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DISCORSO DI PAOLO VI
ALLA FEDERAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI
DEL CLERO ITALIANO


Mercoledì, 30 giugno 1965

           

Siamo particolarmente lieti di rivolgere il Nostro beneaugurante saluto ai numerosi sacerdoti, partecipanti al Convegno della Federazione Nazionale del Clero Italiano. Lieti di avere qui con Noi dei sacerdoti, che si donano in costante fedeltà alla loro vocazione apostolica, per la gloria del Regno di Dio e la salvezza delle anime; lieti poi di accogliere sacerdoti, i quali si dedicano agli assillanti problemi della solidarietà fra il clero, e dell’assistenza fraterna per le varie necessità spirituali, sociali, economiche e intellettuali dei loro confratelli.

Riconosciamo le benemerenze della Federazione, da essa acquistate nei lunghi anni della sua attività, da quando, nel 1917, il Nostro Predecessore Benedetto XV dava il suo consenso all’istituzione dell’opera. Essa corrispondeva a una sentita necessità spirituale prima che sociale, a un dovere di gratitudine prima che di giustizia verso i sacerdoti in cura d’anime, per assicurare ad essi un sostentamento almeno sufficiente all’esercizio dell’alta loro missione, un sostegno nella solitudine e talora nell’incomprensione, e un tramonto sereno, sgombro dalle nubi della fame e della desolazione.

Il nome di Monsignor Nazareno Orlandi deve essere qui ricordato, come quello del Sacerdote intraprendente e zelante, che per primo a Siena, e da Siena in altre Diocesi d’Italia, diede inizio alla Federazione fra le associazioni del Clero, nel novembre del 1916, avviando poi varie altre istituzioni, come la Cooperativa del Clero, ch’ebbe origine a Roma nel 1920, le Case del Clero, il Sanatorio per il Clero, ecc. Prese così consistenza la soluzione, non ancora, per verità, del tutto concreta, d’una delle questioni permanenti della vita ecclesiastica, quella di provvedere ai bisogni economici, in modo giuridico, organico, uniforme, sicuro, dei «ministri di culto», di quelli specialmente a cui il patrimonio ecclesiastico, superstite da tante vicissitudini, non basta ad assicurare un pane sufficiente.

E pertanto una vera missione quella che la FACI ha svolto in questi quasi cinquant’anni di vita: missione degna di aperto e grato incoraggiamento. Come infatti non riconoscere necessaria e urgente, ed insieme giusta e doverosa, la promozione d’un’equa ed efficace assistenza ai sacerdoti? Non si possono ignorare, né si può rimanere insensibili di fronte ai disagi che, non infrequentemente, gravano sui nostri sacerdoti dilettissimi dopo una vita dimentica di sé, e tutta spesa per il bene degli altri. Basti accennare ai gravi problemi di un efficiente sistema assistenziale in caso di malattia, che risponda alle esigenze particolari e delicate della vita sacerdotale, e che si auspica sia portato al più presto a una soddisfacente realizzazione; basti pensare a quelli del quotidiano sostentamento, che per molti sacerdoti anziani, isolati, senza risorse, diventano di sempre maggior gravità. Così si dica di quanto concerne l’istituto stesso di beneficio ecclesiastico, che sembra reclamare oggi un radicale riordinamento.

La vostra Federazione, nell’indicare sia alle singole diocesi, sia ai competenti organi dello Stato questi e altri bisogni, ne studia i rimedi, ne propone le soluzioni, ne cerca l’opportuna composizione. Non è qui il luogo di scendere a precise indicazioni, tanto più che sappiamo come ad esse attendano tutte le vostre cure, e gli sforzi dei vostri specialisti: sappiate che il Papa vi incoraggia paternamente a quest’opera così provvida e necessaria, promettendovi il suo appoggio, il suo aiuto, la sua solidarietà.

Noi vorremmo poter ripetere ai nostri Sacerdoti la domanda che Gesù pose ai suoi discepoli durante l’ultima Cena: «Quando misi vos sine sacculo et pera, et calceamentis, numquid aliquid defuit vobis? At illi dixerunt: nihil» (Luc. 22 , 35 ). Perché ben comprendiamo come la vocazione sacerdotale oggi si pronuncia, per fortuna; con totale oblio dei vantaggi economici, e anche sociali, che in tempi passati erano abbinati all’ordinazione clericale; la Chiesa chiama anime generose al suo servizio, e nulla può promettere nel campo dei beni temporali, che possa non solo reggere al confronto della più modesta professione profana, ma spesso che possa bastare alla vita più semplice: et quidem individuale, poiché fra le grandi rinunce, a cui il cuore forte del prete deve acconsentire, vi è quella massima d’una famiglia propria: povertà e celibato spogliano veramente il Clero d’ogni cosa temporale, d’ogni vincolo terreno, per farlo libero e schiavo per l’unico e sommo e straripante amore di Cristo. Ebbene, Noi vorremmo che i nostri Sacerdoti avessero ad apprezzare questa paradossale ed eroica posizione, a cui la Chiesa li invita ed a cui la sua legge li obbliga. Voi capite tutto: la storia presente della Chiesa ci riporta a questa originaria spoliazione - reliquimus omnia - (Matth. 19, 27), imposta ai seguaci, futuri apostoli, del divino Maestro. Il mistero della Povertà, che Lo rivestì del suo umile mantello, ritorna imperioso davanti a coloro, che ora accettano di seguire la voce di Lui, e si fa di nuovo precetto, costume, stile, poesia della vita ecclesiastica. Figli e Fratelli carissimi, non deludiamo i disegni della Provvidenza, che ci riconducono al distacco, alla sobrietà, alla semplicità del vero discepolo di Cristo; accettiamo coraggiosamente e fiduciosamente la beatitudine dei Poveri di spirito, a cui è promesso il regno dei cieli, ed a cui - come a noi! - è dato il sublime mandato d’essere profeti annunciatori del Vangelo.

Non andiamo in cerca di surrogati, che ci restituiscano quella ricchezza a cui abbiamo rinunziato; non cerchiamo di ricuperare per puro comodo nostro, o per nostra rinascente ambizione quel lauto e appariscente benessere, di cui non hanno più bisogno la dignità e l’autorità del nostro ministero, e da cui piuttosto gli è tolto credito non solo presso i nostri fedeli, ma presso altresì i cultori della ricchezza mondana; ed anche la indispensabile ricerca dei mezzi per le nostre opere (e chi non sa quanto ne abbiamo bisogno! e quanto mortifichi la nostra carità e il nostro apostolato la loro deficienza!), anche questa umile e saggia ricerca non la facciamo fine del nostro programma pastorale; non misuriamo il valore della nostra opera sacerdotale dal valore dei mezzi economici trovati e impiegati; e non pensiamo mai che sia per noi prudente saggezza l’avaro risparmio, o il riposo senile su qualche fondo personale di riserva. Vorremmo che lo spirito di povertà ci difendesse dalle facili tentazioni della prosperità economica o dell’attività affaristica, e conservasse pura, libera ed energica la nostra capacità di annunciare al mondo idolatra del denaro e del piacere il messaggio liberatore e santificante del Vangelo.

Ma questa non è imprudenza? non è violazione delle leggi economiche, che hanno pure tanta e inderogabile importanza nel quadro ordinato della vita presente? non riconosce il Signore che «di tutte queste cose temporali ed economiche abbiamo pure bisogno?» (cfr. Matth. 6, 32) o si deve vivere chiedendo alla Provvidenza miracoli che non sono nel suo ordinario disegno? Ecco la risposta: l’assistenza promossa dalla vostra Federazione - assistenza, che risponde perfettamente al concetto moderno di sicurezza sociale, e che si deve integrare appunto nei sistemi della pubblica economia, che garantiscono al cittadino laborioso e onesto quanto gli può essere necessario per vivere sobriamente e serenamente in ogni avversa contingenza - soccorre a tali bisogni, assicura un pane onorato e sufficiente, libera dalle cure affannose dell’economia temporale, purifica il cuore da risorgenti avidità di superfluo risparmio e di pericolosa ricchezza, e infonde nell’operaio dello spirito la tranquillità nel suo disinteressato lavoro; e fa suo il soddisfacente rilievo evangelico: non ci è mai mancato nulla! Questo, se si avvera, come auguriamo, è il migliore encomio che si possa fare alla vostra FACI.

Ma oltre all’assistenza al Clero, la Federazione dedica le sue più assidue sollecitudini a un’opera, che amiamo considerare fondamentale e specifica, perché nucleo intimo e profondo di tutte le altre attività esteriori, di natura sociale e assistenziale: ed è il promuovere tra i sacerdoti d’Italia una unione sempre più stretta, comprensiva, veramente sacerdotale. È cosa riconosciuta, purtroppo, che uno dei pericoli più gravi, a cui è esposto il clero in generale, e specialmente quello in cura d’anime, può essere l’isolamento, la solitudine, la perdita dei contatti con i confratelli e talora anche con la stessa popolazione. Di fronte a questa dolorosa eventualità, la FACI alimenta nel clero il programma, il bisogno, diremmo la coscienza dell’unione, non certo di carattere sindacale. e organizzativo, ma fraterna e operante di tutti i sacerdoti tra di loro, allo scopo di «servare unitatem spiritus in vinculo pacis» (Eph. 4, 3), affinché nella diocesi intera si stabilisca sempre più profondamente un genuino spirito di comunione e di famiglia, incentrato nell’amore reciproco e nel rispetto affettuoso per il Vescovo, padre e pastore di tutte le anime, e prima di tutto dei suoi sacerdoti. Sono i sacerdoti infatti, per mandato del Vescovo, i quali - come dice la Costituzione dogmatica Conciliare De Ecclesia - «esercitando, secondo la loro parte di autorità, l’ufficio di Cristo Pastore e Capo, raccolgono la famiglia di Dio, quale insieme di fratelli animati da un solo spirito, e per mezzo di Cristo nello spirito li portano al Padre . . . A ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nel lavoro apostolico, i sacerdoti riconoscano nel Vescovo il loro padre e gli obbediscano con rispettoso amore. Il Vescovo, poi, consideri i sacerdoti suoi cooperatori come figli e amici, come Cristo che chiama i suoi discepoli non servi ma amici» (n. 28).

Su questa pagina non potremmo trovar meglio descritti i rapporti tra i sacerdoti e il Vescovo, di cui la vostra Federazione si prende tanto a cuore la perfetta efficienza: sia i rapporti, diciamo così, attivi, per la volonterosa collaborazione portata in franca umiltà e filiale prontezza al proprio Vescovo, nell’esercizio partecipato della sua missione apostolica; sia quelli passivi di rispetto disinteressato, di obbedienza devota, di leale sottomissione, di ordinata disciplina, cui si renda onore alla sua paterna autorità di servizio in mezzo alla diocesi.

Diletti Figli.

Continuate con fermezza e fiducia, pur in mezzo alle immancabili difficoltà, a compiere la vostra opera così benemerita, a favore dei Nostri carissimi sacerdoti d’Italia; il Papa è con voi, e vi esorta con le parole dell’Apostolo: «del resto, fratelli, state lieti, mirate alla perfezione, consolatevi, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace, e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi» (2 Cor. 13, 11).

La Nostra particolare Benedizione Apostolica conferma questi voti fervidissimi, e vi invoca le continue effusioni della divina benevolenza.

                   

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