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DISCORSO DI PAOLO VI AI PARTECIPANTI AL IX CONGRESSO NAZIONALE DEL MOVIMENTO
GIOVANILE DELLE ACLI
Martedì, 5 gennaio 1965
Carissimi Giovani,
Prima di tutto: vediamo di conoscerci.
Che voi siate Giovani, i Nostri occhi lo vedono; e ne siamo
molto contenti. A Noi piace la Gioventù. Ditelo anche ai vostri amici e
colleghi: il Papa vuol bene ai Giovani. Perché questa preferenza? Sarebbe
lungo spiegarne le ragioni; ma il fatto è che da un pezzo, fin da quando
nessuno pensava ai Giovani, nella casa del Papa essi erano oggetto di
affezione, di fiducia, di assistenza particolari. Fin dai suoi tempi Giovanni
l’Evangelista, che da giovane era stato prediletto da Cristo, scriveva,
ormai vecchio: «Scrivo a voi, Giovani, perché siete forti, e la parola di
Dio sta in voi, e avete vinto il maligno» (1 Io. 2, 14). Dunque,
perché Giovani, siate i benvenuti.
Siete Lavoratori? Chi vi ha condotti qua, Ce lo assicura. Non
ci sarebbe nulla da osservare, se voi foste Studenti o Professionisti, perché
avremmo anche per loro tanto affetto e tante cose da dire. Non Ci piacerebbe
invece se voi foste oziosi, sfaccendati, o come oggi si dice, «vitelloni», o
«jeunesse dorée», o «teddy-boys», o «blousons noirs», o che so io:
giovani gaudenti e teppisti. Essere Lavoratore è già un titolo di serietà,
è una qualifica rispettabile, anzi un merito ed un onore. Essere Lavoratori
vuol dire che prendete la vita sul serio, che sapete che cosa è il dovere,
conoscete il valore del tempo, del denaro, della fatica; e avete subito una
certa idea del mondo in cui viviamo, un mondo che fa del lavoro una legge di
vita, un obbligo per tutti, un principio di sviluppo personale e sociale, un
dovere e un onore. Anche questo a Noi piace assai. Potremmo farvi un lungo
discorso sulla stima che la Chiesa ha sempre avuto del lavoro; del lavoro
manuale anche, e come sempre lo ha onorato, protetto, difeso e benedetto. Voi
conoscete certo qualche cosa delle Encicliche sociali dei Papi di questi
ultimi tempi: ebbene, sapete allora quanta comprensione, quanta simpatia,
quanta protezione voi, Giovani Lavoratori, trovate qui. Anche questo dovete
ricordarlo, e dovete dirlo, quando capita l’occasione, ai vostri compagni:
noi, gente del lavoro, siamo ben voluti dal Papa e dalla Chiesa.
Continuiamo: voi siete Aclisti, o, in qualche modo, aderenti
al movimento giovanile promosso dalle A.C.L.I. Anche questo titolo vi rende a
Noi molto cari, e Ci lascia pensare di voi molte cose belle, che fanno a voi
grande onore, a Noi grande piacere. Se siete Aclisti vuol dire, innanzi tutto,
che vi professate cristiani; e questa è la cosa più importante di tutte,
perché vi assicura la fortuna maggiore, quella della fede conservata e
professata, con tutte le scelte e tutte le conquiste che ne derivano.
Bravi, bravi, bravi: voi date una soluzione felicissima ad una
delle questioni più gravi del nostro tempo, che tocca direttamente la vostra
vita e il vostro destino, quella della relazione fra la religione cristiana e
la concezione del lavoro nella vita moderna. È molto saggio il tema del
vostro convegno a questo riguardo; Noi lo lodiamo e lo raccomandiamo alla
vostra memoria: «Un forte movimento di Giovani Lavoratori per una risposta
cristiana alla Gioventù operaia». Proprio così: dovete cercare d’essere
bene convinti dell’importanza di cotesto binomio: Cristo e lavoro; e dovete
anche persuadervi che per collegare, nella vita pratica, questi due termini,
Cristo e lavoro, voi, voi dovete essere direttamente impegnati. Tocca a voi
(con l’aiuto, si capisce, dei vostri Assistenti e dei vostri Dirigenti),
tocca a voi a portare, a riportare Cristo nel mondo del lavoro, e specialmente
nelle nuove leve di Lavoratori. Non si tratta di fare una propaganda fanatica,
né di assumere atteggiamenti bigotti, e nemmeno di rinchiudersi in cenacoli
chiusi, o di straniarsi dalla partecipazione alla vita operaia. Si tratta di
non privare questa vita operaia della sua dignità spirituale, dei suoi
diritti religiosi e morali; si tratta di infondere nel lavoro il senso
cristiano e umano, che lo nobilita, lo fortifica, lo purifica, lo conforta, e
lo pervade di buoni sentimenti di solidarietà e di amicizia, e lo aiuta a
difendere i propri interessi economici e professionali con spirito di
giustizia e di comprensione del bene comune. Se si accettano e si seguono gli
insegnamenti sociali del cristianesimo, c’è davvero da sperare in una
società più equa, più fraterna, più sensibile ai bisogni e alle
aspirazioni del popolo, a cui voi appartenete. E a dare fondamento positivo a
questa speranza, tocca a voi, Giovani, tocca a voi, Giovani Lavoratori
Cristiani!
Qui potremmo anche finire questo semplice discorso.
Ma vengono alla Nostra mente tre questioni, che a Noi pare di
leggere, in questo momento, dentro i vostri animi. Le accenniamo appena,
lasciando a voi stessi ed ai vostri maestri darvi adeguata risposta. La prima
questione, Ci pare, suona così: che cosa posso fare io, che cosa possiamo
fare noi davanti a problemi così gravi e così vasti? Come può un Giovane
Lavoratore influire sopra un mondo immenso e complesso e potente in cui egli
viene a trovarsi? È vero: la sproporzione fa paura, ma non deve togliere né
il senso del dovere, né il coraggio, né la speranza; specialmente se siete
uniti, se siete molti, se siete perseveranti. Fatevi spiegare le parabole
evangeliche del seme, del fermento, del piccolo gregge; e vi sentirete
riempire gli animi di fiducia e di voglia di tentare e di osare: la vostra
testimonianza può essere come una scintilla che accende un fuoco; e il vostro
sacrificio alla causa cristiana, ricordatelo bene, non resta senza premio,
anche se restasse a questo mondo senza risultato.
L’altra questione è quella che riguarda la diversità di
opinioni, la differenza, anzi l’opposizione delle ideologie (come le
chiamano), la difficoltà di capire, in questa continua lotta sociale, dove
stia la verità. Anche questa è questione grave e comune. Non si finirebbe
mai di parlare, se solo volessimo dire qualche cosa su questo punto. Ma fate
attenzione a questi Nostri due suggerimenti: primo, occorre ragionare. Non si
può andare alla cieca in problemi così gravi, che toccano la sorte di tante
esistenze e riguardano l’intera società. Occorre ragionare, e non lasciarsi
trasportare dalle passioni, dalle impressioni, dai discorsi di chi non conosce
bene le cose. Per ragionare occorre istruirsi, occorre informarsi, occorre
fare come voi fate, frequentare i corsi delle A.C.L.I.! L’altro suggerimento
è quello di ascoltare la dottrina sociale della Chiesa, che, come diceva il
Nostro Predecessore, Giovani XXIII, è «Madre e Maestra». Informatevi,
pensateci bene, e fidatevi. Sarete sulla buona strada!
E finalmente la terza questione: ma serve realmente la
religione al Lavoratore? Non è cosa fuori dei suoi interessi, la religione?
Gli cresce forse la paga, gli assicura l’avvenire? Non gli mette scrupoli in
corpo, e doveri pesanti sulle spalle? Non tiene la parte dei padroni e dei
potenti, la religione? In fondo: a che cosa serve?
Figliuoli carissimi! Siamo Noi a sollevare in voi queste
domande; e vedete che lo facciamo senza timore. Questo è segno che avremmo
cento buone ragioni, con cui rispondere a interrogazioni così conturbanti. Vi
rispondono e vi risponderanno i vostri bravi Assistenti Ecclesiastici (che qui
salutiamo con particolare riconoscenza e particolare affezione). Ma possiamo
intanto osservare una cosa, che sorge anch’essa dai vostri animi stessi,
dalla vostra esperienza, anzi da quella Grazia divina che voi, Giovani
Lavoratori Cristiani, portate nei cuori: non è la, vostra fede, la vostra
coscienza cristiana, la vostra certezza religiosa quella che vi dà il senso
più alto, più sicuro, più lieto della vita? Ecco a che cosa serve la fede:
serve alla vita!
E con l’augurio e con la fiducia che voi abbiate sempre in
voi questa luce, questa forza e questa gioia, tutti, Figliuoli carissimi, vi
benediciamo.
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