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DISCORSO DI PAOLO VI PER
L'INAUGURAZIONE DELLA TERZA SESSIONE DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II
Festività
della Esaltazione della Santa Croce Lunedì, 14 settembre 1964
Venerabili Fratelli, e
diletti figli,
1 Nel segno
della Santa Croce, in cui onore abbiamo appena concelebrato il Sacrificio
Eucaristico, oggi prende il via la terza Sessione del Concilio Ecumenico
Vaticano II. Qui è veramente la Chiesa, Noi stessi qui siamo Chiesa, e questo
perché siamo membra del Corpo Mistico di Cristo. Per un dono inestimabile della
sua grazia, Dio ci ha dato di credere in lui, di essere purificati nel
battesimo, di essere uniti nella carità del sacro e visibile popolo di Dio.
Siamo Chiesa perché siamo suoi ministri, vale a dire sacerdoti insigniti di un
carattere proprio, per il quale siamo stati costituiti in questa funzione quando
abbiamo ricevuto la sacramentale ordinazione, che ci ha conferito poteri
mirabili e terribili e ci ha inseriti nella sacra Gerarchia dell’Ordine, la
quale deve adempiere i suoi compiti atti a perpetuare nel tempo ed a propagare
sulla terra la missione salvifica di Cristo. Siamo infine Chiesa perché, come
Maestri della fede, Pastori delle anime, "amministratori dei misteri di Dio" (1Cor
4,11), ne rappresentiamo qui tutte le parti, non però come delegati o deputati
dai fedeli che governiamo con spirituale sollecitudine, ma come Padri e Fratelli
che impersonifichiamo le comunità affidate alle cure di ciascuno di noi, e come
Assemblea plenaria, che Noi, associati a voi come vostro Fratello, abbiamo
convocato secondo il diritto e l’occorrenza, in quanto Vescovo di Roma, di
questa Città preminente per volere della divina provvidenza, in quanto
Successore, umilissimo ma autentico, dell’Apostolo Pietro, al cui sepolcro siamo
piamente convenuti, e perciò come indegno ma vero Capo della Chiesa cattolica e
Vicario di Cristo, Servo dei servi di Dio.
2 Noi dunque,
che nelle nostre persone e nelle sacre funzioni compendiamo tutta la Chiesa,
chiamiamo Ecumenico questo Concilio; qui è celebrata l’unità, qui è celebrato
l’aspetto cattolico della Chiesa, con cui essa testimonia il mirabile vigore e
quella sorprendente facoltà di unire tra di loro gli uomini in un accordo
fraterno, di accogliere forme diverse di civiltà, lingue radicalmente dissimili
tra di loro, espressioni degnissime di liturgia e di pietà, quelle entità
contrastanti che la vita delle nazioni, la realtà sociale, la cultura e la
scienza prospettano; tutte queste cose essa le convoglia felicemente in unità,
rispettando di tutte la legittima e naturale varietà.
3 Si celebra
qui la santità della Chiesa perché qui essa implora la misericordia di Dio
affinché perdoni le debolezze e gli errori degli uomini peccatori, così come ci
riconosciamo, e perché qui, esercitando il sacro ministero, comprendiamo al
massimo che noi possiamo attingere "dalle imperscrutabili ricchezze di Cristo"
(Cf. Ef 3,8) i
doni preziosissimi della salvezza e della santificazione dei quali arricchiremo
tutti gli uomini, e perché siamo coscienti che noi non abbiamo altro obiettivo
se non quello di "preparare al Signore un popolo ben disposto" (Cf.
Lc 1,17).
4 Qui
finalmente si celebra la nota apostolica della Chiesa, prerogativa che a noi
stessi appare meravigliosa, poiché conosciamo per esperienza la nostra
fragilità, né ignoriamo che la storia documenta che anche le più stabili
istituzioni umane ne sono soggette, ma sappiamo anche benissimo quanto
coerentemente e costantemente il comando dato da Cristo agli Apostoli sia
pervenuto fino a noi, umili e stupefatti, quanto inspiegabilmente e quanto
invincibilmente la Chiesa ha resistito ai secoli, sempre viva, sempre in grado
di suscitare in sé le forze per le quali rinverdisce come per un impeto
irrefrenabile.
5 Qui si
adattano perfettamente queste parole di Tertulliano: "Questa immagine vivente di
tutto il nome cristiano è celebrata con grande venerazione. E quanto è dignitoso
riunirsi da ogni dove a Cristo sotto gli auspici della fede! Vedi quanto è buono
e quanto è soave stare insieme come fratelli" (De ieiuniis, cap.
XIII: PL 2, 1024).
6 Se dunque qui
c’è la Chiesa, qui c’è anche lo Spirito Paraclito, che Cristo promise ai suoi
Apostoli per edificare la Chiesa, parlando in questo modo: "... Io pregherò il
Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo
Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo
conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi" (Gv
14,16-17). Come sappiamo, Cristo ha promesso ed ha trasmesso in forma diversa
l’intervento di due cose, cioè l’apostolato e lo Spirito Santo, per continuare
la sua missione, estendere nel tempo e in tutto il mondo il regno da lui fondato
e raccogliere gli uomini da lui redenti nella sua Chiesa, nel suo Corpo Mistico,
perché formassero la sua pienezza, fin quando dura l’attesa del suo ritorno alla
fine dei secoli, che avverrà alla fine come un trionfo.
7 L’apostolato,
operando dall’esterno e in modo oggettivo, forma, per così dire, il corpo
materiale della Chiesa a cui dà una compagine visibile e sociale; mentre lo
Spirito Santo agisce all’interno ed esercita la sua forza non solo negli animi
degli individui, ma anche nell’intera comunità, perché la anima, la vivifica, la
santifica.
8 L’apostolato,
che la sacra Gerarchia ha ereditato per successione, e lo Spirito di Gesù, di
cui fruisce questa stessa Gerarchia come strumento ordinario nel ministero della
parola e dei Sacramenti, agiscono entrambi insieme; il giorno di Pentecoste si
allacciano meravigliosamente l’un l’altro, quando ha inizio la grandiosa opera
di Cristo Signore, non più visibile ma sempre presente negli Apostoli e nei loro
successori, "che ha eletto suoi vicari e costituito pastori" (Cf.
Messale romano, prefazio degli Apostoli [I]); entrambi, seppure
in modo diverso, ma complementare, danno testimonianza a Cristo, uniti in
un’intesa dalla quale viene infusa nell’azione apostolica una forza
soprannaturale (Cf. 1Pt 1,12).
9 Possiamo
credere che questo piano di azione salvifica, mediante il quale giunge a noi e
si compie in noi la Redenzione di Cristo, sia ancor oggi in vigore? Certamente,
Venerabili Fratelli; dobbiamo anzi ritenere che questo piano continua e giunge
ad effetto per mezzo nostro, perché siamo investiti di un potere e di una
capacità che viene da Dio, "che ci ha resi ministri adatti di una Nuova
Alleanza, non secondo la lettera ma secondo lo Spirito... che dà vita" (2Cor
3,6).
10 Se qualcuno
dubitasse di questa realtà, farebbe ingiuria alla fedeltà di Cristo, che adempie
le sue promesse, verrebbe meno alla nostra missione apostolica, priverebbe la
Chiesa di quella solidissima proprietà della quale non può privarsi e della
quale è dotata dalla parola divina, come è provato durante i secoli
dall’esperienza.
11 Lo Spirito è
qui, non già per aggiungere la grazia sacramentale all’opera che, riuniti in
Concilio, noi tutti affrontiamo, ma per illuminarla ed indirizzarla all’utilità
della Chiesa e di tutta la famiglia umana. Lo Spirito è qui; noi lo invochiamo,
lo aspettiamo, lo seguiamo. Lo Spirito è qui: ricordiamo questo punto della
dottrina, questa sua vera presenza soprattutto per percepire ancora una volta e
in forma pienissima e pressoché indicibile la comunione con il Cristo vivente;
poiché lo Spirito ci unisce a lui. Questo rammentiamo anche per stare alla sua
presenza con animo pronto e sollecito, per sentire la nostra miseria e
l’insufficienza che ci umilia, e la necessità di implorare la sua misericordia e
il suo soccorso, e per ascoltare queste parole dell’Apostolo, come se fossero
dirette a noi negli intimi recessi degli animi: "...investiti di questo
ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d’animo" (2Cor
4,1); in questo tempo del Concilio siamo così invitati alla massima docilità
interiore, ad accogliere nella massima disponibilità la parola di Dio, come si
addice a figli, a pregare ed amare intensamente, ad infiammare le nostre menti
di ardore spirituale. A questo eccezionale evento sembrano quanto mai convenire
queste parole dette da S. Ambrogio, con quel genio poetico di cui era dotato:
"Beviamo lieti la sobria ebbrezza dello Spirito" (PL 16, 1411 [Nella
Liturgia delle Ore in latino, inno alle Lodi del I e III lunedì]). Questo avvenga a noi nel tempo
sacro del Concilio.
12 Diciamo
infine questo perché nel succedersi degli eventi e delle vicissitudini è venuto
ora il momento in cui la Chiesa, che è da noi rappresentata e riceve da noi
forma e vita, dica di sé quello che Cristo istituendola pensò e volle, e i
Padri, i Pontefici, i Dottori nella loro sapienza hanno fedelmente e piamente
indagato, come in una meditazione protratta per secoli. Bisogna che la Chiesa
definisca se stessa e dalla sua autentica consapevolezza tragga la dottrina che
già lo Spirito Santo le ha infuso, secondo la promessa del Signore: "Il
Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli
v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto" (Gv
14,26).
13 In questo
modo si deve integrare la dottrina che il Concilio Ecumenico Vaticano I si era
proposto di enunziare, ma, interrotto a causa di ostacoli esterni, non poté
definire se non nella prima parte, che tratta, come sapete, del Sommo Pastore
della Chiesa, vale a dire del Romano Pontefice, e delle sue somme prerogative
riguardanti il primato di giurisdizione e l’infallibilità del magistero, di cui
Gesù Cristo ha dotato l’Apostolo Pietro, come suo Vicario visibile e terreno, e
coloro che sarebbero succeduti a lui in così eccelso e gravoso compito.
14 Resta da
completare la trattazione di tale dottrina e da spiegare i sentimenti di Cristo
su tutta la sua Chiesa, e particolarmente sulla natura e sulla funzione di
quelli che sono i successori degli Apostoli, cioè l’Episcopato, della cui
dignità e incarico, per benigno volere di Dio la maggior parte di voi,
Venerabili Padri, o meglio: di noi, Reverendissimi Fratelli, è insignita.
15 Di molte
altre cose si dovrà parlare nel Concilio; ma la discussione che verte su questo
preciso argomento sembra essere quella di maggiore gravità e delicatezza. Questo
medesimo tema costituirà senza dubbio nel ricordo dei posteri la nota
caratteristica di questo solenne Concilio, peraltro degno della storia. È suo
compito dirimere alcune controversie teologiche, per di più laboriose; esaminare
la natura e la sacra funzione dei Pastori della Chiesa; discutere sulle
prerogative che derivano legittimamente dall’Episcopato e, per opera dello
Spirito Santo, dare di esse un’accurata sentenza; delineare i rapporti che
intercorrono tra questa Sede Apostolica e i Vescovi; dimostrare che le
istituzioni e le forme della Chiesa sono della stessa natura tanto in oriente
che in occidente, sebbene l’una e l’altra abbiano alcune particolarità; deve
finalmente manifestare ai Fedeli della Chiesa cattolica e ai Fratelli separati
dalla sua comunione quale sia la vera nozione degli ordini della sacra
Gerarchia, dei quali sono state dette queste parole: "lo Spirito Santo vi ha
posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio" (At 20,28), e dunque con
una certa autorità che non si può mettere in dubbio; essi devono quindi cercare
di servire umilmente e pazientemente i fratelli, come conviene a Pastori, cioè a
ministri della fede e della carità.
16 Queste cose
Noi e voi stessi, Venerabili Fratelli, le meditiamo nell’animo con un’analisi
più vivida, perché nella terza sessione del Concilio Ecumenico tra le varie
questioni che vi si devono discutere risulterà preminente il problema
concernente l’enucleare e chiarire la dottrina della natura e della missione
della Chiesa. Ne deriverà che si riprenda e si completi integralmente la
trattazione iniziata nelle prime due sessioni, e che questa solenne Assemblea
generale diventi la continuazione logica e il prolungamento del Concilio
Ecumenico Vaticano I. La Chiesa vuole finalmente contemplare se stessa, o meglio
ricercare se stessa nella mente di Gesù Cristo, suo Divino Fondatore. Questo
sicuramente equivale a rendere onore alla sapienza e alla carità del suo
Fondatore e, mentre con continua osservanza professa a lui fede e fedeltà, a
rendersi più idonea a svolgere la missione di salvezza, per la quale è stata
istituita.
17 Nessuno però
pensi che la Chiesa, così facendo, si soffermi su se stessa per compiacersene e
dimentichi sia Cristo, dal quale tutto riceve, a cui tutto deve, sia il genere
umano, per servire il quale è nata. La Chiesa sta nel mezzo tra Cristo e la
comunità umana, non ripiegata su di sé, non come un velo opaco che impedisce la
vista, non fine a se stessa, ma al contrario costantemente sollecita di essere
tutta di Cristo, in Cristo, per Cristo, di essere tutta degli uomini, tra gli
uomini, per gli uomini, tramite veramente umile ed eccellente tra il Divin
Salvatore e l’umanità, istituita perché tuteli e diffonda la verità e la grazia
della vita soprannaturale.
18 Ciò è tanto
più grave e importante ora, cioè in questo momento del tempo presente che sembra
quanto mai sacro nel corso dei secoli. Difatti la riflessione da fare sulla
Chiesa metterà di fronte Noi e soprattutto voi a qualcosa senz’altro di estrema
importanza, che riguarderà la costituzione gerarchica della Chiesa ed insieme
l’origine, la natura, il compito, il potere dell’Episcopato. Come abbiamo già
accennato, l’Episcopato è la parte più illustre ed eminente della Gerarchia
ecclesiastica, e "lo Spirito Santo" la pose "a pascere la Chiesa di Dio" (At
20,28).
19 In questo
Noi pensiamo di ubbidire al pensiero di Dio provvidentissimo, quando in
occasione della celebrazione di questo evento storico riconosciamo a voi,
Venerabili ed amati Fratelli nell’Episcopato, l’onore che Nostro Signore volle
conferire agli Apostoli insieme a Pietro.
20 Dai Padri
del Concilio Ecumenico Vaticano I sono stati definiti e proclamati i poteri,
davvero unici e sommi, conferiti da Cristo a Pietro e trasmessi ai suoi
successori. Con questa proclamazione è parso a qualcuno che venisse sminuita
l’autorità dei Vescovi, successori degli Apostoli; essi erano persuasi che fosse
del tutto superflua e resa inutile la convocazione di un ulteriore Concilio
Ecumenico, cui tuttavia è riconosciuta per diritto canonico la suprema potestà
su tutta la Chiesa.
21 Questo
Concilio ugualmente Ecumenico si appresta bensì a confermare la dottrina del
precedente Concilio Ecumenico circa le prerogative del Sommo Pontefice; però si
propone anche e principalmente di descrivere e mettere in onore le prerogative
dei Vescovi. Sappiano per certo tutti che la convocazione del presente Concilio
è stata fatta viceversa e spontaneamente dal Nostro Predecessore di felice
memoria Giovanni XXIII e da Noi subito confermata, ben sapendo che quel che si
chiede a questa sacratissima Assemblea tocca direttamente l’Episcopato. Né
poteva essere altrimenti, se si considerano non solo le dottrine connesse, ma
anche che esiste la sincera volontà di riconoscere la gloria, la missione, i
meriti, l’amicizia dei Nostri Fratelli che hanno parte nell’insegnare,
santificare, governare la Chiesa di Dio.
22 Ci sia
permesso ripetere e fare Nostre le bellissime parole che il lontano e santissimo
Nostro Predecessore d’immortale memoria Gregorio Magno scrisse ad Eulogio,
Vescovo di Alessandria: "Il mio onore è l’onore della Chiesa universale. Il mio
onore è il solido vigore dei miei fratelli. Allora io sono veramente onorato,
quando non è negato l’onore dovuto a ciascuno di essi" (Ep 8, 30; PL
77, 933).
23 L’integrità
della verità cattolica richiede ora che si chiarisca il capitolo della dottrina
che, in connessione con la dottrina sul Romano Pontefice, metta nella loro
fulgida luce la dignità e i compiti che spettano all’Episcopato. Tratteggiare le
linee di tale dignità e di tali compiti sarà dovere del Concilio Ecumenico, il
quale non vuole altro che interpretare con esattezza la mente di Gesù Cristo
quale la presentano le fonti della divina rivelazione e la dottrina cattolica da
essa autenticamente derivata. Quanto a Noi, siamo lieti di riconoscere fin d’ora
Nostri Fratelli i Vescovi e chiamarli con l’Apostolo Pietro "Seniori" e di
applicare a noi il gradito e non dissimile titolo di "Conseniore" (Cf.
1Pt 5,1Vlg.); questa è la
Nostra gioia, che possiamo qualificarli, con le parole dell’Apostolo Paolo,
"compagni nelle tribolazioni e nelle consolazioni" (Cf. 2Cor
1,4.7); questo il Nostro impegno, di
poter loro testimoniare la Nostra venerazione, stima, solidarietà. Infine è
Nostro dovere riconoscerli come Maestri, Pastori, Santificatori del popolo
cristiano, "amministratori dei misteri di Dio" (Cf. 1Cor 4,1), testimoni del Vangelo, ministri
della Nuova Alleanza, come riflesso della gloria del Signore (Cf. 2Cor
3,6-18).
24 Se poi, come
successore di Pietro e per questo insigniti di potestà plenaria su tutta la
Chiesa, Noi, benché indegni, facciamo la funzione di vostra Guida, ciò non è per
diminuire la vostra autorità; Noi anzi per primi le rendiamo omaggio. Di più, se
l’incarico apostolico esige da Noi che riserviamo a Noi qualcosa, fissiamo dei
limiti, prescriviamo le forme, regoliamo le modalità d’azione quanto
all’esercizio della potestà episcopale, tutto questo, come ben sapete, lo
richiede il bene della Chiesa universale, lo richiede l’unità della Chiesa; la
quale tanto più ha bisogno di una guida suprema, quanto più si dilatano gli
spazi della fede cattolica, quanto più gravi si fanno i pericoli e più pressanti
le necessità del popolo cristiano nelle svariate contingenze dei tempi e dei
luoghi, anzi, potremmo aggiungere, quanto più rapida è la possibilità di
comunicare che oggi abbiamo a disposizione. Questo sistema di centralizzazione
del potere ecclesiastico, che sarà esercitato sempre con moderazione e sempre
compensato da opportune facoltà e utili ministeri da attribuire prudentemente ai
Pastori locali, questo sistema di centralizzazione, dicevamo, non è affatto da
giudicare come qualche artificio escogitato dalla cupidigia di dominare; al
contrario, Venerabili Fratelli, è in veste di servizio; corrisponde all’indole
della Chiesa, che per sua natura è unica e gerarchica; diventa quell’ornamento,
quella forza, quella bellezza che Cristo ha promesso alla Chiesa e le concede
nella successione dei tempi.
25 A questo
proposito piace ricordare le parole che il Nostro Predecessore Pio XII di felice
memoria rivolse ad un gruppo di Vescovi: "Quest’unione e questa doverosa
comunione con la Santa Sede non nasce da una certa preoccupazione di concentrare
tutto insieme e di uniformare, ma dal diritto divino e da un elemento proprio
della costituzione della Chiesa di Cristo" (AAS 46 (1954), p. 676).
26 Del resto,
questa norma non mortifica in nessun modo l’autorità episcopale, anzi le dà
forza, la si consideri sia nei singoli Pontefici che nell’insieme del collegio
dei Vescovi. Oh, con quanta ammirazione onoriamo, quanto desideriamo tutelare le
funzioni proprie della sacra Gerarchia! Essa è scaturita dalla carità di Cristo
per incrementare, diffondere e trasmettere intatto e fruttuoso nel corso dei
secoli quel sacro tesoro di fede, di esempi, di precetti e di carismi che Cristo
ha lasciato in eredità alla sua Chiesa; essa genera la comunità dei fedeli e
ordina opportunamente il suo organismo visibile; è per opera sua che la Chiesa
può essere detta Madre e Maestra; per il suo ministero ci vengono dispensate le
ricchezze dei Sacramenti; al suo seguito, si elevano preghiere a Dio; essa
promuove le opere e le iniziative della carità cristiana. Noi, che siamo
preposti al supremo governo di questa sacra Istituzione, non le offriremo le
Nostre cure, la Nostra fiducia, il Nostro sostegno? Le negheremo la Nostra
difesa? Quale dovere Ci sarà più assiduo, più impellente, più gradito che
rivendicare i diritti, la libertà, la dignità della sacra Gerarchia nelle
diverse Nazioni? Non è forse intessuta di questa difficile fatica quasi tutta la
storia del Sommo Pontificato, soprattutto ai tempi nostri, nei quali osserviamo
tanti sconvolgimenti?
27 Desideriamo
confermare queste lodi dell’Episcopato cattolico con un altro argomento, perché
appaia più evidente quanto siano proficue alla sua dignità, quanto giovino alla
sua carità questi vincoli di comunione gerarchica che legano i Vescovi alla Sede
Apostolica; che cioè la Sede Apostolica ha bisogno di voi, Venerabili Fratelli!
Come a voi, residenti nelle varie parti del mondo per essere e manifestare la
vera caratteristica cattolica della Chiesa, è affatto necessario un centro e un
principio di unità di fede e di comunione, che trovate in questa Cattedra di
Pietro; così abbiamo sempre bisogno della vostra opera efficace, affinché il
volto della Sede Apostolica risplenda di bellezza e non manchi di vigore e del
suo valore umano e storico, o meglio affinché la sua fede sia concordemente
custodita, i suoi doveri siano configurati come esempio, le sia offerto un
sollievo nelle angustie.
28 Così, mentre
attendiamo che le vostre riunioni precisino la dottrina della funzione
episcopale, Noi tributiamo già il Nostro ossequio all’Episcopato, gli apriamo il
Nostro animo fraterno, anzi paterno, e gli chiediamo un assenso che Ci consoli
nell’intimo del cuore. Possa da questo Concilio Ecumenico farsi più profonda,
più valida e più santa quella concordia e quell’armonia di animi da cui i gradi
della Gerarchia cattolica sono uniti tra loro nella fede vitale e nel vincolo di
carità; ne verrà gloria a Cristo, pace alla Chiesa, luce al mondo.
29 Su questo
punto e su molte altre cose che sono state proposte all’esame del Concilio
diremmo anche di più, se non temessimo di abusare della vostra pazienza.
30 Da questa
Basilica e in questo particolare momento non possiamo tuttavia fare a meno di
mandare con speciale benevolenza un saluto alle comunità ecclesiastiche di cui
siete i rappresentanti; il Nostro pensiero corre innanzitutto ai Sacerdoti
presenti in tutto il mondo, che ci sono carissimi e veneriamo, e li consideriamo
veri e validi cooperatori del ministero episcopale; ai Religiosi, che si
applicano con ogni mezzo ad essere conformi a Cristo e utili ai fratelli; a
tutte le categorie di laici cattolici, che danno il loro assiduo aiuto alla
sacra Gerarchia per edificare la Chiesa ed offrire un servizio alla comunità
umana; si rivolge a tutti i sofferenti nel corpo e nell’animo, ai poveri, ai
perseguitati; essi non possono assolutamente sfuggire al nostro ricordo, e
soprattutto quelli che, privati della libertà, sono costretti a disertare questo
Concilio.
31 Porgiamo poi
un saluto agli Uditori qui presenti, di cui Ci sono notissimi i nobili
sentimenti e i meriti insigni. Così con gioia salutiamo insieme le Nostre amate
figlie in Cristo, cioè le cosiddette donne Uditrici, alle quali per la prima
volta è stata data la facoltà di partecipare ad alcune adunanze del Concilio.
Tutti quanti, tanto gli Uditori che le Uditrici, da questo accesso al Concilio a
loro accordato possono senza dubbio capire con quale animo paterno guardiamo a
tutte le classi del popolo di Dio e quanto desideriamo dare alla società
cristiana un’abbondanza sempre maggiore di concordia, di mutua armonia e di
azione.
32 Salutiamo
infine voi, degnissimi ed illustri Osservatori, che già per la terza volta
intervenite volentieri alle riunioni del Concilio; vi ringraziamo, vi attestiamo
di nuovo la Nostra volontà fattiva, nella speranza che un giorno sia rimosso
ogni impedimento, ogni dissenso, ogni diffidenza da cui siamo ostacolati nel
sentire di essere tutti completamente "un cuore solo e un’anima sola"
(Cf. At 4,32) in Cristo
e nella Chiesa. Da parte Nostra non lasceremo nulla di intentato di quanto sarà
in Nostro potere per giungervi. Comprendiamo bene che è cosa della massima
importanza che tale unità sia ricostituita, per questo vi dedicheremo ogni cura
e vi consacreremo tutto il tempo che da essa sarà richiesto. Questo traguardo è
certamente nuovo e recente, se lo paragoniamo con la diuturna e deplorevole
serie di fatti che hanno preceduto le singole secessioni; ma noi con animo
paziente aspetteremo finché giungano a maturazione le condizioni per poter
risolvere questo problema con esito sicuro ed atteggiamento amichevole. Tale
questione è della massima importanza; essa è in tutto nascosta nei misteriosi
progetti di Dio, però noi cercheremo con volontà umile e pia di diventare degni
di tanta grazia. Siamo memori delle parole che pronunziò l’Apostolo Paolo, che,
"fatto tutto a tutti" (1Cor 9,22). portò a tutte le genti il dono del
Vangelo, facendo uso di quell’indulgenza che Ci sia lecito chiamare, come oggi
si dice, "pluralismo pratico"; siamo anche memori che il medesimo Apostolo ci
scongiura di "conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della
pace", perché c’è "un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo
Dio Padre di tutti" (Cf. Ef 4,3.5-6); ci applicheremo perciò, nella massima fedeltà all’unica
Chiesa di Cristo, a conoscere meglio e approvare tutto quello che nelle diverse
comunità cristiane da noi ancora separate è vero e accettabile. D’altra parte
invitiamo queste comunità a meglio considerare la fede cattolica e il modo di
vivere cattolico, e a non sentirsi offese da questo Nostro invito, ma a
valutarlo piuttosto come rispettoso e fraterno per esortarli a partecipare
integralmente alla pienezza della verità e della carità; alludiamo a quella
pienezza che per fortunato privilegio e tremenda responsabilità il comando di
Cristo ha affidato per custodirla a noi indegni, e che sarà messa in più chiara
luce quando tutti quelli che professano il nome di Cristo saranno riconciliati
nell’unità.
33 Nell’attesa,
per vostro tramite, venerabili ed illustri ospiti, deputati come osservatori in
queste solenni assemblee, salutiamo cordialmente anche le comunità cristiane che
rappresentate; e rivolgiamo un pensiero rispettoso anche a quelle che non hanno
inviato qui un delegato. Noi comunque uniamo insieme nelle preghiere e nella
carità tutte le membra di Cristo ancora staccate dalla piena integrità
spirituale e visibile del Corpo Mistico; e in questo gesto di amore e di pietà
si acuisce il Nostro dolore, ma si accresce la Nostra speranza. O Chiese lontane
da Noi, eppure a Noi così vicine! O Chiese che con sincera benevolenza aneliamo!
O Chiese cui pensiamo con insonne desiderio! O Chiese delle Nostre lacrime, che
aspiriamo ardentemente abbracciare e onorare nel vero amore di Cristo! Da questo
cardine dell’unità, cioè dal sepolcro dell’apostolo e martire Pietro, da questo
Concilio Ecumenico di fratellanza e di pace giungano a voi le Nostre parole
imploranti e piene di affetto: forse siamo divisi ancora da grande differenza, e
passerà molto tempo prima che si compia la piena e perfetta riconciliazione;
sappiate però che voi siete già nel Nostro cuore; e il Dio delle misericordie
accolga questi Nostri voti e alimenti una così soave speranza!
34 Da ultimo il
Nostro pensiero va alla società umana, nella quale viviamo e che ci vede con
favore o con negligenza o addirittura con ostilità; la salutiamo ancora, come
abbiamo già loro fatto nella grotta di Betlemme, mossi dalla stessa intenzione
di operare perché la Chiesa serva a procurare agli uomini la salvezza spirituale
e la prosperità civile, e così essi godano della pace e della vera felicità.
35 Invitando
voi tutti, Venerabili Fratelli, ad invocare concordemente lo Spirito
Consolatore, inauguriamo la terza Sessione di questo Concilio Ecumenico Vaticano
II, e nel nome del Signore, fiduciosi nella protezione della Santissima Vergine
Maria e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, impartiamo di cuore a voi tutti la
Benedizione Apostolica (AAS 56 (1964), pp. 805-816).
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