, certo il più paradigmatico e impressionante, di questa ricerca di sicurezza nell'equilibrio delle forze e della paura. Non si possono dimenticare i «progressi» compiuti e che si possono compiere anche nel settore di altre armi di distruzione di massa o tali da produrre effetti particolarmente lesivi, che si ritengono quindi dotati di particolare forza di «dissuasione».

Ma se «l'equilibrio del terrore» è potuto e può ancora servire per qualche tempo a evitare il peggio, pensare che la corsa agli armamenti possa continuare così, indefinitamente, senza provocare una catastrofe, sarebbe una tragica illusione.

Certo, il discorso riguarda soprattutto, almeno direttamente, le grandi potenze con i blocchi che si stringono attorno ad esse; ma ben difficilmente gli altri paesi potrebbero sentirsi non interessati.

L'umanità è quindi obbligata a rientrare in se stessa ed a chiedersi dove sta andando o, meglio, precipitando; a chiedersi, soprattutto, se il punto di partenza non sia profondamente erroneo e non debba essere, quindi, radicalmente modificato.

I motivi per farlo - di ordine morale, di sicurezza, di interesse proprio e generale - non mancano.

Ma è possibile trovare un sostitutivo alla sicurezza, sia pure tanto insicura e dispendiosa, che ciascuno cerca di garantirsi procurandosi i mezzi per la propria difesa?

Sostituire l'equilibrio della paura con l'equilibrio della fiducia

5. Pochi problemi appaiono oggi, come quello del disarmo, ineluttabili e difficili. Pochi problemi rispondono tanto ai bisogni e all'attesa dei popoli e sono così esposti, nello stesso tempo, a suscitare diffidenza, scetticismo, scoraggiamenti. Pochi esigono, in chi li deve affrontare, una così profonda carica ideale e un così acuto senso del reale. Suo luogo naturale sembra essere la visione profetica, aperta alle speranze del futuro; oppure non può essere veramente affrontato senza rimanere saldamente appoggiati sulla dura concretezza del presente.

Occorre perciò uno sforzo straordinario di sapienza e di volontà politica, da parte di tutti i membri della grande famiglia delle nazioni, per conciliare esigenze che sembrano contrapporsi ed eliminarsi a vicenda.

Il problema del disarmo è, sostanzialmente, un problema di mutua fiducia. Sarebbe dunque vano, in gran parte, cercare possibili soluzioni agli aspetti tecnici del disarmo, se non si riuscisse a sanare alla radice la situazione che serve da humus al proliferare degli armamenti.

Lo stesso terrore delle nuove armi rischia di essere inefficace nella misura in cui non siano garantite, per altra via, la sicurezza degli stati e la soluzione dei problemi che possono contrapporli su punti vitali per essi.

È indispensabile quindi, se si vuole - come è necessario - fare passi sostanziali sulla via del disarmo, trovare il modo di sostituire «l'equilibrio della paura» con «l'equilibrio della fiducia».

È ciò, praticamente, possibile? E in quale misura?

Un primo passo consiste, certo, nel cercare di migliorare con buona fede e buona volontà l'atmosfera e la realtà dei rapporti internazionali, specialmente tra le grandi Potenze e i blocchi di Stati. In tal modo potranno diminuire i timori e i sospetti che oggi li dividono e sarà più facile fidarsi della reale volontà di pace reciproca. Si tratta di uno sforzo lungo e complicato, ma che Noi vorremmo incoraggiare con tutte le nostre forze.

La distensione, intesa nel suo senso genuino, basata cioè su una comprovata volontà di mutuo rispetto, è condizione all'avvio di un vero processo di disarmo. A loro volta, misure di disarmo equilibrato e opportunamente controllato aiutano la distensione a progredire e ad affermarsi.

Ma la situazione internazionale è troppo esposta alle mutazioni e ai possibili capricci di volontà tragicamente libere. Una solida fiducia internazionale suppone, dunque, anche l'esistenza di strutture oggettivamente atte a garantire per vie pacifiche la sicurezza e il rispetto o il riconoscimento del buon diritto di tutti contro la possibile cattiva volontà da parte di qualcuno; un ordine internazionale, cioè, che sia sufficiente a dare a tutti quanto oggi ciascuno cerca di assicurarsi mediante il possesso e la minaccia, quando non l'impiego, delle armi.

Ma non si rischia di cadere, così, nell'utopia?

Crediamo di poter e di dover rispondere decisamente: no. Si tratta, certo, di un compito estremamente arduo, ma non inaccessibile alla tenacia e alla saggezza di uomini consapevoli delle proprie responsabilità di fronte all'umanità e alla storia: ma soprattutto davanti a Dio. È necessaria quindi una superiore coscienza religiosa. Anche quanti non hanno Dio come punto di riferimento possono e debbono riconoscere le esigenze fondamentali della legge morale che Dio ha scritto nel cuore degli uomini e che deve regolare i loro mutui rapporti sulla base della verità, della giustizia, dell'amore.

Mentre gli orizzonti dell'uomo si ampliano smisuratamente oltre i confini del nostro pianeta, Ci rifiutiamo di credere che egli - animato da tale coscienza - non sia capace, sia pure a costo di enormi sforzi ed anche di ragionevoli sacrifici di antichi concetti che continuano a dividere fra loro popoli e nazioni, di esorcizzare il demone della guerra, che minaccia di distruggerlo.

Alcune priorità nella strategia della pace e del disarmo

6. Nel far nostri e nel manifestare nuovamente a voi il voto e le ansie di un'umanità desiderosa e bisognosa di pace, siamo consapevoli che il cammino che deve portare alla costruzione di un nuovo ordine internazionale capace di eliminare le guerre e le loro cause, e di render quindi inutili le armi, non potrà, in ogni caso, esser breve come Noi lo vorremmo.

Sarà quindi indispensabile studiare e portar avanti, intanto, una strategia - progressiva ma quasi impaziente, bilanciata ma coraggiosa - della pace e del disarmo, con l'occhio e la volontà fissi sullo scopo ultimo del disarmo generale e completo.

Non abbiamo competenza o autorità per indicare a voi le linee, i metodi e i meccanismi di una simile strategia, che presuppone in ogni caso la messa a punto di sistemi internazionali di controllo sicuri ed efficaci. Crediamo però che vi è un comune accordo con νοi sulla necessità di stabilire alcune priorità nello sforzo inteso a bloccare la corsa agli armamenti ed a ridurre il peso di quèlli esistenti:

a) L'armamento nucleare occupa certamente il primo posto: è la minaccia più paurosa che grava sull'umanità. Mentre apprezziamo altamente le iniziative prese sinora in questo settore, non possiamo che incoraggiare tutti, e in particolare i paesi che ne hanno maggiore responsabilità, a continuarle ed ampliarle, avendo come scopo finale l'eliminazione totale dell'arsenale atomico. Nello stesso tempo si dovrà trovare il modo di rendere accessibili a tutti i popoli le incalcolabili risorse dell'energia nucleare per il loro uso pacifico.

b) Seguono nell'ordine le armi di distruzione di massa, già esistenti o possibili, come quelle chimiche, radiologiche o di altro genere e quelle ad effetto indiscriminato o, per usare un'espressione già assai crudele, eccessivamente e non necessariamente crudele.

c) Una menzione va fatta anche del commercio delle armi convenzionali, che sono, per così dire, il principale nutrimento delle guerre locali o limitate. Di fronte all'immensità della catastrofe che significherebbe per il mondo od interi continenti una guerra combattuta ricorrendo all'intero arsenale delle armi strategiche e di altro genere, tali conflitti possono apparire di minore importanza, se non trascurabili.

Ma le distruzioni e le sofferenze che essi causano alle popolazioni investite non sono inferiori a quelle causate, su ben altra scala, da un conflitto generale. E l'aggravio delle spese in armamenti può soffocare l'economia di paesi spesso ancora sulla via dello sviluppo. Senza contare, poi, il pericolo che, in un mondo divenuto ormai piccolo e nel quale i differenti interessi si intersecano e si contrastano, un conflitto locale possa a poco a poco provocare incendi assai più vasti.

Una grande speranza

7. La corsa agli armamenti è motivo di scandalo; alla prospettiva del disarmo è legata una grande speranza. Lo scandalo riguarda la impressionante sproporzione fra le risorse, di denaro e di intelligenza, impegnate al servizio della morte e quelle consacrate al servizio della vita. La speranza è che, diminuendo le spese militari, una parte sostanziale delle immense risorse che esse oggi assorbono possa essere impiegata in un ampio piano di sviluppo mondiale.

Noi condividiamo lo scandalo, facciamo Nostra la speranza.

Nell'aula stessa che ora vi raccoglie Ci permettemmo di rinnovare, il 4 ottobre 1965, l'invito lanciato a tutti gli Stati, in occasione del nostro viaggio a Bombay nel dicembre precedente, «di devolvere a beneficio dei paesi in via di sviluppo una parte almeno delle economie che si possono realizzare con la riduzione degli armamenti».

Ripetiamo ora, con ancor maggiore forza e insistenza, questo appello, invitando tutti allo studio e all'attuazione di un piano organico, nel quadro dei programmi per la lotta contro le sperequazioni, il sottosviluppo, la fame, le malattie, l'analfabetismo nel mondo. Lo richiedono ragioni di giustizia. Lo consigliano ragioni di interesse generale: perché il progresso di ciascuno dei membri della grande famiglia umana gioverà al progresso di tutti e servirà a stabilire più solidamente la pace nel mondo.

Tre imperativi

8. Disarmo, nuovo ordine mondiale, sviluppo: tre imperativi inseparabilmente collegati e che presuppongono essenzialmente un rinnovamento della mentalità pubblica.

Νοi conosciamo e comprendiamo le difficoltà che essi presentano. Ma vogliamo e dobbiamo fortemente richiamare alla vostra coscienza di uomini responsabili delle sorti dell'umanità i motivi gravissimi per i quali è necessario trovare il modo di vincerle. Non separatevi senza aver posto le basi e dato l'avvio alla soluzione del problema per il quale vi siete riuniti. Domani potrebbe essere troppo tardi.

Ma voi potete chiederci: la Santa Sede, per parte sua, che cosa può e che cosa vuole fare per aiutare in questo immenso sforzo comune per il disarmo e per la pace?

La domanda è legittima. Essa Ci pone, a nostra volta, davanti alle nostre responsabilità, di fronte alle quali le possibilità sono purtroppo assai inferiori alla volontà.

La Santa Sede non è una Potenza, né ha un potere politico. In un solenne trattato, essa ha dichiarato che «vuole rimanere e rimarrà estranea alle competizioni temporali fra gli Stati e ai Congressi internazionali indetti per tale oggetto, a meno che le parti contendenti facciano concorde appello alla sua missione di pace, riservandosi in ogni caso di far valere la sua potestà morale e spirituale» (Trattato Lateranense, art. 24).

Partecipi dei vostri problemi, consapevoli delle vostre difficoltà, forti della nostra stessa debolezza, con tutta semplicità vi diciamo: se mai crediate che la Santa Sede possa esser di aiuto per superare ostacoli che si frappongano sul cammino della pace, essa non si schermirà dietro la ragione della propria a-temporalità, non si tirerà indietro per evitare la responsabilità che un intervento, desiderato e richiesto, può comportare: troppo stima la pace, troppo la ama!

In ogni caso Noi continueremo a proclamare ben alto, senza stancarci, senza scoraggiarCi, il dovere della pace, i principi che ne regolano il dinamismo, i mezzi per conquistarla e difenderla, rinunciando alle armi che minacciano di ucciderla mentre pretendono di servirla.

Conoscendo la forza di un'opinione pubblica che sia alimentata da solide convinzioni ideali radicate nella coscienza, Noi continueremo a cooperare per educare vigorosamente la nuova umanità alla pace, per ricordare che non potrà esservi disarmo delle armi se non vi sarà disarmo dei cuori.

Continueremo a pregare per la pace.

Frutto della buona volontà degli uomini, ma esposta continuamente a pericoli che la buona volontà non sempre riesce a superare, la pace è sempre apparsa all'umanità soprattutto come un dono di Dio. A Lui Noi la chiederemo: donaci la pace. E a Lui chiede-remo di guidare i vostri lavori, perché i loro risultati, immediati e futuri, non abbiano a deludere la speranza dei popoli.

Dal Vaticano, 24 maggio 1978.

PAOLO PP. VI 


*(Questo messaggio è stato letto all'Assemblea dell'ONU riunita in sessione plenaria il 6 giugno 1978 da mons. Agostino Casaroli, Segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa)

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