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DISCORSO DI PAOLO VI
AI MEMBRI DELL’ISTITUTO DI CLINICA ODONTOIATRICA DELL'UNIVERSITÀ DI MILANO
Lunedì, 22 marzo 1966
Cari e illustri Signori!
Dobbiamo confessare che non avremmo osato sperare in una visita, quale oggi i
Dirigenti e i Membri dell’Istituto di Clinica Odontoiatrica dell’Università di
Milano, inserita negli Istituti Clinici di Perfezionamento, fanno a Noi, lontani
fisicamente da quasi due anni da quella sempre a Noi carissima Città. I
contatti, da Noi avuti durante il Nostro soggiorno milanese, con codesti
Istituti sono stati, è vero, ogni anno puntuali e ufficiali, cordiali anche ed
amichevoli, motivo per Noi di ammirazione, di riconoscenza e di tanta fiducia;
ma sono stati piuttosto vari ed esteriori; non Ci hanno offerto l’occasione di
crearci qualche speciale benemerenza; non potevamo perciò pretendere da voi,
cari Signori, memoria particolare e tanto meno la fortuna e l’onore di ricevervi
in un’udienza da voi desiderata, così numerosa e così gentile.
Ma aggiungiamo subito: così gradita! È per Noi causa di commozione e di
consolazione ricevere persone e gruppi, che vengono da quella diletta
Arcidiocesi; lo è tanto di più il ricevere un gruppo come il vostro, così
cospicuo e rappresentativo, così fedele nei ricordi e così nobile nella
manifestazione dei suoi sentimenti.
Illustri Signori e Figli carissimi, siate da Noi vivamente ringraziati per
tanta cortesia.
E lasciate che Noi ne interpretiamo il profondo, ma trasparente significato.
Codesta venuta collettiva ed ufficiale sembra infatti a Noi ch’essa significa
l’omaggio non solo delle vostre singole persone, del quale potrebbe essere già
pago e felice l’animo Nostro, ma della vostra professione e della vostra
scienza, anzi delle istituzioni che insieme vi congiungono e insieme servite ed
illustrate. Pare a Noi di accogliervi non soltanto per quelli che siete, ma
altresì per quello che fate, per la scienza che coltivate ed insegnate, per la
professione che voi esercitate: i Nostri occhi quasi si vedono rivestiti dalle
vostre bianche tuniche, nell’atto di dar prova della vostra singolare
preparazione culturale e della vostra non meno singolare bravura terapeutica.
Ebbene Noi così vi riceviamo. Insieme ai vostri egregi amministratori e
collaboratori, Noi vi accogliamo per quello che siete: maestri dell’arte medica.
Noi vogliamo onorare con le vostre persone la vostra attività.
Ed ecco che a questo pensiero cento altri affiorano al Nostro spirito: siete
studiosi, siete professori, siete specialisti. Quale compiacenza per Noi è
questo incontro, come lo sono sempre gli incontri con gli uomini della scuola,
dello studio, della ricerca, della cultura. Vorremmo che questa Nostra
compiacenza confortasse in voi la vostra vocazione scientifica; sappiamo bene
quanto impegno essa esiga, quali rinunce e quale dedizione essa imponga, quali
fatiche, quale silenzio, quali vigilie. E sappiamo anche come rare siano le
soddisfazioni esteriori, come scarsi i riconoscimenti del pubblico, come talora,
senza colpa, limitati i risultati. Ma è cosa grande dedicarsi alla scienza; è
cosa degna di spiriti superiori; è cosa - oh, non contraria! - conforme anzi
all’indole di chi, ammaestrato dalla fede, sa che studiando e cercando viene a
contatto con una realtà penetrata da un pensiero, che non può non essere
riflesso d’una Sorgente trascendente, e beatissima; ed è cosa infine di cui
questo Paese ha sempre grande bisogno, non foss’altro per mantenere il suo nome
al livello delle sue tradizioni culturali e civili.
E siete maestri: la vostra vocazione si fa missione! Rendiamo Noi pure onore
a codesta altissima funzione, non meno scientifica che pedagogica. Lo rendiamo
con la coscienza d’essere Noi stessi maestri, d’altra parola e d’altra dottrina,
quella di Dio e dell’uomo, quella dei destini della vita; e tanta coscienza non
offusca, sì bene illumina in noi il merito di chi si fa maestro di verità
naturali e utili ai fini temporali. Insegnare è sempre atto di grande dignità e
di grande importanza; e se voi avete questa fortuna e questa responsabilità,
siatene fieri, siatene degni; e sappiate, anche nel travaglio presente della
Scuola superiore italiana, consacrare ad essa, consacrare agli Studenti dei
vostri tirocinii, un appassionato interesse, una severa e sincera nobiltà di
sentimento e di servizio.
E infine siete medici: a tale sorte, a tale merito «nullum par elogium».
Assistere, curare, confortare, guarire il dolore umano, assicurare e restituire
all’uomo vita sana ed efficiente, quale altra attività può essere per dignità,
per utilità, per idealità (dopo, ma a fianco di quella sacerdotale), superiore
alla vostra? Quale altro lavoro può più facilmente del vostro, con un semplice
atto interiore di soprannaturale intenzione, diventare carità? cioè salire al
vertice dei valori umani, anzi iscriversi, come appunto la carità che mai non
morirà, fra quelli eterni?
Questo vi diciamo, cari Signori e diletti Figli, per mostrarvi quanto la
vostra presenza Ci riempia di gaudiosi pensieri, quanto apprezziamo la vostra
visita, quanto stimiamo la vostra opera, quanto vi siamo grati del dono del
corredo chirurgico, che voi mettete a Nostra disposizione per un ospedale
missionario, e quanto bene Noi auguriamo al vostro Istituto Odontoiatrico per
primo, agli Istituti di Perfezionamento di cui esso fa parte, e a tutta la
Facoltà di Medicina e all’Alma Mater Ambrosiana. Portate ai vostri ceti il
Nostro affettuoso ricordo. Ai vostri Amministratori e collaboratori, alle buone
Suore, al Personale infermieristico, a tutti i vostri pazienti ed ammalati, il
Nostro benedicente saluto. E voi tutti siate da Noi particolarmente benedetti.
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