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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI
PER L'VIII GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA
PER LE VOCAZIONI

Domenica, 2 maggio 1971

 

Con animo pieno di letizia e di speranza, ci rivolgiamo, come ogni anno, a tutti i Nostri figli della grande famiglia cattolica per chiedere la loro spirituale partecipazione, fervida, unanime, volonterosa, alla Ottava Giornata Mondiale di preghiere per le Vocazioni. E cogliamo l’occasione per invitarli a riflettere non solo sulla grandezza della vocazione, ma sul dovere che a tutti incombe di favorirne la crescita in ogni modo possibile: è un colloquio che amiamo annualmente intessere con ciascuno dei nostri Vescovi, sacerdoti e fedeli, per disporre i nostri cuori, insieme, alle effusioni della grazia divina che tutti ci chiama all’impegno più alto e più sacro di ogni altro, quello di pregare il Padrone della messe affinché mandi - in numero sufficiente agli accresciuti bisogni della Chiesa e del mondo - gli operai necessari alla sua messe (Cfr. Matth. 9, 38). E questo colloquio ci è facilitato dalla particolare atmosfera offerta dalle celebrazioni liturgiche. Di fatto, la Giornata ritorna a noi nel giorno stesso in cui la liturgia offre alla nostra meditazione l’immagine viva del Buon Pastore.

1. Quando Gesù presentava se stesso come il Pastore Buono, si ricollegava ad una lunga tradizione biblica, già familiare ai suoi discepoli ed agli altri ascoltatori. Il Dio d’Israele, infatti, si era manifestato sempre come il Pastore Buono del suo popolo. Egli ne aveva ascoltato il lamento (Ex. 3, 7), lo aveva liberato dalla terra di schiavi (Deut. 5, 6), «aveva guidato nella sua bontà il popolo da lui salvato» (Ex. 15, 3) durante il faticoso cammino nel deserto verso la patria promessa (Ps. 78 (77), 52 ss.). Con l’alleanza del Sinai lo aveva costituito come popolo di sua proprietà, regno sacerdotale, gente santa (Ex. 19, 5 s.). Secolo dopo secolo, il Signore aveva continuato a guidarlo, anzi, a portarlo sulle sue braccia come il pastore porta gli agnelli (Is. 40, 11). Lo aveva ancora portato dopo la punizione dell’esilio, chiamando di nuovo e radunando insieme le pecore disperse per ricondurle nella terra dei padri (Is. 49, 8 56, ss.; 8; Zac. 10, 8).

È per questo motivo che gli antichi credenti si rivolgevano filialmente a Dio, chiamandolo il loro Pastore: «Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla; in erbosi pascoli mi fa riposare; ad acque ristoratrici mi conduce, ricrea l’anima mia; mi guida per giusti sentieri» (Ps. 23 (22), 1 ss.; cfr. 80 (79), 2). Essi sapevano che il Signore era un Pastore buono, paziente, talvolta severo, ma misericordioso sempre verso il suo popolo, anzi, verso tutti gli uomini.

LA CHIAMATA DEL SIGNORE

Il Signore aveva chiamato anche degli uomini, perché fossero pastori del suo gregge e lo guidassero in suo nome e secondo il suo cuore: uomini scelti, uomini di grande fede, come Mosè ed Aronne (Ps. 77 (76), 21), Giosuè (Num. 27, 15 ss.), Davide (2 Sam. 5, 2), e numerosi altri capi del suo popolo.

Però quegli uomini, con tutte le debolezze umane, non erano che figure e anticipazioni dei tempi che ancora dovevano venire. Inoltre, essi non potevano dare quella sicurezza e quella pace, che era l’aspirazione profonda degli animi, e perciò il popolo eletto non trovò chi veramente ne dirigesse i passi sulla via della verità, nell’ossequio alla giustizia, nel rispetto della Parola divina. Finalmente il Signore, per mezzo dei profeti, annunciò la venuta di un nuovo Davide, dell’Unico Pastore, che avrebbe guidato il suo popolo con assoluta fedeltà (Ez. 34, 23; cfr. tutto 34), e avrebbe risposto alle sue ansie profonde.

E infatti, quando nella pienezza dei tempi venne Gesù, Egli trovò il suo popolo «come un gregge senza pastore» e ne provò una profonda pena (Matth. 9, 36). In Lui le profezie si adempivano e finivano i tempi dell’attesa. Con le stesse parole della tradizione biblica (Cfr. Ez. 34, 11-16) Gesù si è presentato come il Pastore Buono, che conosce le sue pecore, le chiama per nome, e per esse dà la sua vita (Io 10, 11 ss.). E così «si farà un solo gregge, un solo pastore» (Ibid.). In questo modo Gesù rivela il suo programma di azione nelle anime, che non si svolgerà con violenza o costrizione, ma con dolcezza, con persuasione, con amore (Matth. 11, 28-30).

Gli Apostoli, fedeli alla memoria di Gesù, si rallegravano con i nuovi credenti, perché avevano trovato in Lui il Pastore delle loro anime (1 Petr. 2, 25. 21), anzi il Principe dei Pastori (1 Petr. 5, 4).

PER IL BENE DEL GREGGE

Giunta poi l’ora di far ritorno al Padre, lasciando questo mondo, Gesù volle scegliersi e chiamare altri pastori secondo il suo cuore. Lo fece per sua libera elezione (Marc. 3, 13), affinché continuassero la sua stessa missione, in tutto il mondo, sino alla fine dei secoli (Matth. 28, 18 ss.). Essi saranno i suoi inviati, i suoi messaggeri, i suoi apostoli. Essi non saranno pastori se non nel suo Nome, per il bene del gregge e in virtù del suo Spirito, a cui dovranno rimanere fedeli. Primo fra tutti Pietro, che, dopo la sua triplice professione di amore verso Gesù, è nominato pastore delle Sue pecore e dei Suoi agnelli (Io. 21, 15-17). Poi tutti gli apostoli. E dopo di loro, altri ancora, ma tutti nel medesimo Spirito. E tutti, in ogni tempo, dovranno guidare il gregge del Signore, ad essi affidato non come dominatori, ma come modelli, del gregge, con pieno disinteresse, con slancio del cuore (1 Petr. 5, 2 ss.). Solo così essi potranno ricevere un giorno il premio meritato, quando riapparirà il Principe dei Pastori (1 Petr. 5, 4).

2. La missione di Gesù, dunque, continua. Egli rimane sempre con noi (Matth. 28, 20b.): i cieli e la terra passeranno, ma le sue parole non passeranno (Matth. 24, 35). Gesù, il Pastore Buono, continua quindi a chiamare chi voglia collaborare con Lui a compiere la sua stessa missione. Tutti noi abbiamo ricevuto il Battesimo di Gesù. In questa vocazione comune ad essere cristiani, ognuno di noi è chiamato a svolgere una funzione particolare, per l’attuazione del disegno di Dio (Rom. 12, 4-7; 1 Cor. 12, 4 ss.). Tutti, dunque, dobbiamo avvicinarci con fiducia a Cristo, alla sua vita, alle sue parole, per riscoprire la volontà di Dio sopra di noi, e mettere a servizio degli altri, della Chiesa, dell’umanità, i doni che ciascuno h a ricevuto (1 Petr. 4, 10 ss.).

Ora, Gesù ha voluto che la sua Chiesa abbia sino alla fine dei tempi anche dei pastori che partecipano al sacerdozio in Lui, in modo che l’atto salvatore di Gesù diventi presente ed efficace in tutta l’umanità e per tutte le generazioni (Cfr. Lumen gentium, 28). In questi tempi in cui l’umanità ricerca nell’oscurità la sua strada e gli uomini sono «come pecore erranti» (1 Petr. 2, 25; cfr. Matth. 9, 36), il cuore di Cristo è più che mai vicino ad essa, per prevenire i pericoli che la minacciano, i passi falsi e fatali, e per spronarne la generosità.

È per questo che ciascuno deve misurare la propria responsabilità e farsi attento per scoprire in sé ed accogliere i segni possibili della chiamata ad una missione «pastorale», più prossima all’azione del sommo Pastore, nella sua parola e nel suo sacrificio.

La vita dev’essere consacrata a qualcosa di grande. Non si può rimanere inerti e insensibili, quando si pensa che tante mani si alzano dai cinque continenti verso chi rappresentando Cristo in mezzo a loro, possa colmare le loro aspettative e rispondere alle loro speranze. Sono mani di bambini e di giovani, che attendono chi insegni loro la via della verità e della giustizia; mani di uomini e donne, a cui l’asprezza dura della vita quotidiana fa sentire più acuto il bisogno di Dio; mani di anziani, di sofferenti, di ammalati, che aspettano chi si interessi di loro, si chini sulle loro tribolazioni, ne consoli le amarezze, schiudendo all’anima stanca la speranza del Cielo; mani di affamati, di lebbrosi, di reietti della società, che chiedono aiuto. Per questo sono necessari sacerdoti e religiosi, sono necessarie suore, sono necessarie anime consacrate negli Istituti Secolari; e purtroppo spesso essi mancano proprio là, dove il bisogno è più grande, e si fa più tragico di giorno in giorno. Per questo Noi ci indirizziamo al Popolo di Dio: a ognuno il Signore può far sentire la sua voce; e saranno retribuiti con lo stesso salario d’amore eterno gli operai della prima, come dell’ultima ora (Cfr. Matth. 20, 9-16).

APPELLO AI GIOVANI

Ma è soprattutto ai giovani che ci rivolgiamo, perché, oggi come ieri, sono essi che Gesù di preferenza sceglie e chiama ad essere sacerdoti secondo il suo cuore, ai quali si rivolge come ai «suoi amici» (Io. 15, 9-15): essi Egli sceglie e chiama ad essere testimoni della sua carità assetata di anime, nei vari stati della vita religiosa e della spiritualità consacrata. Il mondo di oggi, come ha bisogno di pastori, così ha altrettanto bisogno di quei simboli viventi, in cui brilla di più viva luce il mirabile disegno di Dio sull’umanità: ha bisogno di quelle vite, quali lo Spirito Santo ha suscitato fin dall’origine della Chiesa e che, in forza di una consacrazione totale al Signore e di una immolazione integrale di sé a servizio di Dio e dei fratelli, manifestano agli occhi di tutti ciò che Dio attende da ciascuno e che Egli prepara per tutti: il suo regno di amore. La nostra difficile epoca esige anche dei religiosi e delle religiose. Tutti i giovani di cuore generoso devono interrogarsi per sapere se il Signore Gesù non «stia parlando proprio al loro cuore» (Cfr. Os. 2, 16). Non ci sono confini a questa generosità e a questo dono di sé: al di là della patria di ciascuno, si aprono alla evangelizzazione i campi illimitati, dove crescono le messi del Signore (Cfr. Lumen gentium, 43; Perfectae caritatis, 1; Ad gentes, 3).

A voi, pertanto, giovani e figliole credenti, vogliamo perciò ripetere le parole della parabola: «Perché ve ne state oziosi?» Quid hic statis tota die otiosi? (Matth. 20, 6) Non di parole vi è bisogno oggi, ma di opere. Non di velleità, ma di generosità concreta, che paghi di persona. Non di contestazioni sterili, ma di sacrificio personale che, impegnandosi direttamente, trasformi il mondo fatiscente. Solo i giovani possono comprendere questa necessità: ed ai migliori tra essi si può aprire il campo sterminato dell’apostolato sacerdotale, missionario, caritativo, assistenziale, di cui abbisognano i fratelli. Ascoltate la voce di Cristo, che vi chiama tra i suoi operai: date un senso alla vita, facendo vostre le sollecitudini della Chiesa per l’elevazione e il progresso dei popoli. La Chiesa, infatti, comprende veramente a fondo le istanze del vostro cuore generoso, e solo essa non le delude, non le strumentalizza per secondi fini, non le rende vane.

NECESSITÀ DELLA PREGHIERA

Ma è anche tutto il popolo cristiano, che è invitato a contribuire, ognuno per la sua parte, allo scopo di offrire al Signore questi pastori e queste anime consacrate, di cui lo stesso popolo cristiano ha bisogno per vivere e per crescere. Tutti hanno il dovere di cooperare alla edificazione del Corpo Mistico di Cristo. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato vigorosamente questo dovere: «Se nella Chiesa non tutti camminano per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno avuto in sorte la stessa fede in virtù della giustizia di Dio (Cfr. 2 Petr. 1, 1). Quantunque alcuni per la volontà di Cristo siano costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il Corpo di Cristo. La distinzione, infatti, posta dal Signore tra i sacri ministri e il resto del Popolo di Dio, comporta un legame, essendo i Pastori e gli altri fedeli uniti tra di loro da una comunità di rapporti; i Pastori della Chiesa, sull’esempio di Cristo, sono al servizio gli uni degli altri e al servizio degli altri fedeli, e questi a loro volta prestano volonterosi la loro collaborazione ai Pastori e ai maestri. Così nella varietà, tutti danno testimonianza della mirabile unità del Corpo di Cristo» (Lumen gentium, 32). Di qui la necessità dell’apostolato, della collaborazione missionaria, soprattutto della preghiera per le vocazioni.

È tutto il popolo cristiano che deve preparare, nelle sue famiglie esemplari, il buon terreno dove la semente possa germinare e produrre. È tutto il popolo cristiano che deve manifestare la sua attesa e la sua stima verso il sacerdote, il religioso, la religiosa, creando così il clima favorevole al dischiudersi dei giovani alle cose di Dio. È tutto il popolo cristiano che deve domandare a Dio umilmente ciò che Dio solo può dare, pregando, secondo il comando del Maestro, perché Egli mandi operai nella sua messe (Matth. 9, 38). Tutto il popolo: ma primi fra tutti gli stessi sacerdoti e i religiosi, all’esempio, al fervore, alla fedeltà dei quali è sospeso l’intero avvenire della Chiesa.

Siamo certi che le Nostre parole troveranno eco nel cuore dei nostri figli e figlie della cattolicità universale, suscitandovi più ardente il bisogno della preghiera, più intensa l’offerta del sacrificio, più fedele la rispondenza alla volontà divina che tutti chiama a impegnarsi nell’amore per l’edificazione della Chiesa. Nessuno si ritragga da questo dovere; e affinché la buona disposizione non manchi, di cuore impartiamo la Nostra Benedizione Apostolica, in modo particolare a quanti seguono la sacra vocazione, alle famiglie che li hanno offerti al Signore, e a quanti, con la preghiera, con la sofferenza, con l’aiuto concreto li sostengono nell’arduo e letificante cammino.

Dal Vaticano, il 12 marzo dell’anno 1971, VIII del Nostro Pontificato.

PAULUS PP. VI

 

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