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DISCORSO DI PAOLO VI AL CAPITOLO
GENERALE DELLA SOCIETÀ SALESIANA DI SAN GIOVANNI BOSCO
Venerdì,
21 maggio 1965
Cari e venerati Figli della Società Salesiana di San
Giovanni Bosco!
Siate i benvenuti a questo incontro in un’ora grande e
decisiva per la vostra Famiglia religiosa, grande e decisiva per la più larga
famiglia della Chiesa cattolica. Il vostro Capitolo generale, celebrato a Roma
per la prima volta, rinsalda l’inserimento originale e vitale della Società
Salesiana sull’albero della santa Chiesa, ne celebra e ne fa proprio lo
spirito costitutivo di unità e di universalità, e presenta con devozione
filiale il lavoro compiuto, che conta a più di cento i suoi anni, ne descrive
la storia a cominciare da quella mirabile del santo Fondatore per indicarne lo
svolgimento coerente e prodigioso nell’opera dei suoi figli, ne distende i
piani di svolgimento, stupendamente sviluppati nel mondo, e, ciò che più
conta, qua venendo per chiedere conforto di parola e di benedizione, rinnova
il suo cosciente proposito di proseguire fedelmente e generosamente l’ardua,
provvida, evangelica fatica intrapresa. Segna una tappa, fa il punto (come
dicono i naviganti), conclude un periodo e ne inizia un altro la vostra
Società. Diamo avvertenza a questo momento prezioso, a cui si annodano i fili
del passato e da cui si snodano quelli del futuro, affinché la celebrazione
di cotesto Capitolo acquisti tutta la sua importanza negli annali della
Società stessa e tutta la sua fecondità benefica per quelli futuri.
Salutiamo pertanto con affettuosa riverenza il caro Rettore
Maggiore uscente, Don Renato Ziggiotti, col quale Noi stessi avemmo felici
rapporti di amichevole comprensione e di efficace collaborazione, e del quale
seguimmo con ammirazione e con plauso l’opera intelligente, instancabile e
tanto positiva. Don Bosco, pensiamo, può essere contento di lui, come lo sono
stati i confratelli e gli assistiti della Congregazione Salesiana: il Signore
lo benedica!
E salutiamo parimente con venerazione e con beneaugurante
accoglienza il nuovo Rettor Maggiore, Don Luigi Ricceri, allenato alla
attività direttiva del grande Sodalizio da lunghi anni di saggia esperienza e
di amorosa dedizione. A lui i Nostri voti, affinché nel solco dei suoi
degnissimi predecessori, sappia guidare la Società Salesiana sul sentiero
tradizionale, ormai suo proprio, rivolto sempre a quegli ulteriori sviluppi e
a quella sagace aderenza ai bisogni dei tempi, come appunto esige la giovanile
vitalità dei Figli di San Giovanni Bosco. E il voto naturalmente si estende
ai suoi collaboratori, e a quanti nella vasta rete della compagine salesiana
vi hanno funzioni e responsabilità direttive.
Poi salutiamo tutti coloro che hanno partecipato al Capitolo
generale ed in loro tutta la Congregazione, che per numero, per composizione
etnica, per estensione geografica ben possiamo insignire del titolo di
ecumenica! E ritornando alle vostre sedi, venerati e carissimi figli, portate
ai vostri Confratelli ed a tutti coloro a cui si rivolge il vostro ministero
il Nostro saluto e la Nostra Benedizione.
Ma voi ora attendete una Nostra parola consolatrice e orientatrice. Faremo onore
alla vostra intelligenza e alla vostra esperienza limitandola a qualche breve
espressione, anche se le vostre persone e le vostre attività meriterebbero
discorso senza fine. Intelligentibus pauca.
Vi diremo dapprima il Nostro riconoscimento e la Nostra
riconoscenza. Riconoscimento per quello che siete, per quello che fate. La
vostra - o in nome della Chiesa, di cui siete figli elettissimi, e di cui ora
siamo la voce - la Nostra Società Salesiana è grande cosa nella vita
cattolica mondiale. Ancor più che alle statistiche, che si descrivono in
consolantissimi diagrammi ascendenti, guardiamo alla bontà e alla solidità
della vostra Congregazione; guardiamo allo spirito, al fervore, all’abnegazione,
alla fede, alla pietà, che le danno forma e vigore; guardiamo alla missione a
cui si è consacrata, l’educazione della gioventù, con preferenza per i
figli del popolo; guardiamo alla semplicità, alla sapienza, all’efficacia
della vostra pedagogia salesiana; guardiamo alla fiducia, che sapete ottenere
non solo nell’ambito ecclesiastico, ma altresì in quello delle famiglie
amorose della formazione dei loro figliuoli, e in quella della società
civile, che deve riconoscere in voi dei pionieri intelligenti, dei
collaboratori preziosi e disinteressati, degli educatori incomparabili;
guardiamo ai frutti del vostro multiforme lavoro, che sembrano abbondanti non
solo nella quantità, ma nella qualità altresì, se la loro qualità deve
desumersi dalla perseveranza della formazione impartita e dall’affezione,
che i vostri alunni, anche diventati adulti e immersi nel mare della vita
vissuta, conservano per i loro maestri; guardiamo finalmente alla
testimonianza, che l’opera vostra dà alla vitalità del Vangelo ed al cuore
della Chiesa per i bisogni del mondo, di quello giovanile e di quello
lavoratore specialmente, e guardiamo all’opera, all’amore, che da voi sale
a Cristo, nostro Signore.
I Salesiani rappresentano uno dei fatti più notevoli, più benefici, più
esemplari, più promettenti del cattolicesimo nel secolo scorso e nel nostro; e
voglia Iddio che così sia in quelli futuri. È un riconoscimento doveroso, che
esprimeremo in gratitudine al Signore stesso, primo ed eterno operatore della
efficienza del regno di Dio; e che esprimiamo in elogio a voi, bravi operai
della sua vigna, non già per lusingare un’interiore ambizione, che deve
piuttosto cedere il passo alla coscienza dell’umana insufficienza, ovvero per
ripagarvi delle vostre fatiche e dei vostri sacrifici, ché anche il Nostro
elogio sarebbe troppo inadeguata ricompensa; ma per rinfrancarvi, per
assicurarvi che il cammino percorso è stato diritto e benefico e che deve
essere continuato con passo fiducioso e lieto.
Aggiungeremo al riconoscimento una nota cordiale, quella della riconoscenza, e
cioè della risposta affettiva che la Chiesa vi deve, della benevolenza che da
essa vi siete meritata, della sensibilità divina, osiamo dire, che, come
sapete, vibra di compiacenza e di amore per ogni servizio, per ogni atto di
pietà e di carità, prodigato ai piccoli e ai bisognosi di questa terra: «L’avete
fatto a Me». Siamo lietissimi che il Nostro apostolico ministero Ci autorizzi
ad anticiparvi queste auguste parole, che decideranno del vero premio, quello
dell’eterna felicità.
Deriva facilmente da ciò la Nostra seconda parola: coraggio, figli carissimi,
coraggio; continuate e perseverate. Sappiamo bene che non vi manca il coraggio;
ma non vi dispiacerà certamente che anche Noi lo sosteniamo con la Nostra
esortazione. Perseverate con coraggio. Non vi diciamo quali sottili tentazioni e
quali gravi pericoli possono attentare alla vostra buona volontà; ogni opera
umana vi è esposta; talora per le difficoltà inerenti alle proporzioni stesse
ch’essa va assumendo; «magnitudine laborat sua» lasciò scritto lo
storico antico sull’Impero romano (cfr. Livio, Hist. Prodem. ); ma
oggi penseremmo piuttosto al processo immenso di trasformazione, in corso nella
società moderna, non senza forse qualche inquietudine di misteriosa provenienza
spirituale, buona o perversa che sia. «Qui se existimat stare
videat ne cadat» (1 Cor. 10, 12). Vi diremo piuttosto che il
vostro coraggio deve scaturire da una triplice fiducia: fiducia in Dio; non mai
superfluo il ricordarlo a persone come le vostre, che alla vita religiosa
riconoscono il primato non solo di dignità oggettiva, ma di virtù operativa
sia per la propria santificazione, che per l’altrui educazione; e fiducia
diciamo tanto più interiormente fondata quanto più l’opera vostra è
esteriormente lanciata; Ci sembra ravvisare in ciò una nota peculiare del
vostro spirito, semplice, lieto, sereno; fidente appunto in quella divina
assistenza che dà al bene in via di compimento la sua audacia e la sua
costanza. Non indugiamo: voi conoscete molto bene questa psicologia; voi la
vivete. Poi fiducia nelle finalità, a cui la vostra Società è consacrata:
potrebbero essere più nobili, più moderne, più urgenti, più conformi al
programma apostolico della Chiesa, oggi? Avete scelto bene. La Chiesa ve ne
conferma la certezza ed il merito. E finalmente fiducia anche nelle forme, che
dànno alla vostra attività i suoi caratteri particolari. Qui il discorso si fa
vigilante, per quel tale invito all’«aggiornamento», che la Chiesa sta
predicando ed applicando. Occorrerà distinguere le forme essenziali, da quelle
interiori, animatrici del vostro sistema pedagogico e della vostra arte di
educatori, da quelle esteriori, di per sé suscettibili di perfezionamento e di
diverso esperimento; le forme valide sempre da quelle che le mutate condizioni
dei tempi rendessero stanche o inefficaci. Gli sviluppi della scuola moderna,
della qualificazione professionale, della cultura e dei suoi mezzi didattici,
come i cambiamenti della vita sociale reclamano senz’altro queste distinzioni
e queste nuove scelte, già in atto del resto nel campo della vostra pedagogia
pratica, la quale però ritrova sempre nel suo nucleo primitivo di conoscenza e
di amore della gioventù la sua più vitale radice.
Tutte cose che voi conoscete benissimo, e che Ci autorizzano a rinnovarvi il
Nostro voto di fiducia e di coraggio. Possiamo perciò concludere queste modeste
osservazioni con un’ultima raccomandazione, anche questa degna di voi; e
cioè: progredire! È la raccomandazione che ogni maestro di scuola fa ai suoi
alunni, e che ogni maestro di spirito fa ai discepoli della perfezione
cristiana. Noi la ripeteremo con riferimento al grande sforzo che la Chiesa sta
compiendo mediante il Concilio ecumenico; è uno sforzo verso la sempre migliore
fedeltà agli insegnamenti del divino Maestro, è uno sforzo verso il
rinvigorimento del suo spirito e delle sue forme, è uno sforzo verso l’autenticità
e la santità della vita cristiana, è uno sforzo verso una maggiore
comprensione della storia della salvezza e una più fraterna ed apostolica
capacità di avvicinare l’uomo moderno, i suoi problemi, le sue debolezze, le
sue risorse, le sue aspirazioni. Chi interpretasse il Concilio come un
rilassamento degli impegni interiori della Chiesa verso la sua fede, la sua
tradizione, la sua ascetica, la sua carità, il suo spirito di sacrificio e la
sua adesione alla parola e alla Croce di Cristo, e come un’indulgente
acquiescenza alla fragile e volubile mentalità relativista del mondo senza
principii e senza fini trascendenti, come un cristianesimo più comodo e meno
esigente, sbaglierebbe! Il Concilio tende, sì, a più saggia disciplina e a
più moderna maniera per la Chiesa di venire a contatto con l’anima umana e
con la società odierna, ma non a scapito, sì bene a conforto della sua intima
fedeltà a Cristo e della sua generosa testimonianza! Per questo dicevamo che
questa ora è grande e decisiva anche per la Chiesa, e che questo incontro
acquista anche per voi particolare significato. E siamo lieti di sapere che il
vostro Capitolo generale questo ha compreso e che s’è proposto di trarre
dagli insegnamenti del Concilio, dalle due Costituzioni specialmente sulla
Liturgia e sulla Chiesa, vitali precetti per il progresso spirituale e pratico
della Società Salesiana di San Giovanni Bosco.
Molto bene. Questo meditate, questo fate; e siate sicuri che con la Nostra è
con voi la Benedizione di Dio.
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