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DISCORSO DI PAOLO VI
ALL'UNIONE NAZIONALE
ENTI DI BENEFICENZA E ASSISTENZA (UNEBA
)

Martedì, 5 maggio 1964

 

Signor Presidente,
e voi tutti, membri del Consiglio Nazionale dell’Unione Nazionale
Enti di Beneficenza e Assistenza!

La vostra presenza e il vostro numero Ci riempiono l’animo di consolazione; e Ci è caro aprirvi le braccia ad un cordialissimo e paterno benvenuto. Ci sentiamo infatti particolarmente legati alla vostra Unione, perché l’abbiamo vista sorgere, anzi ne abbiamo favorito l’origine, negli anni del Nostro servizio della Cattedra di Pietro come Prosegretario di Stato, e del Nostro pastorale ministero in diocesi di Milano. E questo vi può indicare con quanto affetto abbiamo ora accolto il vostro desiderio, non soltanto perché esso è attestazione dei vostri eletti sentimenti di fedeltà alla Chiesa, ma anche perché Ci offre l’opportunità di esprimervi la Nostra stima e benevolenza per la vostra vasta, instancabile, intelligente, multiforme opera di beneficenza e assistenza caritativa.

Di fatto, questa Unione è una magnifica testimonianza storica e presente della carità privata, e specialmente delle materne sollecitudini della Chiesa, che essa sa trasfondere con slancio sempre giovanile nelle anime più sensibili e aperte dei Religiosi e delle Religiose, che si consacrano all’esercizio delle opere di misericordia, come pure del Clero e del laicato cattolico. La Chiesa è istituzione come nessun’altra propizia alla fioritura di opere, rivolte gratuitamente e liberamente al bene altrui. La storia è là a dimostrare con l’evidenza palmare dei fatti questa sua presenza secolare di carità. La stessa società civile ha fatto suoi principii, metodi, istituzioni di ispirazione o d’imitazione cristiana. È un fenomeno di tale ampiezza e di tale importanza, da dare il suo carattere a una civiltà, a una sociologia, a una educazione popolare, da imprimervi a fondo la sua orma, e da renderle per sempre «cristiane», anche se spesso ne dimenticano questo titolo sublime, e da qualificare come autentico un umanesimo, pur nella diversità dei momenti storici e nel variare delle esigenze.

La vostra istituzione si colloca luminosamente in questo contesto storico, richiesta dalle moltiplicantisi necessità del tempo presente, e vi tiene degnamente il suo posto. Ed è bene che sia una «unione». Le opere, che essa raccoglie, hanno il bisogno e il dovere di unirsi: da sole ormai non potrebbero esplicare bene la loro missione. La società deve dare loro aiuto e qualche direzione, come deve da loro esigere certe osservanze e certi servizi. Ogni opera, com’è evidente, conserverà la sua autonomia spirituale e amministrativa, di direzione e di organizzazione; ma non ricusi di sommarsi con le altre opere sorelle, per riceverne moltiplicata efficacia per la propria attività. Il nostro tempo, proprio perché ha esperimentato le rovine e le fratture causate dall’individualismo in tutti i campi, sente più che mai il bisogno di solidarietà, di unione, di collaborazione: ed è bene che, anche in questa sensibilità sociale, siano di esempio e di sprone le istituzioni di ispirazione cristiana, esposte più delle altre ai pericoli dell’isolamento.

Questa coordinazione assicura alla vostra azione una fecondità impareggiabile. Essa infatti serve a un triplice scopo:

1) a perfezionare e qualificare i servizi della carità, che, specie al giorno d’oggi, non possono più rimanere rudimentali, empirici, primitivi e scadenti, ma debbono «qualificarsi» sotto ogni aspetto come perfetti, tanto da servire come modello agli altri;
2) a ravvivare e tonificare lo spirito, per l’esempio che ciascuna opera offre alle altre, per l’emulazione che sa suscitare, per la vigilanza reciproca, per il calore di mutua carità;
3) a difendere codeste istituzioni da un indebito assorbimento da parte dello Stato, e poi contro la laicizzazione, e contro lo scoraggiamento, che dal soverchio ingerirsi dello Stato viene spesso alla carità privata; e purtroppo vien meno nei cittadini la spontaneità, la voglia di fare il bene, la ricchezza sentimentale ed umana nel compierlo, quando l’assistenza si fa freddamente burocratica, obbligatoria, convenzionale, laica, ispirata solo da idealità igieniche e filantropiche, non veramente umane e cristiane.

Ecco, in questo quadro - che avremmo voluto tracciare più ampio e completo, se il tempo a Nostra disposizione fosse stato meno limitato - si colloca con pieno risalto l’attività federata della vostra Unione; di qui se ne comprende tutto il valore, l’urgenza improrogabile, la grande missione. Noi siamo certi che la compite bene, questa missione di carità, nello spirito delle vostre rispettive fondazioni, nel nome di Cristo e della Chiesa, a cui la grande maggioranza di voi esplicitamente crede ed appartiene con fervido affetto di figli fedeli e convinti. E con le parole del Nostro Predecessore S. Pio X, «vi raccomandiamo di essere innanzi tutto uomini di carità, che operano per mezzo della fede. Nelle vostre opere di beneficenza cercate sempre le vostre ispirazioni ai piedi dell’altare. Se le vostre mani si innalzano ogni giorno a Dio nell’omaggio della preghiera, prima di abbassarsi ad alleviare le miserie umane, saranno forti per riportare a Dio quelle anime che hanno perduto ogni ricordo del cielo. La vostra beneficenza non deve essere quella dell’uomo, ma del cristiano che vede nel povero una cosa sacra, e non solo l’immagine ma la persona stessa di Nostro Signor Gesù Cristo» (16 aprile 1909, ai membri delle Conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli).

Questa sia la luce che vi distingue, la fiamma che vi sospinge alla ricerca delle sofferenze da alleviare, e il titolo di onore, che vi meritate davanti a Dio e agli uomini.

Noi siamo lieti di assicurarvi tutto l’appoggio della Nostra preghiera e del Nostro incoraggiamento, mentre, in pegno di sempre lieti incrementi con l’aiuto della grazia divina, vogliamo avvalorare i Nostri voti con la paterna Benedizione Apostolica, che estendiamo alle vostre famiglie, alle vostre istituzioni, ed a quanti si protende la vostra sollecitudine di carità.

       

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