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ALLOCUZIONE DI PAOLO VI PER LA BEATIFICAZIONE DI NUNZIO SULPRIZIO, PERFETTO ESEMPIO PER I LAVORATORI
Domenica,
1° dicembre 1963
Oggi si conclude felicemente una
causa di beatificazione, che si protrae da oltre un secolo, ma che la fama di
santità, dalla quale il nuovo Beato, Nunzio Sulprizio, in vita ed in morte fu
subito circondato, aveva già positivamente risolto.
Nunzio Sulprizio chiudeva
santamente la sua vita mortale a Napoli, il 5 maggio 1836, a soli diciannove
anni. Fin dal luglio 1859 Pio IX lo dichiarava venerabile emanando il Decreto,
che introduceva il processo ora giunto a buon termine, mentre nel 1891 Leone
XIII riconosceva eroiche le virtù del giovane abruzzese e ne associava la
figura a quella di San Luigi Gonzaga, nella memoria del terzo centenario della
morte di questo Santo, per la devozione di Nunzio Sulprizio verso di lui, e per
la breve età, in cui si compi per entrambi il ciclo degli anni terreni:
diversissimi nell’aspetto storico e sociale, i due giovani recano alla Chiesa
la gioia e la gloria d’una somigliante virtù, quella della santità
giovanile.
Gode di questa
proclamazione la terra d’origine del nuovo Beato, l’Abruzzo, terra feconda
di Santi, illustre e venerabile per la pietà tradizionale del suo popolo,
pronto ad esprimere in canti, in riti, in costumi l’emozione commossa ed
austera della sua anima religiosa.
Gode specialmente la diocesi, in cui Nunzio Sulprizio ebbe i natali, quella di
Penne-Pescara, che siamo lieti di vedere qui degnamente rappresentata dal suo
zelante Pastore, circondato dalle Autorità, dal Clero, dalle associazioni di
quella stessa diocesi e da alcune migliaia di fedeli, di là venuti per
acclamare con fierezza e con compiacenza il nuovo fratello celeste. Gode
parimente Napoli, dove il Beato terminò il suo breve pellegrinaggio terreno, e
dove la festa del Beato Vincenzo Romano, che abbiamo testé elevato all’onore
degli altari, si unisce a quella di questo nuovo suo «figlio d’acquisizione». Salutiamo cordialmente questi cari Abruzzesi e Napoletani, e facciamo voti
che la loro fortunata naturale parentela con così degni rappresentanti delle
loro regioni si traduca in parentela spirituale, nella imitazione delle virtù
cristiane di quelli.
Questo Nostro augurio Ci obbliga ad accennare agli aspetti caratteristici della vita che la beatificazione, oggi decretata, offre al culto
e alla imitazione della Chiesa. E, come si sa, tali aspetti sono principalmente
due; quello offerto dalla corta durata della vita del Beato Nunzio Sulprizio, e
quello che sembra delineato dal fatto che egli fu, per alcuni tristi e duri anni
della sua adolescenza, operaio, un povero e semplice apprendista in una
squallida officina di fabbro ferraio. Giovane ed operaio, ecco il binomio che
sembra definire il nuovo Beato; ed è binomio di tale splendore e di tale
importanza, che basta per riempire d’interesse la breve e scolorita biografia
di lui.
Nulla diciamo ora di
questa biografia, anche perché pensiamo che per la sua brevità e per la sua
semplicità, se già non fosse da tutti conosciuta, potrà esserlo assai
facilmente. Ci preme invece, con questo sguardo complessivo e fugace,
assicurarci che quelle due prerogative di Nunzio Sulprizio - d’essere giovane
e d’essere operaio - sono associabili alla santità. Può un giovane essere
Santo? Può un operaio essere Santo? Anzi più interessante ancora sarà, se
riusciremo a scoprire che questo caro nostro eletto non solo fu degno di
beatificazione quantunque giovane e quantunque operaio, ma proprio perché
giovane e perché operaio.
Qui bisogna, una volta ancora, ricordare quali siano oggi le nostre condizioni
di spirito, quando presumiamo (e Dio voglia che sia abituale a noi questa non
riprovevole presunzione! ) conoscere, cioè misurare, quei tipi umani
singolari, anzi eccezionali, che chiamiamo Beati o Santi. Se bene osserviamo,
quando studiamo con l’interesse della psicologia moderna la loro vita, noi
inconsciamente studiamo la nostra. I Beati, i Santi, gli Eroi, i Perfetti oggi
ci servono di specchio per conoscere noi stessi. Il loro culto ci educa ad uno
studio su l’uomo, sulla storia, sulla coscienza umana di tale efficacia e
penetrazione che basta di per sé a raccomandarlo come provvido e sapiente. Lo
studio della santità vissuta ci porta alla scoperta delle manifestazioni umane
più alte e più caratteristiche, e perciò più degne di attenzione e di
assimilazione. Ed è un studio meraviglioso, perché, da un lato, riscontra
negli eletti proposti alla nostra venerazione e alla nostra imitazione una
fondamentale identità: la natura umana. Si isti et istae, cur non ego? viene
spontaneo di esclamare con S. Agostino; e tale studio mette in evidenza un unico
principio di perfezione, il quale può essere a tutti comune, la grazia, che
orienta la nostra vita verso un unico archetipo, Gesù Cristo, come c’insegna
S. Paolo, là dove dice che i Santi, i chiamati da Dio alla salvezza, debbono «essere conformi all’immagine del Figlio suo» (Rom. 8, 29). E da un altro
lato lo studio agiografico ci mostra che tutti i Santi sono differenti gli uni
dagli altri. Ciascuno è distinto e ciascuno ha una sua inconfondibile
fisionomia; ognuno dimostra uno sviluppo proprio, in un certo senso libero e
originale, della propria personalità; è ancora S. Paolo, che ce lo ricorda:
«Una stella differisce per il diverso splendore da un’altra stella» (2 Cor. 15, 41).
Ed ecco allora perché noi
oggi siamo tanto proclivi a dare all’eletto un nome che a noi lo avvicini e
dagli altri santi lo distingua; una qualifica che lo faccia entrare nelle nostre
categorie sociali o psicologiche, ed insieme lo separi da altre forme della
vita umana. Vogliamo trovare nei Santi dei colleghi, diciamo così, qualificati;
una santità
astratta e generica oggi meno ci attrae; la vogliamo definire con termini
concreti, nostri, e inconfondibili.
Perciò è sembrato facile e felice ai
biografi di Nunzio Sulprizio chiamarlo giovane e chiamarlo operaio. Questa
nomenclatura gli assicura due strette parentele con la vita del nostro tempo,
nella quale il giovane ed il lavoratore occupano posizioni rappresentative ed
operative di prima importanza.
E l’elogio del nuovo Beato potrebbe fermarsi
qui; ed avrebbe titoli indiscutibili e stupendi per essere ascoltato da voi,
giovani, da voi, operai.
Nunzio Sulprizio dirà a voi, giovani, come la vostra
età è stata da lui illuminata e santificata; egli è una gloria vostra. Egli
vi dirà come la gioventù non dev’essere considerata l’età delle libere
passioni, delle inevitabili cadute, delle crisi invincibili, dei pessimismi
decadenti, degli egoismi dannosi; egli vi dirà piuttosto come l’essere
giovani è una grazia, è una fortuna. S. Filippo ripeteva: Beati voi, giovani,
che avete tempo di far bene. È una grazia, è una fortuna essere innocenti,
essere puri, essere lieti, essere forti, essere pieni di ardore e di vita, come
appunto sono e dovrebbero essere gli uomini che ricevono il dono dell’esistenza
fresca e nuova, rigenerata e santificata dal battesimo; ricevono un tesoro che
non va sciupato follemente, ma conosciuto, custodito, educato, sviluppato, e
rivolto a produrre frutti vitali, benefici per sé e per gli altri. Egli vi
dirà che nessuna età come la vostra, giovani, è idonea ai grandi ideali, ai
generosi eroismi, alle coerenti esigenze di pensiero e di azione. Egli v’insegnerà
come voi, giovani, potete rigenerare in voi stessi il mondo in cui la
Provvidenza vi ha chiamato a vivere, e come tocca a voi, per primi, consacrarvi
alla salvezza d’una società che ha appunto bisogno di animi forti e impavidi.
V’insegnerà la suprema parola di Cristo, essere il sacrificio, la croce, la
salvezza nostra e del mondo. I giovani comprendono. questa suprema vocazione.
Ed a voi, lavoratori, questo
povero e sofferente vostro collega porta un messaggio di molti capitoli. Dice il
messaggio di Nunzio Sulprizio beatificato, innanzi tutto, come la Chiesa pensi
a voi, come
abbia di voi stima e fiducia, come veda nella vostra condizione la dignità
dell’uomo e del cristiano, come il peso stesso della vostra fatica sia titolo
per la vostra promozione sociale, e per la vostra grandezza morale. Dice ancora
il messaggio di Nunzio Sulprizio come il lavoro abbia sofferto, e come tuttora
abbia bisogno di protezione, di assistenza e di aiuto per essere libero ed
umano, e per consentire alla vita la sua legittima espansione. Vi dirà ancora
come il lavoro non possa separarsi da quel suo grande complemento, che è la
religione; la religione che dà la luce, cioè le ragioni supreme della vita e
che determina perciò la scala dei veri valori della vita stessa; è la
religione che dà il respiro, cioè l’interiorità, la purificazione, la
nobiltà, il conforto alla fatica fisica e all’attività professionale; è la
religione, che umanizza la tecnica, l’economia, la socialità; è la
religione, che fa grandi e buoni e giusti e liberi e santi gli uomini laboriosi.
E allora Nunzio Sulprizio vi dirà come sia ingiusto privare la vita del
lavoratore della sua superiore nutrizione ed espressione spirituale, ch’è la
preghiera; vi dirà come nulla sia più nocivo per il vostro spirito, per la
vostra vita familiare e sociale che ignorare Cristo, nulla di più indebito e
pericoloso e fatale che dichiararsi a Lui, il grande Amico, indifferenti o
ostili; e come nessuno infine sia chiamato ad essergli vicino, ad accogliere il
suo Vangelo e a godere della sua salvezza più d’un lavoratore dal cuore forte
e onesto.
Potrebbe, dicevamo, fermarsi la nostra lode dl nuovo Beato, fermarsi
a questo duplice riconoscimento, che vede associata la santità al fatto ch’egli
era giovane e fu lavoratore. I suoi biografi si sono infatti, per lo più,
accontentati di questa bella apologia. Ci sia concesso di notare, con coloro che
hanno studiato più addentro la vita di questo umile servo di Dio, come tale
apologia sia suscettibile di approfondimenti, i quali ci porterebbero a
riconoscere in Nunzio Sulprizio aspetti nuovi, appena avvertiti nelle narrazioni
ordinarie della sua breve esistenza, ma forse più penetranti, più misteriosi
e più reali; anche perché qualcuno potrebbe osservare che la qualifica di
giovane conviene a Nunzio Sulprizio piuttosto per la breve durata della sua
vita, che per lo spirito proprio d’un giovane; e quella di operaio non
presenta che elementi parziali della psicologia e della problematica del
lavoratore moderno.
E non sarà difficile
scoprire nel Beato, che oggi la Chiesa propone alla nostra considerazione, temi
fecondi e profondi di studio e di simpatia. La sua infanzia, ad esempio, orfana
e povera, segnata da tanta tristezza, non ci invita alla meditazione immensa,
conturbante per chi non è della scuola di Cristo, sul mistero del dolore
innocente? e come da un’infanzia, sulla quale dev’essersi accumulato il
senso pesante della solitudine, della miseria, della brutalità, non è
scaturita, come di solito avviene, una psicologia malata e ribelle, un’adolescenza
insolente e corrotta? come mai tutta questa vita giovanile infelice e mancata
fiorisce fin dai primi anni in innocente, paziente e sorridente bontà? Poi v’è
il problema fondamentale della sua religiosità: donde una pietà così viva,
così sicura, così perseverante, così personale? basta a spiegarla quel po’ d’educazione
religiosa che poteva dare a quel tempo una parrocchia abruzzese perduta sui
monti? o vi è una religiosità di popolo, connaturata ed inconscia, che in
Nunzio Sulprizio si manifesta con ingenua pienezza? ovvero fu grande maestra l’umile
nonna paesana, ch’ebbe cura per alcun tempo dell’orfano e senza forse
saperlo svelò a quell’animo sofferente e sensibile le prime note del divino
colloquio? Resta davvero da esaminare la formazione religiosa del giovane
illetterato; e può darsi che l’esame ci porti a riconoscere la ricchezza
spirituale della tradizione religiosa locale, ch’è poi quella di gran parte
della gente italiana, tradizione tanto degna di rispetto, anche se talora
manifestata in forme ora discutibili di culto popolare. E può darsi ancora, e
sarà la scoperta migliore, che ci capiti di avvertire l’azione del divino
Maestro invisibile, che, come in molte altre vite di Santi s’incontra, fa lui
dell’anima pura e iniziata dal dolore al raccoglimento l’alunna
privilegiata, che non dai libri, non dalla voce di maestro esteriore, ma da
certa nascente scienza interiore impara le verità della fede ed i misteri del
regno di Dio. Cosi vi sarà il problema della capacità di questo giovanetto
malato e infelice a capire oltre il proprio bisogno quello degli altri, oltre
il proprio dolore il dolore altrui.
La pazienza, la mansuetudine, la
carità premurosa e servizievole di questo adolescente incurabile e zoppicante
si possono, sì, narrare e descrivere; la comparsa d’ un Colonnello dal cuore
d’ oro fa grande figura nella sua breve storia; ma, umanamente parlando,
quella bontà resta inesplicabile; essa ci avverte cioè che anche qui siamo
davanti al segreto dell’ ottimo Nunzio, il segreto che appunto noi cercavamo,
quello della sua santità.
Così che, se la glorificazione, che oggi celebriamo
di questa singolare virtù, davvero ci appare meritata e a noi stessi esemplare
e benefica, sarà bene fare amicizia con questo caro Beato, e pensare umilmente come dobbiamo avvicinare la sua celeste conversazione e come possiamo
seguire anche noi il suo terrestre itinerario.
Con questi voti, invocando l’
intercessione di Nunzio Sulprizio e a lui tributando l’omaggio della Nostra
devozione, tutti, venerati Fratelli e diletti Figli, di cuore vi benediciamo.
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