The Holy See
back up
Search
riga

DISCORSO DI PAOLO VI
AI LAVORATORI DELLA SOCIETÀ «ELETTROCONDUTTURE»

Sabato, 19 giugno 1965

 

La vostra presenza Ci procura una gioia sincera, diletti figli, e ve ne siamo grati. Avete infatti voluto ricordare l’incontro del dicembre del 1959, quando venimmo a benedire i magnifici, moderni locali del nuovo Stabilimento di Via Valtorta della vostra Società «Elettrocondutture». Anche Noi ricordiamo quella lietissima circostanza con immutato compiacimento, che conserviamo vivo in cuore, come avviene per tutte le opere e istituzioni della diletta Milano, che avemmo occasione di visitare negli anni del Nostro pastorale ministero, intrattenendo fecondi colloqui con le forti, robuste, generose rappresentanze del mondo del lavoro.

E ora siete venuti voi, come a restituire quella visita al vostro amato Padre e Pastore, che la più vasta e tremenda responsabilità del governo di tutta la Chiesa non rende meno sensibile alle attenzioni di delicata reverenza dei figli e diocesani di un tempo, reputandoli tuttora figli carissimi, amati di un affetto, che il nuovo ufficio apostolico rende più intenso e commosso.

Vi salutiamo pertanto con tutta benevolenza. La felice occasione di questa familiare e spontanea udienza Ci offre l’opportunità di rivolgere una parola di lode sentita al benemerito fondatore della Società l’ingegner Giovanni Calì, qui presente, che col suo talento e il suo impegno ha fatto di essa un’azienda modello, molto specializzata e moderna. Il Nostro compiacimento va altresì a voi, Dirigenti e Maestranze, alla cui intelligente, fattiva, consapevole collaborazione è dovuta la lusinghiera, crescente affermazione della Società «Elettrocondutture», nel suo breve e fecondo cammino. Estendiamo il Nostro saluto alle vostre dilette famiglie, ai vostri figli specialmente, su tutti invocando ogni desiderato dono del Cielo.

Sappiate che il Papa vi segue nel vostro lavoro quotidiano, condivide le vostre aspirazioni, conforta le vostre interiori disposizioni. Vorremmo che la Nostra voce giungesse, con voi, a tutti i lavoratori dell’industria, per attestare loro la assidua sollecitudine della Chiesa a favore della loro continua elevazione professionale, religiosa e morale. Siamo consapevoli del pericolo di fondo, a cui sono esposti i bravissimi artefici del lavoro umano: la tentazione di sentirsi autosufficienti per il dominio che essi operano sulla materia, senza avvertire che in tal modo è la materia a umiliare lo spirito, imprigionandolo in una visuale ristretta, limitata alla esperienza sensibile e sperimentale, e privandolo della possibilità di veramente dominare, con l’affermazione della propria superiore dignità spirituale: dignità di uomini, creati a immagine e somiglianza di Dio, redenti da Cristo, resi tutti fratelli nella Chiesa, chiamati a imprimere l’orma della loro anima immortale nel regno opaco e inerte delle pur meravigliose realtà materiali. Ecco dunque - e Noi siamo certi che questo è diventato per voi legge di vita - il dovere di dare un’anima al proprio lavoro, di sentire la grandezza della propria vocazione di lavoratori: che sanno cioè di essere collaboratori di Dio nell’impiegare e sottomettere le energie e gli elementi della sua creazione; che sanno offrire a Cristo il peso, inerente alla quotidiana fatica, per trasfigurarlo e impreziosirlo a contatto col suo Sacrificio Redentore; che vogliono vedere nelle opere delle proprie mani un pegno di solidarietà offerto ai fratelli, un aiuto gioioso e costruttivo per il progresso sociale, della intera famiglia umana. In una parola, è il dovere di dare al lavoro il suo grande complemento, che è la religione, come abbiamo detto parlando di un giovane lavoratore, chiamato alla gloria degli Altari, Nunzio Sulprizio: «È la religione, che dà la luce, cioè le ragioni supreme della vita, e che determina perciò la scala dei veri valori della vita stessa; è la religione che dà il respiro, cioè l’interiorità, la purificazione, la nobiltà, il conforto alla fatica fisica e all’attività professionale; è la religione, che umanizza la tecnica, l’economia, la socialità; è la religione, che fa grandi e buoni e giusti e liberi e santi gli uomini laboriosi» (Allocuzione del 1° dicembre 1963; Insegnamenti di Paolo VI, I, p. 364).

È l’augurio che oggi vi rivolgiamo, diletti figli, avvalorato dalla preghiera per ciascuno di voi, e per i vostri cari lontani. Ne sia pegno e testimonianza la Nostra Apostolica Benedizione, che vi accompagna nel quotidiano lavoro, auspicandovi di sempre trovare in esso fonte di degne soddisfazioni, motivo di spirituale letizia, strumento di operosa solidarietà.

                                                     

top