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DISCORSO DI PAOLO VI AI
SACERDOTI MISSIONARI DEL COLLEGIO DI SAN PIETRO APOSTOLO
Domenica, 21 giugno 1964
Signor Cardinale! Venerati Confratelli! e Figli tutti
diletti!
Una parola del Vangelo che Ci ha sempre fatto pensare ai disegni
di Dio, diversi nello svolgimento e nella durata dal disegno della vita umana
nella quale pure si compiono, è questa: «Altro è il seminatore e altro è il
mietitore» (Io. 4, 37); cioè uno semina, l’altro raccoglie; e questa
parola Ci sembra una volta di più realizzata anche nella cerimonia, che stiamo
compiendo, e che dà a Noi la viva soddisfazione di inaugurare, sebbene non
ancora completa, la nuova costruzione di questo Collegio nella terza parte del
suo ormai vasto e complesso edificio. Noi godiamo assai della fortuna che Ci è
concessa, anche se non abbiamo alcun merito in quest’opera, che un altro, e
cioè il Nostro venerato e compianto Predecessore, Papa Giovanni XXIII di felice
memoria, avrebbe dovuto aprire e benedire lo scorso anno, se la salute
declinante degli ultimi suoi giorni terreni glielo avesse consentito.
Egli aveva seminato senza poter gioire di vedere maturato,
almeno in questa cospicua porzione che Noi oggi inauguriamo, l’opera sua.
Raccogliamo volentieri anche questa sua eredità; rendiamo onore alla sua
memoria, a cui le Missioni cattoliche anche per molti altri titoli devono
ricordo e riconoscenza, esprimiamo la Nostra compiacenza e la Nostra gratitudine
anche a quanti, prima di lui, hanno promosso questa fondazione, Papa Pio XII per
primo, poi il defunto Cardinale Pietro Fumasoni-Biondi e il compianto e
encomiabile Monsignor Celso Costantini, che alla causa missionaria non solo
consacrò preziosissime energie, ma aperse altresì concezioni nuove e metodi
moderni. Così non vogliamo tacere le Nostre felicitazioni ed i Nostri
ringraziamenti, per l’opera compiuta, a Lei, caro e venerato Signor Cardinale
Agagianian, Prefetto della Sacra Congregazione de Propaganda Fide, con
tanta saggezza, con tanto cuore impegnato al servizio e alla promozione delle
Missioni; così a Monsignor Sigismondi, Segretario della medesima Sacra
Congregazione, così al Rev. Padre Schneider, Rettore di questo Collegio, così
a tutti coloro che lo hanno beneficato e a coloro che vi prestano favore e
lavoro.
Vogliamo esprimere inoltre i Nostri sentimenti di compiacenza e
di speranza per l’istituzione che in queste nuove costruzioni trova romana
ospitalità: il Collegio per giovani Sacerdoti autoctoni, del Clero diocesano,
provenienti da Paesi di missione. Superfluo che Noi diciamo a voi, che ben li
conoscete, anzi li sperimentate, i meriti di questa istituzione, che intende
integrare la formazione del Clero indigeno con un complemento pedagogico,
culturale e spiri-tuale di grande importanza. La formazione del Clero oggi è,
in ogni Paese, difficile ed esigente, ben lo sappiamo: il sacerdozio nel mondo moderno, il sacerdozio autentico di Cristo, è professione
estremamente impegnativa, dappertutto, ma tanto di più nei territori di
attività missionaria. Perciò questo Collegio, dove i Sacerdoti, che vi sono
ospiti ed alunni, possono avere notizia ed esperienza di ciò ch’è veramente
la Chiesa cattolica, come solamente a Roma è possibile conseguire, dove questi
Sacerdoti possono perfezionare i loro studi portandoli al grado superiore, di
studi universitari o di studi specializzati, e dove ancora i Sacerdoti possono
con la assistenza di ottimi maestri, con la visita di luoghi sacri, unici al
mondo, con la partecipazione a qualche ora grande e storica della vita della
Chiesa arricchirsi, nel silenzio e nella quiete, come pure nella più feconda
conversazione spirituale, accumulare una stupenda ed autentica pienezza
religiosa, questo Collegio, diciamo, offre alla Chiesa un servizio di primo
ordine e adempie una funzione, che oggi possiamo ritenere indispensabile.
Voi
lo sapete; e non occorre che Noi lo dimostriamo con più ampio discorso. Vi
diremo piuttosto che guardando a questo Collegio - lo guardiamo dalle finestre
della Nostra dimora vaticana prospicienti il Gianicolo, ma lo guardiamo ancor
più con gli occhi dell’anima, sempre intenti a cercare e scoprire i segni
della presenza di Cristo fra noi -, sentiamo dentro di Noi l’eco delle parole
con cui il Signore istruiva i suoi discepoli e li preparava ad essere apostoli:
«Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Siate prudenti sempre come i
serpenti, e semplici come le colombe . . .» (Matth. 10, 14). Cioè Noi pensiamo a
voi, cari Sacerdoti, che qui vi preparate al vostro futuro ministero, ed è
difficile dire quanti pensieri sorgano nel Nostro spirito a vostro riguardo,
quanti voti, quante speranze! Noi vi vorremmo bravi, Noi vi vorremmo colti, Noi
vi vorremmo sapienti, Noi vi vorremmo grandi. Grandi nel pensiero, che abbraccia
la ricchezza del patrimonio dottrinale della Chiesa; grandi nell’animo, che
fin d’ora misura l’ampiezza e la difficoltà e la bellezza della propria
vocazione; grandi nei desideri, che mostrano a voi un mondo da percorrere, da
evangelizzare; grandi nella fiducia che si fonda non tanto sulle proprie forze,
quanto sull’assistenza prodigiosa ed operante della grazia di Dio; grandi
nell’amore, che tutto spiega, tutto osa, tutto conquista.
Sì, specialmente grandi nell’amore. Qui l’amore può avere i suoi
sogni: «Qui Romae sedet, Indos scit membrum
suum esse». Può avere la sua carica interiore, quasi salisse nei vostri cuori
dalle tombe degli Apostoli la loro voce che vi impegna a «condurvi in modo
degno della chiamata che avete ricevuta» (Eph. 4, 1). Può avere le sue
promesse irrevocabili; può trovare il suo stile, che non può essere che uno
solo, apostolico.
Sì, figli e fratelli carissimi, questa casa, in cui sostate
negli anni più tranquilli, più pieni, più belli della vostra umana
esperienza, è soprattutto, ricordatelo bene, una scuola di apostoli.
Missionario ed apostolo sono due termini che, sotto l’aspetto dell’azione,
si equivalgono. Voi siete qui per ritornare nei vostri Paesi non per essere
considerati migliori degli altri, ma per essere più degli altri utili al
servizio della Chiesa. Due verità devono essere radicate profondamente nel
vostro spirito: la necessità e l’universalità della fede.
La fede è
necessaria alla salvezza; la fede è offerta a tutti gli uomini mediante il
ministero sacerdotale. La religione cattolica si presenta ancor oggi nel suo
carattere assoluto. Se la sua espansione trova dei limiti nel rispetto che noi
dobbiamo all’altrui libertà di opinione e quindi anche di religione, e trova
parimente limiti nella scarsezza dei mezzi, la quale mette a doloroso confronto
il «pusillus grex» con le dimensioni sproporzionate d’un mondo tuttora
estraneo al cristianesimo, resta il fatto che la fede è fiamma, che il Vangelo
è annuncio, che il Cristianesimo è necessario, che la Chiesa dev’essere
cattolica, cioè tesa continuamente nello sforzo amoroso di tutti abbracciare,
di tutti salvare. Le condizioni concrete, in cui il ministero dell’apostolato
si svolge, possono contenere enormemente l’espansione del cristianesimo, e
obbligarlo a manifestarsi vivo e presente in comunità limitate, talvolta
esigue, talvolta oppresse, talvolta costrette a ricercare nel segreto della
propria interna conversazione la loro ineffabile pienezza; ma non deve perdere
mai la sua natura, la sua vocazione, la sua forza interiore, cioè la sua
funzione apostolica, dovesse questa costare pazienza. fatica, rinunce,
contrasti, eroismo e sacrificio. Ecco: Noi guardiamo a voi con questi trepidanti e inebrianti
pensieri. Abbiamo fiducia in voi. Abbiamo stima dei Paesi a cui appartenete e a
cui ritornerete. Siamo con voi in questo grande e sublime sforzo dell’evangelizzazione
del mondo. Invochiamo su di voi l’ausilio degli Apostoli, la protezione della
Madonna, la forza dello Spirito Santo. E confermiamo questi sentimenti e questi
voti augurandovi grazia, gaudio e pace in Gesù Cristo, e dandovi a tutti la
Nostra Benedizione Apostolica.
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