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DISCORSO DI PAOLO VI
AL SACRO COLLEGIO

6 gennaio 1964

                

Signor Cardinale Decano e Signori Cardinali, 

Gli avvenimenti straordinari meritano molta indulgenza e io chiedo quella di perdonare tutto questo tempo e questo impegno che è stato richiesto alla loro paziente attesa in ragione del mio arrivo, del mio ritorno. È davvero straordinario. È straordinario proprio per il punto di arrivo. Io non aspettavo di vedere Roma in una esaltazione spirituale così grande, che davvero non posso dirla comparabile con nessun altro momento della vita romana. Siamo davanti a un fatto, io credo, che già di per se stesso è un avvenimento. Roma ha manifestato, penso, come non mai una adesione al Papa, la quale non sembra essere giustificata dalla semplicità dell’avvenimento com’è un passaggio attraverso la città per l’arrivo da un viaggio. Invece lo diranno i documenti, lo diranno i testimoni, quale ricevimento sia stato fatto stasera al Papa dal popolo di Roma; una cosa che dobbiamo registrare come grande e come significativa. 

Non dico poi nulla del mio viaggio perché intanto i Signori Cardinali l’avranno visto, l’avranno sentito commentare da tutte le voci della stampa, della televisione e della radio. 

Ma anche perché meriterebbe grande riflessione, meriterebbe grandi commenti, da me prima di tutto. Ché lo sento misterioso anche per me. Mi pare di trovare una misteriosa relazione fra quella terra, fra Gesù Cristo, fra Pietro, fra la sua successione e fra Roma come non mai, e come direi non si crederebbe possibile realizzare con un avvenimento così semplice, con un atto di presenza in un viaggio di pellegrino che non chiede nulla e non va a far altro che pregare e riflettere e benedire. C’è stata anche là una accensione tale di entusiasmo tra ortodossi, tra ebrei, tra musulmani, non diciamo poi tra cattolici, che le loro Eminenze, che mi hanno accompagnato, potranno essere testimoni di questa serie di esplosioni spirituali meravigliose. 

Ma di questo, ripeto, non parlo, e ora non parlo nemmeno di quello che è più serio, più profondo, più grave: poiché io mi permetterò, Signori Cardinali, di chiedere a loro di volermi ascoltare in un altro momento, di prendere atto di alcuni avvenimenti e‘ di alcune parole che si sono scambiate ieri e questa mattina a Gerusalemme, perché credo che interessino talmente la vita e la storia della Chiesa, che meritano davvero di essere a loro riferiti, di essere sottoposti alla loro meditazione, di dare origine a qualche loro commento, a qualche loro consiglio, di cui io stesso ho bisogno, perché siamo davanti veramente a cose che, se gli indizi iniziali tengono fede a ciò che promettono, sono veramente grandi, e dobbiamo dire travolgenti le nostre comuni misure umane: siamo davanti forse a qualche cosa divina, soprannaturale. Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, con ben undici metropoliti è venuto incontro a me e ha voluto abbracciarmi, come si abbraccia un fratello, ha voluto stringermi la mano e condurmi lui, la mano nella mano, nel salotto in cui si dovevano scambiare alcune parole, per dire: dobbiamo, dobbiamo intenderci, dobbiamo fare la pace, far vedere al mondo che siamo ritornati fratelli. E il Patriarca soggiungeva a me questa mattina: «Mi dica quello che dobbiamo fare, mi dica quello che dobbiamo fare». Siamo perciò davanti a questa proposta, a questa domanda che diventa per noi argomento di grande riflessione e ponderatezza; non dovremo lasciarci prendere dalle apparenze e dai momentanei entusiasmi; ma è domanda che può essere davvero un prodromo per un seguito ben diverso per la Chiesa universale di domani dalla condizione che oggi ancora la vede spezzata in tanti frammenti. 

Così sono venuti gli altri patriarchi, sono venuti gli anglicani, sono venuti i protestanti, e tutti per stringere la mano e per dire come possiamo ritrovarci in Nostro Signore. Ma vi dirò che il momento in cui io mi sono sentito soffocare dalla commozione e dal pianto è stato quello nella santa Messa sul santo Sepolcro, nel proferire le parole nella consacrazione e nell’adorare la presenza sacramentale di Cristo là dove Cristo consumò il suo sacrificio. 

E dirò soltanto questo: che là ho pregato per voi, Signori Cardinali, voi collaboratori miei, con tutti i Vescovi del mondo, i sacerdoti, i fedeli nel cuore; e ho pregato quel Gesù, che mi ha dato questa grande fortuna di sentire così vicina la sua presenza, la sua azione, la sua immediata assistenza, che mi riempisse anche di grazie e di gaudio, non solo per la mia povera anima, ma per quanti io ho il dovere di assistere e di ringraziare. E loro, Signori Cardinali, erano i primi presenti in questa mia preghiera.            

 

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