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DISCORSO DI PAOLO VI
ALLE PONTIFICIE OPERE MISSIONARIE

Venerdì, 15 maggio 1964

           

Signor Cardinale, e diletti Figli!

La vostra visita riempie l’animo Nostro di tanti sentimenti, ai quali non Ci è ora concesso di dare adeguata espressione. Le parole inoltre, tanto nobili e tanto dense, testé pronunciate dal veneratissimo Prefetto della Sacra Congregazione de Propaganda Fide e Nostro carissimo e preziosissimo collaboratore, Ci dispensano dal dirvi molte cose sul grande tema delle Missioni e sui suoi formidabili e innumerevoli problemi. Ma accrescono anche esse il Nostro debito di riconoscenza verso di voi, valenti Direttori nazionali e saggi Consiglieri residenti a Roma delle Pontificie Opere Missionarie, per l’interesse, il prestigio, il consiglio, l’attività, che voi date alle Opere stesse, e perciò alla causa missionaria, ch’è quella della Chiesa, è quella della evangelizzazione del mondo, è quella di Cristo. Siate tutti, Figli carissimi, ringraziati, e nel nome stesso di Cristo, di quanto voi fate per le Missioni, con la preghiera, con la parola, con lo studio, con la prestazione dovuta al vostro ufficio e fors’anche con quella passione del cuore che fa amare, gioire e soffrire in favore d’un altissimo fine.

Questo Nostro ringraziamento, che guarda piuttosto al passato, si risolve, com’è ovvio, in un incoraggiamento per il futuro. È cotesto campo sempre bisognoso, sempre degno di nuovo lavoro. Anzi la Nostra esortazione, che assomma quelle dei Nostri venerati Predecessori, si fa ancora più forte, più urgente, più implorante, al lume delle nuove circostanze che toccano il lavoro missionario. Voi le conoscete. La coscienza del mondo cattolico se ne rende conto ogni giorno di più. Il Concilio ecumenico fa propria la considerazione del problema missionario, quale oggi si presenta. L’interesse missionario va crescendo in proporzione della complessità dei dati relativi a tale problema. La vostra azione diventa ancor più importante e responsabile. Bisognerà che il vostro impegno si faccia ancora più cosciente ed operoso, perché l’ora delle Missioni segna momenti d’una gravità crescente.

Cresce nella Chiesa la coscienza di recare con sé un messaggio universale e d’avere il mandato di darne testimonianza eloquente ed attiva davanti al mondo odierno. Il fermento missionario agita e solleva la spiritualità e l’attività della Chiesa. L’idea che il dovere missionario non si limita a coloro che danno il loro nome agli Istituti per le Missioni, ma investe la Gerarchia dei Pastori e la comunità intera dei fedeli, si va diffondendo.

I principi dottrinali dell’opera missionaria si chiariscono e si sviluppano, riconoscendo da un lato i valori umani d’ogni popolo, d’ogni civiltà e il conseguente dovere, non già di sopprimerli e di sostituirli con altri valori attinti ad altra civiltà, felicemente penetrata dal cristianesimo, ma di comprenderli, di assumerli, di purificarli, di accostarli a quelli che crediamo utili e universalmente validi, e di vivificarli in Cristo con loro proprie e originali espressioni. E così, mentre si riconosce la libertà soggettiva di quanti professano secondo coscienza religioni non cristiane, o praticamente non professano purtroppo alcuna religione, si riafferma tanto più fedele al disegno divino della salvezza l’obbligo improrogabile d’una premurosa e sapiente evangelizzazione universale. Problema che sa di dramma e che si affonda nei segreti di Dio.

Crescono intanto in molti Paesi le difficoltà della predicazione missionaria, si appianano invece le vie del, Vangelo in alcune altre regioni. Cambiano i metodi dello sforzo missionario, rivelandosi, ad esempio, oggi pratico e doveroso quello di accogliere nei Paesi di civiltà sviluppata la gioventù desiderosa di formazione e proveniente da Paesi in via di sviluppo.

E così via. Tutto questo conferma quanto dicevamo: essere oggi vivissima la vocazione missionaria; essere perciò provvidenziale la dedizione che voi, quasi ad esempio ed a sprone di quanti lavorano per le Missioni, offrite alle Opere Pontificie consacrate alla evangelizzazione del mondo.

Alla Nostra esortazione per l’attività pratica si unisce quella consueta, ma sempre benefica, della valutazione dell’azione divina nel circuito che le nostre povere iniziative umane intendono aprirle. Ricordiamo che questa valutazione, quanto più sarà approfondita nelle sue componenti teologiche, metterà in vista più chiara non solo il carattere indispensabile di tale divina azione, ma altresì quello prevalente; così che dovremo ancora riconoscere che è ben più Iddio ad operare per la salvezza degli uomini, che non noi, i quali puramente, come dice San Paolo, «Dei . . . sumus adiutores» (1 Cor. 3, 9). Il fattore soprannaturale dell’azione missionaria dovrà avere il suo posto e il suo calcolo nel suo quadro operativo, sempre esigendo dalle nostre umili forze una piena offerta, un massimo rendimento, ma facendo della preghiera e della fiducia in Dio le vere condizioni dell’efficacia delle nostre fatiche e della tranquillità dei nostri spiriti.

Così che, dandovi ora la Nostra Benedizione Apostolica, intendiamo avvalorare quanto meglio Ci è possibile la vostra attività e quella del multiforme e immenso apparato missionario, a cui si rivolgono, i vostri pensieri ed i vostri aiuti e di cuore vi ripetiamo le parole dell’Apostolo: «Vigilate. State in fide. Viriliter agite, et confortamini» (1 Cor. 16, 13).

      

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