The Holy See
back up
Search
riga

SOLENNE INIZIO DELLA SECONDA SESSIONE
DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE PAOLO VI

Domenica, 29 settembre 1963

 

 

1. 1. Salute a voi, Fratelli dilettissimi in Cristo, che abbiamo chiamato da tutti i popoli dove la Chiesa santa e cattolica ha esteso i suoi ordinamenti Gerarchici. Salute a voi, che, da Noi invitati, siete convenuti qui di buon grado per partecipare insieme a Noi alla seconda parte del Concilio Ecumenico Vaticano II, che con animo lieto Noi oggi iniziamo, auspice l’Arcangelo Michele, Difensore del popolo cristiano.

2. Oh, come si adatta il nome fatidico e nobile di "Chiesa", ossia congregazione e convocazione, a questa degnissima assemblea di Fratelli, alla quale sono convenute persone rispettabilissime dalle regioni d’oriente e d’occidente, dai paesi meridionali e settentrionali! Oh, come adesso sembra realizzarsi con nuovo significato quella frase che Ci viene in mente mentre osserviamo questo spettacolo; "Per tutta la terra è corsa la loro voce, e fino ai confini del mondo le loro parole" (Rm 10,18; Sal 19,5)! Oh, come brillano mirabilmente riunite quelle misteriose note di una e cattolica con cui la definiamo! E da questo spettacolo, nel quale si presenta la Chiesa universale, siamo indotti a riflettere non solo sulla sua origine apostolica, che qui vediamo quasi raffigurata e celebrata, ma anche sulla finalità alla quale tende la Chiesa, da Noi amatissima, di formare uomini santi. Le caratteristiche che emergono sono quelle proprie della Chiesa; risplende il volto della Sposa di Cristo; e l’animo di ognuno di noi si infiamma di quel senso, avvertito ma sempre arcano, con il quale percepiamo di essere il Corpo mistico di Cristo, e siamo presi da quella gioia immensa e senza pari, ancora ignota ai profani, che nasce da quella sentenza: "quanto è soave che i fratelli vivano insieme" (Sal 133,1). Perciò stimiamo essere non poco utile considerare e imprimere nel nostro animo ciò che scaturisce fin dal primo inizio dall’evento umano e divino che ora si sta svolgendo. Siamo infatti qui di nuovo, come in un altro cenacolo, che la moltitudine delle persone riunite, non lo spaziosissimo edificio, rende angusto; dal cielo qui ci viene accanto la Vergine Maria, Madre di Cristo; qui intorno a Noi, che, benché ultimo nel tempo e per meriti, siamo succeduti nella sede dell’Apostolo Pietro, pur tuttavia godiamo con lui della stessa autorità e del medesimo incarico, siete convenuti voi, Venerabili Fratelli, che siete anche voi apostoli, perché traete origine del Collegio Apostolico e ne siete i veri eredi; qui uniti dalla stessa fede e dalla stessa carità innalzeremo un’unica preghiera; qui noi godremo senza dubbio del dono soprannaturale dello Spirito Santo presente, animante, docente, corroborante; qui tutte le lingue di tutti i popoli risuoneranno insieme e sarà univoco il messaggio da inviare al mondo intero; qui con passo sicuro è giunta la Chiesa, dopo aver pellegrinato per ormai venti secoli su questa terra; qui lo stuolo apostolico, congregato da tutto il mondo, si ristora come alla sorgente che estingue ogni sete ed accende ogni nuova sete; e da qui, ripreso il cammino nel mondo e nel tempo, si avvia verso una meta che è al di là di questa terra ed oltre questo tempo.

3. Salute, Venerabili Fratelli: così vi accoglie il più piccolo fra di voi, il servo dei servi di Dio, anche se carico delle somme chiavi consegnate a Pietro da Cristo Gesù; così egli vi ringrazia delle testimonianze di obbedienza e di fiducia che voi gli portate; così egli vi dimostra col fatto di voler pregare, dialogare, deliberare, lavorare con voi. Chiamiamo a testimone il Dio immortale che dal primo inizio della seconda sessione di questo grande Concilio non c’è nel Nostro animo nessun proposito di dominio umano, né il solo interesse per il Nostro potere; c’è invece, Fratelli, il desiderio e la volontà di obbedire al comando divino che Ci ha costituiti Sommo Pastore di tutti voi e tra di voi. Tale comando richiede questo da voi, cioè "la comunione dei santi", la vostra fedeltà verso di Noi, il vostro animo unito a Noi, la vostra collaborazione con Noi, il che è per Noi "gioia e corona" (Cf. Fil 4,1). E in cambio Noi vi offriamo cose che siamo ben lieti di offrirvi: la Nostra venerazione, la Nostra stima, la Nostra fiducia, il Nostro affetto.

4. Era Nostra intenzione indirizzare a voi la Nostra prima Enciclica, come suggeriva l’uso tradizionale; ma perché - così Ci siamo chiesti - comunicare per iscritto ciò che, per una felicissima e particolarissima occasione, vogliamo dire questo Concilio Ecumenico, possiamo esprimere a voce ai presenti? Non possiamo adesso esporre tutto quello che abbiamo in mente e che si tratta più facilmente per iscritto. Ma per questa volta pensiamo che il presente discorso possa essere preludio tanto a questo Concilio che alla Nostra missione pontificale. Questa volta dunque la Nostra voce faccia le veci dell’Enciclica che, con il benevolo aiuto di Dio, Noi speriamo inviarvi trascorsi questi giorni laboriosi.

 

Omaggio alla memoria di Giovanni XXIII

2. 1. Ed ora, dopo avervi salutati, stimiamo opportuno presentarCi a voi. Siamo infatti nuovi nel compito pontificale che esercitiamo, anzi piuttosto inauguriamo. Voi sapete che il 21 Giugno scorso, giorno nel quale felicemente cadeva la festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, l’assemblea dei Cardinali - alla quale, qui presente, siamo lieti di esprimere ancora una volta il Nostro ossequio e la Nostra venerazione -, senza tener conto della Nostra debolezza e imperfezione, ha voluto eleggerCi alla Sede episcopale di Roma e perciò al Sommo Pontificato di tutta la Chiesa.

2. Nel rammentarCi di questo, non possiamo tralasciare di ripresentarCi contemporaneamente il Nostro Predecessore di felice ed immortale memoria Giovanni XXIII, che abbiamo assai amato. In Noi, e in tutti quelli che hanno potuto vederlo in questo posto che Noi ora occupiamo, il suo nome rievoca alla memoria la sua figura dolce e sacerdotale quando, l’11 ottobre dell’anno scorso, inaugurò la prima sessione di questo Concilio Ecumenico Vaticano II, e pronunziò quel discorso che non solo alla Chiesa, ma anche a tutta l’umanità parve il vaticinio di un animo profetico sulla situazione di questa nostra epoca. Quel discorso echeggia ancora nella Nostra memoria e nella Nostra coscienza per indicare la via che il Concilio deve percorrere, e servirà sicuramente anche a liberare i nostri animi da ogni dubbio e da ogni stanchezza, se mai ci assalissero in questo difficile cammino. O caro e venerando Papa Giovanni! Ti siano rese grazie, ti siano rivolte lodi per aver comandato, quasi premuto da un piano divino, di radunare questo Concilio, per aprire alla Chiesa nuove vie e insieme convogliare sulla terra le acque fresche e benefiche, ancora sconosciute, che sgorgano dalla grazia di Cristo Dio. Tu, senza che nessun stimolo terreno ti sollecitasse, senza che ti spingessero circostanze particolari, come indovinando i progetti del Dio dei cieli ed immedesimandoti nelle remote e crude necessità del nostro tempo, hai pensato che si dovesse riannodare il filo spezzato del Concilio Vaticano I. Nel far questo hai ottenuto anche di dissipare spontaneamente quella diffidenza che a torto alcuni avevano riportato da quel Concilio, quasi che per reggere la Chiesa bastasse il supremo potere conferito da Cristo Gesù al Romano Pontefice e riconosciuto da quel Concilio, ignorando l’aiuto dei Concili Ecumenici.

3. Tu inoltre hai radunato i Fratelli, successori degli Apostoli, perché fossero ripresi gli studi interrotti e le leggi lasciate in sospeso, ed anche perché essi si sentissero uniti in un unico corpo con il Sommo Pontefice e da lui ricevessero forza e direzione perché "il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace" (AAS 54 (1962), p. 790 [p. 1.097]). Ma a questo più nobile scopo del Concilio hai unito anche l’altro, quello cosiddetto pastorale, che al presente sembra più pressante e più propizio del primo. Hai infatti ammonito: "Il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere, alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica", ma piuttosto che essa "sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi" (AAS 54 (1962), pp. 791-792 [p. 1101.1103]). Hai anche confermato l’opinione che, negli elementi di cui è costituito il magistero ecclesiastico, la dottrina cristiana non verte soltanto nell’analizzare la verità con la ragione che la fede ha illuminato, ma anche nella parola che genera vita ed azione; e che l’autorità della Chiesa non deve consistere esclusivamente nel condannare gli errori che la deturperebbero, ma deve anche promulgare documenti positivi e costruttivi, di cui essa è feconda. Se dunque il compito del magistero ecclesiastico non è né solamente speculativo né soltanto negativo, è allora necessario che in questo Concilio esso manifesti al massimo la forza e la potenza della dottrina di Cristo, che disse: "Le parole che vi ho detto sono spirito e vita" (Gv 6,64).

4. Noi non dimenticheremo in nulla le norme che con sapientissima intuizione sono state tracciate da Te, primo Padre di questo Concilio, e che qui è utile rievocare: "Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro - ossia la dottrina cattolica -, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli". Di conseguenza "si dovrà cioè adottare quella forma di esposizione che più corrisponda al magistero, la cui indole è prevalentemente pastorale" (AAS 54 (1962), pp. 791-792 [p. 1101.1103]).

5. Né sarà da noi negletta l’importante questione concernente l’unità di tutti coloro che credono in Cristo e vogliono far parte della sua Chiesa, che Tu, Giovanni, hai indicato come la casa paterna aperta a tutti; sicché la seconda parte che celebreremo del Concilio Ecumenico, da te indetto e incominciato, segua fedelmente la via da te segnata, e possa raggiungere quei fini che hai desiderato con ardentissimi aneliti.

 

Quali sono il principio, la via e lo scopo del presente Concilio

3. 1. Riprendiamo dunque, Venerabili Fratelli, il cammino iniziato. Ma questo evidente proposito muove il Nostro spirito a considerare un’altra cosa, che è di così grave importanza e così eminente da obbligarCi a comunicarvela, anche se tutta questa assemblea ne è già informata e come inondata dalla sua luce.

2. Da dove prenderà l’avvio, Venerabili Fratelli, il nostro cammino? E poi che via si dovrà seguire, se più che alle ragioni appena esposte guardiamo alle leggi divine, alle quali si deve obbedire? Infine, quale traguardo si dovrà prestabilire al nostro percorso? Tale meta, finché ci troviamo qui sulla terra, pur dovendosi adattare ai tempi ed alle situazioni di questa vita mortale, tuttavia deve mirare al fine supremo degli uomini, al quale bisognerà che approdiamo dopo questo pellegrinaggio terrestre.

3. Queste tre domande, che all’intelletto sono così elementari ma sono della massima gravità, hanno un’unica risposta, che abbiamo ritenuto di doverci ribadire in quest’ora solenne e in quest’assemblea e proclamare al mondo intero: che cioè Cristo, diciamo Cristo, è il nostro principio, Cristo è la nostra guida e la nostra via, Cristo è la nostra speranza e la nostra meta.

4. Abbia pienamente presente questo Concilio Ecumenico tale vincolo, unico e molteplice, fisso e stimolante, arcano e manifesto, stretto e soavissimo, con il quale noi siamo congiunti a Gesù Cristo, con il quale questa Chiesa santa e viva, che siamo noi, si unisce a Cristo, dal quale veniamo, per il quale viviamo ed al quale aneliamo. Questa nostra assemblea qui radunata non brilli d’altra luce se non di Cristo, che è la luce del mondo; i nostri animi non cerchino altra verità se non la parola del Signore, che è il nostro unico maestro; non preoccupiamoci d’altro se non di obbedire ai suoi precetti con una sottomissione fedele in tutto; non ci sostenga altra fiducia se non quella che corrobora la nostra flebile debolezza, perché si fonda sulle sue parole: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20).

5. Fossimo Noi capaci di alzare al Signore Nostro Gesù Cristo, in quest’ora storica, una voce degna di lui! Facciamo qui nostre le parole della Sacra Liturgia: "Riconosciamo solo te, o Cristo; - con mente pura e semplice - ti chiediamo piangendo e cantando: - Ascolta le nostre invocazioni!" (Breviario Romano, Inno alle Lodi del mercoledì [nella Liturgia delle Ore, alla I e III settimana del Salterio, con modifiche]). Nel pronunciare queste parole, davanti ai nostri occhi attoniti e trepidanti sembra stagliarsi Gesù stesso, imponente di quella grandiosa maestà di cui rifulge il Pantocrator nelle vostre Basiliche, Venerabili Fratelli delle Chiese Orientali, ed anche in quelle occidentali. Noi sembriamo quasi rappresentare la parte del nostro Predecessore Onorio III che adora Cristo, come è raffigurato con splendido mosaico nell’abside della Basilica di San Paolo fuori le Mura. Quel Pontefice, di proporzioni minuscole e con il corpo quasi annichilito prostrato a terra, bacia i piedi di Cristo, che, dominando con la mole gigantesca, ammantato di maestà come un regale maestro, presiede e benedice la moltitudine radunata nella Basilica, che è la Chiesa. E questa scena Ci sembra essere riprodotta, non già in un’immagine dipinta sul muro con linee e colori, ma reale, in questa nostra assemblea, che riconosce Cristo come principio e sorgente da cui provengono la Redenzione umana e la Chiesa; che similmente riconosce la Chiesa come emanazione terrestre e misteriosa e prolungamento dello stesso Cristo; sicché è come se gli occhi della nostra mente fossero sfiorati da quella visione dell’Apocalisse che l’Apostolo Giovanni descrive con queste parole: "Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello" (Ap 22,1).

6. A Noi sembra assai opportuno che questo Concilio prenda l’avvio da quell’immagine, meglio ancora da questa mistica celebrazione. Questa celebrazione infatti proclama che il Signore Nostro Gesù Cristo è il Verbo incarnato, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, Redentore del mondo, cioè speranza del genere umano e suo unico Maestro, Pastore, Pane di vita, nostro Pontefice e nostra Vittima, unico Mediatore tra Dio e gli uomini, Salvatore della terra, che sarà Re nei secoli eterni; e questa medesima celebrazione dichiara che noi siamo divinamente chiamati da Cristo, siamo suoi discepoli, apostoli, testimoni, ministri, rappresentanti; e insieme agli altri fedeli sue membra vive, che confluiscono in quell’immenso ed unico Corpo mistico che egli, per mezzo della fede e dei sacramenti, si edifica continuamente nelle generazioni umane; parliamo della sua Chiesa, che è società spirituale e visibile, fraterna e gerarchica, temporale nel presente, ma un giorno permanente in eterno.

7. Venerabili Fratelli, se consideriamo con attenzione ciò che è della massima importanza, cioè che Cristo è il nostro Creatore e il nostro Capo, non visibile con gli occhi ma vero, e che noi riceviamo tutto da lui, tanto che con lui diventiamo il "Cristo totale", del quale leggiamo in Sant’Agostino e del quale è pervasa tutta la dottrina sulla Chiesa, senza dubbio allora appariranno evidenti gli scopi primari di questo Concilio: i quali scopi, per brevità e chiarezza, riassumeremo in quattro punti, che sono: la definizione o, se si preferisce, la coscienza di Chiesa, la sua riforma, la ricomposizione dell’unità tra tutti i cristiani e il dialogo della Chiesa con gli uomini contemporanei.

 

Definire più precisamente il concetto di Chiesa

4. 1. Prima di tutto non c’è dubbio che la Chiesa desidera, anzi è forzata dalla necessità e dal dovere a dare finalmente una completa definizione di se stessa. Noi tutti conosciamo perfettamente le bellissime immagini con cui nelle Sacre Scritture viene descritta la natura della Chiesa; essa in diversi passi viene chiamata edificio di Cristo, casa di Dio, tempio e dimora di Dio, e il suo popolo gregge, vigna, campo, città, e infine Sposa di Cristo e suo mistico Corpo. L’abbondanza di queste affascinanti figurazioni fu la causa per cui la Chiesa, mossa dalla considerazione di esse, si riconoscesse come società costituita su questa terra, visibile, dotata di una sacra gerarchia, e contemporaneamente animata all’interno da una potenza misteriosa. Con l’eminente Enciclica del Nostro Predecessore Pio XII, che comincia Mystici Corporis, si sono realizzate in parte le aspirazioni della Chiesa di esprimere una dottrina esauriente di se stessa, ma d’altra parte l’ha sollecitata ancor più vigorosamente a dare di sé una definizione specifica e sufficientemente completa. Il Concilio Ecumenico Vaticano I si era dapprima proposto tale argomento, ad esaminare il quale personalità autorevoli, sia dentro che fuori i confini della Chiesa, erano spinte da parecchie cause esterne: gli sviluppi della vita sociale, per i quali si caratterizzava la cultura di allora; l’aumento delle relazioni tra gli uomini; il bisogno di giudicare le diverse denominazioni cristiane secondo la vera ed univoca nozione contenuta nella divina rivelazione; ed altre simili.

2. Non c’è da meravigliarsi se, trascorsi quasi venti secoli dopo che è stata fondata la religione di Cristo, e dopo tanti progressi registrati ovunque dalla Chiesa cattolica e dalle altre comunità religiose che prendono nome da Cristo e sono dette Chiese, nessuna meraviglia, si diceva, se la nozione vera, suprema e completa di Chiesa, quale Cristo l’ha fondata e gli Apostoli cominciarono ad edificare, ha ancora bisogno di una definizione più accurata. La Chiesa è un mistero, cioè una realtà arcana che è profondamente impregnata di presenza divina, e perciò è di natura tale da autorizzare indagini nuove e sempre più intense di se stessa.

3. La mente umana per sua natura progredisce pensando e scoprendo. Da alcune verità che percepisce con le esperienze sale a concepire cognizioni più rilevanti ed elevate per entità e metodo. Dalle altre verità ne deduce dialetticamente altre; e quando si sofferma ad analizzare una realtà molteplice e garantita da una certezza fondamentale, considera l’uno o l’altro dei suoi aspetti; così che si esplica quel lavoro dell’animo che indaga, del quale riferisce la storia del genere umano.

4. Ci sembra sia venuto ora il tempo nel quale si debba più profondamente esaminare, riordinare, esprimere la verità sulla Chiesa di Cristo, forse non con quei solenni enunciati che sono detti definizioni dogmatiche, ma piuttosto facendo uso di dichiarazioni in cui con un magistero più chiaro e autorevole la Chiesa si pronuncia su ciò che pensa di se stessa.

5. La coscienza della Chiesa si autochiarisce, aderendo con incrollabile fedeltà alle parole e alle affermazioni di Cristo, recependo con riverente rispetto i sicuri insegnamenti della Sacra Tradizione, assecondando l’illuminazione interiore dello Spirito Santo, che ora sembra chiedere questo alla Chiesa, che con tutte le forze cerchi di far capire a tutti gli uomini che cosa essa sia.

6. Pensiamo che si avveri questo augurio: che in questo Concilio Ecumenico lo Spirito di verità effonda la luce più radiosa sui sacri Ordini della Chiesa docente e suggerisca la dottrina più evidente sulla natura di detta Chiesa, e si verifichi così che la Sposa di Cristo cerchi in lui il suo modello e, mossa dall’ardentissimo amore per lui, si sforzi di scoprire la propria forma, cioè la bellezza che egli vuole che rifulga nella sua Chiesa.

7. Per questo l’argomento principale che verrà proposto in questa seconda sessione del Concilio Ecumenico riguarderà la Chiesa. Sarà dunque ben studiata la sua natura intima, per poterne trarre una definizione compatibile con il linguaggio umano, affinché sia più profondamente esposta la vera e primaria costituzione della Chiesa e appaia più chiara la sua missione differenziata e salvifica.

8. La speculazione filosofica ne può ricavare imponenti riflessioni del tutto giustificate, che siano vagliate con attenta considerazione anche dai Fratelli separati, perché tali spiegazioni, come speriamo con ardente desiderio, anche a loro indicheranno più agevolmente la strada verso la realizzazione dell’unità di consensi.

9. Tra i vari e diversi problemi dei quali si discuterà nel Concilio, primo sarà quello che riguarda voi, come Vescovi della Chiesa di Dio. Non esitiamo ad assicurarvi che Noi attendiamo con grande speranza e sincera fiducia tale dibattito. In pratica, salve restando le dichiarazioni dogmatiche del Concilio Ecumenico Vaticano I riguardanti il Romano Pontefice, si dovrà approfondire la dottrina sull’Episcopato, sui suoi compiti e sui suoi rapporti con Pietro. Ci saranno perciò esposti i criteri a cui attenerCi nell’adempiere la nostra mansione apostolica. Questa funzione universale, benché sia stata dotata da Cristo della pienezza e di una adeguata autorità di potere, sapete però che potrà accrescersi di maggiori capacità di aiuto e di collaborazione se gli amati e venerabili Fratelli nell’Episcopato presteranno a Noi una collaborazione più valida e più consapevole dell’incarico assunto, in modi e forme opportunamente da stabilire

10. Dopo che tale dottrina sarà stata precisata, seguirà a quella chiarificazione l’altro capitolo, che verte sulla composizione del Corpo visibile e mistico di Cristo, che è la Chiesa militante e pellegrina sulla terra, cioè i sacerdoti, i religiosi, i fedeli, e così pure i Fratelli da noi divisi, che sono anch’essi chiamati ad aderirvi pienamente.

11. A nessuno sfugge di quale importanza e valore sarà quest’impegno teologico del Concilio, dal quale la Chiesa può ricavare la coscienza di sé, ossia del suo vigore, della sua luce, della sua gioia e della sua santità. Voglia Dio esaudire queste Nostre speranze!

 

Il rinnovamento della Chiesa cattolica

5. 1. Queste speranze si estendono ad un altro scopo primario del Concilio che celebriamo: ed è quello che vien detto il rinnovamento della Chiesa.

2. A Nostro parere, questo rinnovamento deve partire dalla cognizione del rapporto con cui la Chiesa è legata a Cristo. Come abbiamo detto, la Chiesa vuole ricercare la sua immagine in Cristo. Se dopo questo confronto avrà notato qualche ombra, qualche difetto nel suo volto, nella sua veste nuziale, che cosa dovrà fare spontaneamente e coraggiosamente? Com’è ovvio, questa ricerca non avrà altro scopo che rinnovare se stessa, correggersi, riportarsi a quella conformità al suo divino modello, che per suo principale dovere è tenuta ad emulare.

3. Ricordiamoci delle parole di Cristo, che egli pronunziò nella preghiera sacerdotale, quando incombevano su di lui gli ultimi tormenti e la morte: "Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità" (Gv 17,19).

4. Il Concilio Ecumenico Vaticano II - questa è la Nostra opinione - deve applicare e seguire quella stessa direttiva di vita che Cristo ha voluto. Soltanto allora, quando il lavoro di santificazione interiore sarà stato compiuto, la Chiesa potrà mostrare il suo volto al mondo intero, dicendo queste parole: Chi vede me, vede il Cristo, così come il divin Redentore aveva detto di sé: "Chi ha visto me ha visto il Padre" (Gv 14,9).

5. Sotto questo aspetto il Concilio Ecumenico è da considerarsi come una nuova primavera, che risveglia in seno alla Chiesa energie e possibilità immense quasi latenti degli animi. È infatti proposito del Concilio, come chiaramente appare, che tanto le ricchezze interiori della Chiesa che le norme con le quali sono regolate le sue istituzioni canoniche e le forme rituali ritornino al loro primitivo vigore. Questo Concilio universale mira cioè a far sì che la Chiesa accentui quell’incantevole perfezione e santità che solo l’imitazione di Gesù Cristo e l’unione mistica con lui per mezzo dello Spirito Santo possono conferirle.

6. Il Concilio si richiama indubbiamente ad un rinnovamento più florido della Chiesa. Però bisogna stare attenti che qualcuno dal fatto che affermiamo e desideriamo queste cose giudichi che Noi ammettiamo che in questi nostri tempi la Chiesa possa essere accusata di avere violato in un ambito così importante l’intenzione del suo Fondatore. Al contrario, l’aver constatato con più chiarezza la sua fedeltà a Cristo quanto alle cose essenziali la riempie di gioia riconoscente e sommessa e le infonde alacrità e applicazione nel cancellare le macchie proprie dell’umana debolezza. Il rinnovamento al quale pensa il Concilio non deve dunque consistere nel sovvertire la vita attuale della Chiesa, né nel rompere con le sue tradizioni in ciò che è essenziale e venerando, ma piuttosto nel rispettare queste tradizioni, liberandole dalle forme caduche e distorte, e nel volerle rendere autentiche e feconde.

7. Non disse forse Gesù ai suoi discepoli: "Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto lo pota perché porti più frutto" (Gv 15,1-2)? Queste parole del Vangelo sono più che sufficienti ad illustrare i punti principali del perfezionamento che in questi tempi la Chiesa ricerca e persegue. Il tema del suo perfezionamento tocca la sua vitalità interiore ed esteriore; al Cristo vivo deve corrispondere una Chiesa viva. Se la fede e la carità sono i principi della sua vita, risulta chiaro che non bisogna tralasciare nulla che porti lieta fermezza e nuovo nutrimento alla fede e che renda più efficiente la cultura e l’educazione cristiana per raggiungere questi obiettivi. Vogliamo dire che non si devono trascurare né lo studio più assiduo né il culto più devoto alla verità divina, che vanno senz’altro considerati i fondamenti di questa riforma. Il rispetto della carità avrà poi il posto più onorevole. Dobbiamo quindi aspirare alla "Chiesa della carità", se vogliamo che essa abbia la capacità di rinnovarsi seriamente e - ciò che è più arduo e difficile - trasformare il mondo intero. Inoltre la carità, com’è noto a tutti, è la regina e come la radice delle altre virtù cristiane, cioè dell’umiltà, della povertà, della pietà, dello spirito di sacrificio, del coraggio nel professare la verità, dell’amore nel ricercare la giustizia e delle altre virtù che l’uomo nuovo esplica nell’agire.

8. In questo il compito del Concilio Ecumenico spazia su campi vastissimi: la sacra Liturgia ne detiene uno, senza dubbio preminente e fiorente di carità. Siccome ne è stato discusso a lungo e diffusamente nella prima sessione, speriamo che ora essa sia condotta a felicissime conclusioni. Anche negli altri settori l’animo dei Padri sicuramente si applicherà con la stessa cura e la stessa diligenza; anche se c’è da temere che per la ristrettezza del tempo non tutte le questioni si possano approfondire come richiederebbero, cosicché l’esame di alcune si debba rimandare ad un’altra futura sessione.

 

La ricomposizione dell’unità fra tutti i cristiani

6. 1. C’è un terzo scopo prefissato a questo Concilio dal Nostro Predecessore Giovanni XXIII, che va considerato assolutamente il più grave nel campo delle entità spirituali; alludiamo allo scopo che riguarda gli "altri cristiani", cioè a quelli che, pur credendo in Cristo, non possiamo - oh gioia a Noi negata! - includere tra coloro che sono congiunti a Noi dal vincolo della perfetta unità di Cristo. Questa unità, cui per sé essi dovrebbero partecipare in forza del Battesimo, può essere loro offerta dalla sola Chiesa cattolica, ed è da essi desiderata per la sua vincolante necessarietà.

2. Quello che si sta verificando oggi in seno alle comunità cristiane separate da Noi e che si afferma ogni giorno più dimostra infatti soprattutto due cose: che la Chiesa di Cristo è unica e deve essere unica e che quest’unità misteriosa e visibile non può essere realizzata se non con un’unica fede, se non con la partecipazione agli stessi Sacramenti, se non con la regolare adesione ad un unico ordinamento ecclesiastico, benché si possano ammettere diversità di lingue, riti sacri e usanze tramandate dagli antichi, privilegi locali, correnti in fatto di spiritualità, istituzioni legittime, regole di condotta che ciascuno preferisce.

3. Che cosa deve pensare, come deve comportarsi il Concilio nei confronti di queste cospicue folle di Fratelli da Noi separati e delle possibili varietà nell’unità? È chiaro. Questa convocazione del Concilio è eccezionale anche per questo motivo. Almeno nei desideri, nelle preghiere da rivolgere a Dio, nella preparazione, esso anela a quella che chiamano ecumenicità piena ed universale. Oggi arride la speranza, domani forse la realtà. Mentre chiama, conta, rinchiude nell’ovile di Cristo le pecore che lo costituiscono a titolo debito e giusto, il Concilio apre intanto le porte, alza la voce ed invita con trepidazione tante pecore di Cristo che non sono ancora racchiuse nei recinti dell’unico ovile. Perciò è proprio di questo Concilio aspettare, confidare, fare in modo che in avvenire molti con animo fraterno partecipino della sua vera ecumenicità.

4. Qui il Nostro discorso si rivolge con rispetto ai delegati delle comunità cristiane separate dalla Chiesa cattolica, da esse mandati perché assistano a queste solenni adunanze in qualità, come si dice, di Osservatori.

Ci è gradito salutarli di cuore.

Li ringraziamo di essere venuti.

Per mezzo loro inviamo alle venerabili comunità cristiane che essi qui rappresentano un messaggio, interprete del Nostro affetto paterno e fraterno.

5. La Nostra voce trema, il Nostro cuore palpita, perché come la loro presente vicinanza Ci causa indicibile conforto e dolcissima speranza, così la loro diuturna separazione rattrista amaramente il Nostro animo.

6. Se in noi si deve riconoscere qualche colpa per questa separazione, con umile supplica chiediamo perdono a Dio, e chiediamo perdono a quei Fratelli se ritengono di essere stati da noi offesi. Quanto a noi, siamo pronti a perdonare di cuore le offese fatte alla Chiesa cattolica ed a dimenticare il dolore dal quale è stata ferita a causa delle prolungate controversie e divisioni.

7. Voglia il Padre celeste accogliere benignamente questa Nostra dichiarazione e restituire a tutti noi la pace veramente fraterna.

8. Sussistono, come ben sappiamo, questioni per loro natura gravi e complicate, che si devono studiare, discutere e risolvere. Per la carità di Cristo che ci spinge vorremmo davvero che questo si facesse subito; ma siamo persuasi che si richiedono parecchie condizioni perché queste divergenze possano essere appianate e sciolte, e tali condizioni non sono ancora giunte al punto da permettere di venire a capo del problema. Tuttavia non ci è penoso aspettare pazientemente il fausto giorno in cui finalmente si avvererà la perfetta riconciliazione.

9. Vogliamo intanto confermare agli Osservatori che sono qui presenti alcuni principali criteri secondo i quali pensiamo si debba realizzare l’unità ecclesiastica con i Fratelli separati, perché li possano riferire ciascuno alla propria comunità cristiana, ed inoltre perché la Nostra voce giunga anche alle altre venerabili comunità cristiane da Noi separate che hanno respinto il Nostro invito ad intervenire, pur senza il vincolo di un impegno reciproco, a questo Concilio. Benché, come crediamo, essi già conoscano quei criteri, pensiamo che qui si possano con vantaggio ribadire.

10. Il discorso che stiamo loro rivolgendo è assolutamente pacifico e sincero. In esso non si cela nessuna invidia, nessun oscuro calcolo di interesse terreno. Noi, come doveroso, aderiamo del tutto francamente e fermamente alla nostra fede, che crediamo con certezza essere divina. Tuttavia abbiamo la certezza che essa non è affatto di impedimento per giungere all’auspicata intesa tra noi e i Fratelli da Noi separati; si tratta infatti della divina verità, che è principio di unità, non di divisione e di separazione. Del resto, non vogliamo che la nostra fede sia un motivo per polemizzare con loro.

11. Consideriamo poi con il dovuto rispetto, com’è giusto, il patrimonio religioso, ereditato dagli antichi e comune a tutti, che i Fratelli separati hanno conservato ed in parte hanno anche sviluppato. Ben volentieri approviamo gli sforzi di coloro che cercano onestamente di mettere in luce e in onore gli autentici tesori di verità e di vita spirituale di questi Fratelli separati, con l’intento che i rapporti che intercorrono tra noi e loro si cambino in meglio. Abbiamo fiducia che anch’essi, mossi da identica volontà, vorranno conoscere più minutamente la nostra dottrina, riscontrare come essa fluisca ragionevolmente dal complesso della divina Rivelazione e vedere di acquisire una conoscenza più vasta anche della nostra storia e della nostra vita religiosa.

12. A parte ciò, su questo punto piace a Noi, che siamo consci delle gravissime difficoltà che ancora si oppongono alla desideratissima unità, affermare che Noi riponiamo imploranti la Nostra fiducia in Dio. Per questo continueremo a rivolgergli preghiere e ad operare con tutte le forze per offrire una testimonianza più evidente di vita cristiana e di carità fraterna. Se poi il risultato non corrisponderà alla Nostra speranza ed attesa, ci ricorderemo di queste parole di Cristo, piene di conforto: "Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio" (Lc 18,27).

 

Dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo

7. 1. Da ultimo, è stato raccomandato al Concilio di allacciarsi alla comunità umana contemporanea, stabilendo una sorta di ponte. Fatto veramente meraviglioso! Mentre, con l’aiuto dello Spirito Santo, animando sempre più il suo vigore interiore, la Chiesa si distingue e prende le distanze dalla società profana da cui è circondata, allo stesso tempo si presenta come fermento vivificante e strumento di salvezza della stessa comunità umana, e così pure scopre e corrobora l’impegno missionario a lei assegnato, che è un suo dovere capitale, volto ad annunziare con instancabile ardore il Vangelo al genere umano, qualunque sia la sua condizione, secondo il comando ricevuto.

2. Del resto voi stessi, Venerabili Fratelli, avete provato per esperienza questo prodigio. All’apertura della prima sessione, e come infiammati dal discorso di inaugurazione di Giovanni XXIII, avete immediatamente pensato che fosse vostro compito spalancare, diciamo così, le soglie di quest’assemblea e dalle porte aperte indirizzare subito, a gran voce, un messaggio di saluto, di fraternità, di speranza a tutti gli uomini. Atto certamente inconsueto, ma meraviglioso! Il dono della profezia, per così dire, dato alla Chiesa, sembrò erompere repentinamente; e come San Pietro il giorno di Pentecoste fu ispirato ad aprire senza indugio la bocca e fare un discorso al popolo, così anche voi non avete voluto trattare per prime le vostre cose, ma quelle che interessavano l’umanità, non avete deliberato di parlare tra di voi, ma di rivolgervi agli uomini.

3. Da questo si deduce, Venerabili Fratelli, che la nota distintiva di questo Concilio è la carità, ed anche grandissima ed incontenibile, una carità che si cura più del bene altrui che del suo proprio, dunque dell’amore universale di Cristo!

4. Questa carità eleva in tutto il nostro animo. Quando si presenta ai nostri occhi la vita degli uomini com’è oggi, avviene spontaneamente che siamo colpiti dalla paura più che dalla consolazione, dal dolore più che dalla gioia, e siamo portati più a tener lontano il pericolo e a condannare gli errori che alla fiducia e all’amicizia.

5. Bisogna guardare alla realtà, senza nascondere in nessun modo la ferita che per varie ragioni viene inferta perfino a questo Concilio universale. Siamo forse così ciechi da non vedere molti posti vuoti in quest’assemblea? Dove sono i nostri Fratelli di quelle Nazioni dove è stata dichiarata guerra alla Chiesa? E in quale situazione si trova là la Chiesa? Considerando questi fatti, ci sembrano ancor più gravi se volgiamo la mente a quello che sappiamo, ed ancor più a quello che non ci è dato sapere, della sacra Gerarchia, dei religiosi e delle sacre vergini, e della grande moltitudine di Nostri figli che per la loro incrollabile fedeltà a Cristo e alla Chiesa sono sottoposti ad intimidazioni, a vessazioni, a tribolazioni, ad oppressioni. Da quanta tristezza siamo stretti per queste sofferenze, e quanto siamo grandemente addolorati quando constatiamo che in certi territori la libertà religiosa, come gli altri fondamentali diritti dell’uomo, sono conculcati dalle ideologie e dai sistemi di coloro che non tollerano opinioni diverse dalle loro quanto a politica, razza, religione di qualsiasi genere. Ci rammarichiamo inoltre che in alcuni luoghi sono tuttora vigenti discriminazioni contro chi volesse professare francamente e liberamente la sua religione. Nel deplorare questi mali però, invece che a parole crude, preferiamo ricorrere ancora all’esortazione sincera e franca a coloro su cui ricade la colpa di questo triste stato di cose, affinché smettano finalmente di nutrire animosità ostile senza motivo alla religione cattolica. Gli aderenti alla religione cattolica sono da ritenere cittadini non nemici e infidi, ma anzi onesti e operosi dello stato cui appartengono. Approfittiamo poi di quest’occasione per salutare con grande affetto i cattolici che sono afflitti da dolori a causa della loro fede, e per essi imploriamo con preghiere da Dio particolari consolazioni.

6. Né la nostra tristezza finisce qui. Se guardiamo alla famiglia umana, siamo assaliti da immensa apprensione per le molte altre calamità nelle quali si dibatte: soprattutto per l’ateismo, che si è introdotto in parte della comunità umana, turbando l’ordine delle cose in ciò che tocca la mentalità, la morale e la vita sociale, in modo tale che a poco a poco viene accantonata tra gli uomini l’esatta nozione di quell’ordine. Man mano che si fa più chiara la luce che emana dalla conoscenza della natura, gradatamente - purtroppo - diventa più nebulosa la conoscenza di Dio e di conseguenza anche la vera cognizione dell’uomo. Quindi, mentre il progresso perfeziona in modo stupefacente le macchine di ogni genere di cui l’uomo fa uso, ogni giorno più la solitudine, la tristezza, la disperazione invadono il suo animo.

7. Avremmo molte cose da dire sulle complicate e per tanti versi tristi condizioni degli uomini moderni; ma oggi non è il caso di parlarne. Ora, come abbiamo appena detto, il Nostro intimo arde di carità, come arde la Chiesa radunata in Concilio. Seguiamo con estrema simpatia questa nostra epoca e le sue varie e contraddittorie manifestazioni, e siamo anche presi dall’incontenibile volontà di comunicare agli uomini contemporanei il messaggio di amore, di salvezza e di speranza che Cristo ha portato al mondo: "Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui" (Gv 3,17).

8. Sappia con certezza il mondo che è visto amorevolmente dalla Chiesa, che nutre per esso una sincera ammirazione ed è mossa dallo schietto proposito non di dominarlo ma di servirlo, non di disprezzarlo ma di accrescerne la dignità, non di condannarlo ma di offrirgli conforto e salvezza.

9. Da questo Concilio, donde lo sguardo si apre su tutto il mondo, la Chiesa volge gli occhi della sua mente ad alcune categorie di persone. Guarda cioè ai poveri, ai bisognosi, agli afflitti, a quelli che sono oppressi dalla fame e dal dolore, che sono tenuti in catene: si rivolge dunque in particolare a quella parte dell’umanità che soffre e piange, perché sa che queste persone le appartengono per diritto evangelico, ed è felice di ripetere le medesime parole del Signore: "Venite a me, voi tutti" (Mt 11,28).

10. La Chiesa rivolge poi gli occhi agli uomini di cultura, che sono dediti agli studi letterari, all’osservazione della natura, alle belle arti; la Chiesa ha anch’essi in grande onore, e con immenso interesse intende accogliere le loro esperienze, approvare i frutti del loro ingegno, tutelare la loro libertà ed aprire ai loro animi perturbati ed agitati l’accesso alle sfere superiori della parola divina e della divina grazia.

11. Guarda ai lavoratori, alla dignità della loro persona e del loro lavoro, alle loro legittime richieste, alla necessità, che ancora tanto li affligge, che siano migliorate le loro posizioni sociali e che la loro vita spirituale progredisca; e ancora al compito che si potrebbe loro affidare, da adempiere però con animo retto e cristiano; parliamo della missione di creare un nuovo ordine civile, nel quale gli uomini siano liberi e si sentano fratelli. La Chiesa, Madre e Maestra, è con loro.

12. Guarda ai governanti. Invece dei severi moniti con i quali deve spesso richiamarli, oggi la Chiesa rivolge loro queste parole piene di incoraggiamento e di fiducia: State di buon animo, capi delle Nazioni! Voi potete fornire ai vostri popoli molti dei beni di cui la vita degli uomini abbisogna, cioè il pane, l’istruzione, l’ordine, la dignità propria dei figli e dei cittadini concordi; purché però siate coscienti di che cosa è l’uomo, cosa che solo la sapienza cristiana può pienamente insegnarvi. Operando con accordi collettivi secondo la legge della giustizia e dell’amore, voi potete donare la pace, il più prezioso dei beni, che tutti desiderano tanto ardentemente e la Chiesa tutela e promuove così tenacemente; e così di tutte le popolazioni potete formare una sola nazione. Dio sia con voi!

13. La Chiesa cattolica guarda anche più lontano, oltre i confini della famiglia cristiana; infatti, come può circoscrivere il suo amore entro certi limiti, se deve imitare l’amore di Dio Padre, che elargisce a tutti i suoi doni (Cf. Mt 5,45), ed ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per la sua salvezza? (Cf. Gv 3,16) Per questo punta i suoi occhi al di là delle comunità cristiane e vede le altre religioni che conservano il concetto e la nozione di un Dio unico, creatore, provvido, sommo e trascendente la natura delle cose; che praticano il culto di Dio con atti di sincera pietà e che derivano da queste usanze e credenze i principi della vita morale e sociale.

14. In queste religioni la Chiesa cattolica nota certamente, e non senza dolore, lacune, deficienze ed errori; tuttavia non può fare a meno di indirizzare il suo pensiero anche ad esse, per assicurarle che la religione cattolica giudica con doverosa stima ciò che di vero, di buono e di onesto si trova in esse; e poi per ricordare che, in quanto difende validissimamente - come richiedono l’esigenza e il dovere della civiltà - i diritti di Dio sugli uomini, essa è in prima linea per difendere tra gli uomini di questo tempo il senso religioso e il culto di Dio.

15. La Chiesa guarda infine agli altri e immensi campi dell’attività umana: dove cioè crescono le nuove generazioni dei giovani, accese dal desiderio di vivere e di emergere; dove le nuove nazioni acquistano coscienza dei propri diritti, della libertà e delle istituzioni civili; dove innumerevoli uomini soffrono la solitudine, pur vivendo nel tumulto di una comunità umana che non riesce a trasmettere ai loro animi una parola di salvezza. A ciascuno di tutti questi la Chiesa dirige la sua voce piena di speranza, ed augura e offre a tutti la luce della verità, della vita e della salvezza, perché Dio "vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4).

Venerabili Fratelli,

16. La missione a noi affidata di comunicare la salvezza è grande e grave. Per compierla più degnamente siamo adesso riuniti insieme in questa solenne assemblea. La concordia dei nostri animi, ferma e fraterna, ci guidi e ci corrobori. Sia a noi propizia la comunione con la Chiesa celeste; ci assistano i Santi del Cielo che sono venerati con particolare devozione nelle diverse diocesi e nelle congregazioni religiose; ci assistano gli Angeli e tutti i Santi e specialmente i Santi Pietro e Paolo, San Giovanni Battista e in modo particolarissimo San Giuseppe, che è stato dichiarato Patrono di questo Concilio. Vegli su di noi, porgendoci un aiuto materno ed efficace, la beatissima Vergine Maria, che invochiamo con ardentissime preghiere; Cristo presieda; e tutto sia diretto a gloria di Dio, ad onore della Santissima Trinità, la cui benedizione osiamo impartire a tutti voi, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (AAS 55 (1963), pp. 841-859. [Quanto segue è ripreso da AAS 55 (1963), p. 859; l’edizione ufficiale lo tralascia]).

17. Rivolgiamo il Nostro cordiale saluto anche ai cristiani della tradizione orientale con quella lingua greca che fu la lingua dei primi concili ecumenici e dei grandi Padri e Dottori della Chiesa: Basilio Magno, Gregorio Nisseno, Gregorio il Teologo, Giovanni Crisostomo, Cirillo d’Alessandria, Giovanni Damasceno e tanti altri che illuminarono tutta quanta l’ecumene e sono rimasti una gloria per il pensiero cristiano.

18. Fratelli delle sante Chiese d’Oriente, preghiamo e lavoriamo per la gloria di Dio e per la dilatazione del suo regno nella fede e nell’amore.

19. Salutiamo anche i cristiani dei popoli slavi e li assicuriamo del Nostro desiderio di pregare e lavorare per la gloria di Dio e la diffusione del suo regno nella fede e nell’amore.

 

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

top