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DISCORSO DI PAOLO VI
AL
TRIBUNALE DELLA SACRA ROMANA ROTA
Lunedì,
11 gennaio 1965
Monsignor Decano dei Prelati Uditori della Sacra
Romana Rota; e voi tutti, venerati e distinti Prelati del detto Collegio;
Officiali; Avvocati Concistoriali e abilitati al patrocinio presso la Sacra
Rota, che partecipate a questa udienza, dopo il rito propiziatorio, per voi
celebrato nella Nostra Cappella Paolina!
Vi accogliamo con paterno compiacimento, lieti di
potervi attestare in questa occasione, che ogni anno si ripresenta con
faustissimo auspicio, la Nostra stima, la Nostra considerazione, il Nostro
incoraggiamento, la Nostra lode, ampia e paterna. Le parole, che abbiamo testé
udite, Ci hanno confermato solennemente e autorevolmente quali sono i vostri
intenti nell’adempimento del vostro delicato, prudente, arduo compito al
servizio della Chiesa e dei fratelli; Ci hanno detto con quale spirito di
sacerdotale apostolato, di assoluta serietà e preparazione professionale, di
profonda competenza e appassionata dedizione, voi attendete alla quotidiana
responsabilità dell’impegno, che la Santa Sede vi affida con tanta
fiducia, a difesa della giustizia, ed a cui guardano con rispetto, con
estimazione, con speranza coloro, che a voi ricorrono. In voi vediamo i
successori, tanto degni quanto esperti, di quei lontani auditores causarum
curiae domini Papae, di quei doctores iuris famosi, ai quali i Nostri
Predecessori, nel secolare seguito di interessanti vicende storiche, assegnarono
man mano attribuzioni sempre più ampie, tanto meritate dalla loro dottrina,
dall’esperienza del loro fedele servizio alla Cattedra di Pietro, dalla
prudenza e integrità di vita, che li distingueva.
Sicché, nel ricevervi come di consueto, nel giorno in
cui avete solennemente inaugurato l’Anno giudiziario con l’umile invocazione
dei doni del Paraclito, l’animo Nostro si riempie di grande consolazione. È
anzi un’occasione attesa, possiamo ben dirvi, perché Ci permette di offrire
un solenne, dovuto, meritatissimo riconoscimento a cotesto storico Tribunale,
alla funzione che esso svolge in un campo tanto vasto e importante: sia nella
difesa e nella ricerca della giustizia, cosa che da sola determina la sua
fisionomia; sia nel servizio fedele del diritto, in vista del bene comune della
società e delle anime; sia nella sollecitudine pastorale, per l’esemplare e
benefica promozione dell’ordine equo ed umano, primo e indispensabile
fondamento per l’edificazione dell’ordine cristiano, secondo le leggi
imprescrittibili del Vangelo e le materne sollecitudini della Santa Chiesa.
Nell’esprimere questi sentimenti di plauso a voi,
che componete il Tribunale nell’ordinato e saggio contemperarsi delle singole
competenze e dei rispettivi uffici, si configura nel Nostro pensiero la
fisionomia ideale dei perfetti cultori del diritto, di coloro che, dedicandosi
al servizio della nobile virtù della giustizia, ben possono essere chiamati Sacerdotes
iustitiae, bellissimo e augusto appellativo già usato da Ulpiano.
Si tratta in verità di un nobile ed alto ministero su
la cui dignità si riverbera la luce stessa di Dio, Giustizia primordiale e
assoluta, fonte purissima di ogni giustizia terrena. In questa luce divina è da
considerare il vostro ministerium iustitiae, che deve essere sempre fedele
e irreprensibile; in questa luce si comprende come esso debba rifuggire da ogni
più piccola macchia di ingiustizia, per conservare a tale ministero il suo
carattere di purezza cristallina.
Anche su questo argomento Noi abbiamo da porgervi il Nostro ampio
riconoscimento. Ma vorremmo altresì richiamare la vostra attenzione sui
pericoli che possono insidiare la vostra opera, la quale, essendo fatta per la
Chiesa e in nome di essa, deve pertanto essere lontana anche solo dal sospetto,
dall’ombra di qualsiasi ingiustizia. Eppure voi siete ben consapevoli come
nell’amministrazione della giustizia potrebbero talora verificarsi dolorose e
deplorevoli ingiustizie, che sarebbero assai nocive anche al retto funzionamento
del vostro Tribunale. Diciamo soltanto ipoteticamente.
Ingiustizie possono incontrarsi nella preparazione del processo, quando, per i
maneggi di professionisti senza scrupoli, le cause fossero a voi presentate già
fondamentalmente alterate nella loro realtà giuridica, con motivi infondati,
prove inconcludenti, testimoni subornati, documenti contraffatti o manipolati.
In tale fase di istruttoria sarà dunque necessaria grande oculatezza e prudenza
da parte vostra, per evitare che ogni ingiustizia possa prendere consistenza;
sarà necessario il coraggio della verità, per ammonire i coniugi, o qualunque
parte in causa, che non si inganna il Giudice divino, per il Quale ha valore
soltanto la verità oggettiva, quella inerente alla realtà dei fatti.
Nell’accettare o respingere un libello, vi occorrerà dunque un vigile senso
di giustizia, affinché cause destituite di ogni fondamento, o manifestamente
basate sul falso, o anche su fatti veri, ma giuridicamente inetti a ottenere l’effetto
desiderato, siano respinte con coraggiosa fermezza. Il culto della giustizia vi
farà evitare da una parte un certo lassismo, che può indurre le parti a
pericolose illusioni, a spese inutili, a reali danni, precludendo loro più eque
soluzioni; e dall’altra rifuggirete da un eccessivo rigorismo, che rifiuta una
ragionevole fiducia ai ricorrenti, col pericolo di ostacolare chi sta nel suo
giusto diritto, con funeste conseguenze per la sua stessa salvezza eterna,
quando si tratti di sanare dolorose situazioni morali.
Ancora, ogni sospetto di ingiustizia andrà eluso anche nel proseguimento del
processo, abolendo ogni mora non richiesta dalla particolare
caratteristica o dalle circostanze speciali di qualche singola causa, e
procedendo con sollecita premura, sedulo et cito, nel porre gli atti
giudiziari, come nell’estendere, notificare ed eseguire le sentenze. Di fatto,
voi ben sapete che ogni colpevole ritardo, causato da negligenza o da estranee
occupazioni, nel fare o nell’eseguire la giustizia è già di per sé una
ingiustizia, che ogni membro dei Tribunali ecclesiastici deve accuratamente
studiarsi di evitare anche da lontano.
Rifuggire infine da ogni ombra di sospetto nel costo dell'amministrazione della
giustizia, è un dovere morale, che travalica la responsabilità individuale per
assumere alte implicazioni sociali: poiché sarebbe di per sé una ingiustizia,
inammissibile in seno alla Chiesa, che un privato non possa pensare di ottenere
giustizia se non a caro prezzo. Da questo rimprovero sono lontani i Tribunali
ecclesiastici -e possono andarne fieri davanti agli uomini e davanti a Dio -,
perché essi sono largamente generosi nel concedere il beneficio dell’assistenza
gratuita; e la Sacra Romana Rota, come Ci avete voluto far conoscere, anche
quest’anno ha trattato con gratuito patrocinio, o con riduzione delle spese
processuali, un numero di cause corrispondenti al quaranta per cento: di questo
Ci rallegriamo vivamente, specialmente con voi, diletti e illustri Signori
Avvocati, che siete abilitati a patrocinare nei Tribunali della Chiesa. Ma un
diverso modo di procedere, voi ne convenite, sarebbe tanto più riprovevole, in
quanto offrirebbe immeritato motivo di critica all’intero operato della Chiesa
medesima.
Diletti figli!
Nell’esprimervi questi pensieri di riconoscimento insieme e di esortazione,
che farete oggetto delle vostre considerazioni, Noi invochiamo su di voi, e sull’attività
del nuovo Anno Giudiziario la costante pienezza della celeste Sapienza. La
grazia del Signore vi accompagni sempre; il perfetto servizio della Chiesa
brilli come ideale modello davanti ai vostri occhi e vi sostenga nelle
immancabili difficoltà; la storia secolare della vostra istituzione vi animi a
sempre più nobile e fruttuoso impiego delle vostre elette doti di ingegno e di
volontà, affinché lo splendore della Sacra Romana Rota sia sempre gloria
luminosa della Sede di Pietro, e testimonianza di Cristo al mondo, nella difesa
della giustizia e nell’applicazione della carità.
E la Nostra Apostolica Benedizione scenda su ciascuno di voi, diletti Prelati
Uditori, Officiali e Avvocati del Tribunale della Sacra Romana Rota, e vi
mantenga nella pace e nella gioia del Signore, affinché la sua giustizia «accumuli sopra di voi un tesoro di consolazione e di gaudio e vi dia un nome
eterno in eredità» (cfr. Eccli. 15, 6).
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