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DISCORSO DI PAOLO
VI AI LAVORATORI DELLA «SAFFA»
Sabato, 5 maggio 1964
Il Santo Padre è felice di ricevere i diletti figli di Magenta e
della Saffa; Gli sembra quasi di essere ancora nella terra ambrosiana, a
Magenta ove già il grande complesso industriale della Saffa destò
la Sua ammirazione; e pertanto vuole esprimere a tutti il Suo
apprezzamento e il Suo ringraziamento. La loro presenza suscita nel Papa
tanti ricordi: quante volte si è recato a Magenta. Ma ad una visita
sola vuole ora accennare: quando il Presidente della Repubblica Italiana e
il Presidente della Repubblica Francese si incontrarono là, ove
avvenne la famosa battaglia. L'Augusto Pontefice celebrò allora la
S. Messa, in suffragio dei caduti, all'Ossario che perpetua la memoria
dello storico avvenimento. E ricorda ancora quel che disse in quella
circostanza: che il secolo scorso aveva messo insieme l'Europa, e che
bisognava ora cercare di darle una pace, una fratellanza veramente
sentita.
Al termine della S. Messa il Generale De Gaulle scese dal palco per
stringergli la mano e dirgli: «Ce que vous avez dit sera fait»,
quello che Lei ha detto sarà fatto. Il Santo Padre prega il Signore
che l'augurio, nato da quelle memorie storiche, di dolore e di grandezza,
si possa realizzare. I ricordi di tante Sue visite alla basilica di
Magenta, anche quando non aveva ancora l'attuale bellissima facciata,
fanno sì che Egli invii alla popolazione della cara storica
cittadina un paterno saluto, un vivissimo augurio e la Sua benedizione. E
lo portano, questi ricordi, sul grande complesso industriale che Egli
visitò, accompagnato dai dirigenti, ammirando lo sviluppo, la
tecnica, l'arte di questo lavoro che nelle macchine perfette e nella ingegnosissima lavorazione è un po' il simbolo del mondo moderno,
il quale ha trovato nella strumentazione nuova e raffinatissima,
l'espressione più congeniale della sua cultura e che, in questa
espressione, pone tante speranze insieme con la documentazione della sua
valentia e bravura.
Durante la visita al reparto dove si fabbricano le macchine un operaio
rivolse a Sua Santità un discorsino che è ancora vivo nella
Sua memoria: disse, quel lavoratore, con fierezza condivisa dai suoi
compagni di fatica, una cosa commoventissima con un linguaggio schietto e
semplice: che avevano avuto compagno in quel reparto un futuro
missionario. Ma il ricordo più solenne è stato rievocato dal
Presidente. Or è un anno, il 1 Maggio, il Papa era a Magenta, a
Pontenuovo, per consacrare la nuova chiesa del complesso industriale,
bellissima e moderna, sorta in sostituzione dell'altra, insufficiente. E
rivede le officine e poi le scuole, le abitazioni, l'asilo, la chiesa,
l'ambulatorio, tutte le opere sorte una dopo l'altra, e sviluppatesi con
eleganza, come un giardino fiorito, intorno ai grandi stabilimenti che
fanno prospera e celebre la Saffa.
Nell'animo del Papa è rimasto impresso questo fenomeno che Gli
pone sulle labbra e nel cuore specialissimi auguri; non è forse
sotto i loro occhi che sta così delineandosi e realizzandosi quella
evoluzione, quella trasformazione della società moderna che tutti
andiamo auspicando? Il Santo Padre invoca le benedizioni del Signore su
questi imprenditori bravi ed intelligenti, che hanno dato lavoro al
popolo, hanno dato mezzo di progresso all'Italia, hanno reso intelligente
la fatica umana, l'hanno alleviata nello sforzo fisico sostituendovi
quello più umano dell'intelligenza e della guida della macchina. A
questo hanno aggiunto anche la comprensione di altri bisogni; si sono resi
conto cioè che occorreva tutto un altro complesso di provvidenze
che essi hanno avuto l'intelligenza e il cuore umano e cristiano di
offrire ai loro dipendenti e di ciò il Papa, pubblicamente, li
ringrazia e li addita ad esempio. Il loro complesso industriale va
evolvendosi; si formano nuovi rapporti ai quali il Papa guarda con vero
interesse.
E quello che più tocca la Sua sensibilità, il Suo dovere
di osservazione, è che tutto questo mondo del lavoro che per sé
potrebbe prescindere - e il Santo Padre dice questo a fatica - dal fatto
religioso, invece si orna, si completa di una presenza religiosa e non solo
esterna ma interna. Anche questa città del lavoro oltre agli
impianti sportivi, agli ambulatori ecc., ha così il suo centro di
preghiera affinché l'anima del lavoratore affaticata, bisognosa di
pace, di gioia, di speranza, possa essere appagata. Ed i lavoratori sono
rimasti non solo valenti ed esperti, e degni di essere al livello delle
migliori manifestazioni della operosità umana, ma anche cristiani,
capaci di ereditare tutto il grande fiume della nostra tradizione
spirituale, bellissima nelle loro campagne dove sono ancora aurei i
costumi delle loro famiglie e stupendi i loro riti, le loro feste, e dove
è ricco il patrimonio spirituale che la educazione cattolica delle
nostre popolazioni rurali ancora conserva. Essi hanno portato questo
tesoro nel loro complesso industriale, e la lampada della fede e della
preghiera è stata accesa nel campo della fatica e della lotta per
la conquista dei beni economici e materiali.
Una cosa così bella e degna di essere citata ad esempio, mette
sulle labbra del Papa l'augurio agli imprenditori di continuare sulla
buona strada, di avere la fierezza e la gioia di rendere felici i loro
operai, di avere la sensibilità del grande fenomeno che hanno
dinanzi, e del bisogno, che la nuova generazione ha, di cure e di
assistenze, per affermarsi in una maniera nuova di vita. Il Santo Padre li
esorta dunque a progredire; forse c'è ancora qualche cosa da fare;
non tolgano a questi loro fratelli la speranza di ricevere i mezzi e i
modi per vivere bene, in una società nuova e migliore. Ed ai
carissimi lavoratori, che pongono a contatto con la fatica la persona, il
muscolo, l'opera manuale, il Papa rivolge una esortazione a comprendere ciò
che sta avvenendo, a rendersi conto che il mondo si evolve di fronte a
loro, e li invita ad una riflessione, a rendere più facile il
progresso di questa evoluzione che viene verso di loro, che offre loro
case, istruzione, cultura, pace, dignità.
Se c'è qualche irragionevolezza nel loro contegno - fosse anche
giustificata da certe necessità o da certi inconvenienti - questa
evoluzione si arresta. Si può pensare che l'Italia sarebbe molto più
avanti nel progresso e nella evoluzione delle classi lavoratrici se non ci
fossero state delle idee sovvertitrici che hanno turbato le concezioni, i
cervelli e gli animi dei lavoratori; se questi cioè fossero stati
più intelligenti, più capaci di capire le cose, di darsi
ragione che occorre della misura, del tempo, che occorre trattar
serenamente, che l'ira e la collera non servono a nulla; che gli argomenti
che debbono far valere sono la forza della loro unione, la fondatezza dei
loro diritti, l'umanità delle loro aspirazioni. Questa è
l'intelligenza di cui la classe operaia - ormai matura - deve dar prova.
Continuino ad essere bravi, intelligenti; a comprendere come la nostra
società deve evolversi; ad allontanare ciò che turba e
confonde le idee; cerchino nella ragionevolezza le vie migliori per
tutelare i loro interessi e per dare alle loro famiglie pace e ordine e, a
questa bellissima espressione della loro industria, il carattere - dice il
Papa - di campione.
Ed ora una seconda raccomandazione. Dopo aver detto: siate intelligenti,
ora il Papa aggiunge: siate cristiani, non crediate che il portare
nell'anima, nel cuore, nella vita questa qualifica vi renda meno atti al
lavoro, meno idonei a difendere i vostri interessi, meno preparati anche a
godere dei beni nuovi che la civiltà può offrire alle classi
lavoratrici. Questa qualifica cristiana vi renderà più
contenti, più onesti, più capaci di godere i beni della
terra. La chiesa sia il simbolo di questa affermazione, di fedeltà
alle tradizioni e di speranza per gli anni futuri; cerchino di guardare
questa chiesa non soltanto dal di fuori, ma di frequentarla; di vivervi,
di farla palpitare delle loro preghiere; che sia veramente l'espressione
delle loro speranze e dei loro animi; dicano, con tutta la voce della
quale sono capaci: Padre nostro che sei nei cieli! Sia santificato il tuo
nome... dacci oggi il nostro pane quotidiano, perdonaci le nostre colpe,
rendici fratelli, consola le nostre pene, benedici le nostre famiglie, le
nostre case; fa che siamo capaci di educare i nostri figli, di dare alla
nuova generazione i doni più belli e più grandi: i doni che
vogliono essere adesso consacrati dalla benedizione del Papa: i doni della
pace, della concordia, del progresso e della benedizione di Dio.
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