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DISCORSO DI PAOLO VI
AGLI ARTISTI DEL «CENTRO TEATRALE ITALIANO»


Venerdì, 16 luglio 1965

               

Illustri Signori,

Apprezziamo moltissimo i sentimenti che hanno ispirato questa vostra visita, e non dissimuliamo la soddisfazione paterna che Ci procura questo incontro con gli organizzatori e gli artisti del Centro Teatrale Italiano, convenuti in Roma per la rappresentazione del mistero medievale «La leggenda di Ognuno»: rappresentazione che quest’anno è stata inserita nel quadro delle manifestazioni artistiche della stagione estiva di prosa.

Dalla documentazione che avete voluto mandarci circa la vostra attività, abbiamo appreso con vivo compiacimento che l’iniziativa di allestire questo spettacolo sacro è stata accompagnata dal desiderio di porgere a Noi un omaggio devoto e filiale. Questa testimonianza di fede vi fa onore, diletti figli, e ve ne esprimiamo il ringraziamento più sincero; come pure ringraziamo di cuore gli organi nazionali e provinciali che presiedono al Turismo; i quali col loro appoggio pronto e generoso hanno agevolato la realizzazione di questo vostro progetto. Esso non solo accresce l’interesse e il prestigio delle manifestazioni artistiche in corso, ma altresì il merito di apportarvi la nota religiosa che tanto si addice al carattere sacro dell’Urbe.

Ma dobbiamo poi confidarvi che la vostra visita mette nel Nostro spirito una grande inquietudine: quella delle questioni attinenti alla vostra professione di artisti dello spettacolo; questioni sulle quali avremmo tante domande da rivolgere a voi, che vi siete immersi e ne sperimentate certamente la complessità, l’interesse, e infine la responsabilità; e questioni, sulle quali Ci sembra che avremmo Noi stessi non poche cose da dire, le quali riguardano non soltanto lo studio e la valutazione, che anche Noi non possiamo trascurare dinanzi all’ampiezza e all’importanza, che lo spettacolo viene ogni giorno di più assumendo nèlla cultura e nella vita del nostro tempo, ma premono, con pesante gravità e con interesse vivissimo, sulla coscienza del Nostro ministero religioso e morale, come quelle che appunto investono con particolare potenza e con immensa estensione il mondo delle anime, il campo del pensiero e del costume dell’uomo, in una parola, in modo così penetrante ed efficiente da non consentirci ne indifferenza, né tranquillità, né, sempre purtroppo, come vorremmo, pacifica adesione.

Il rapporto, che esiste e che ora cresce di forza e di complessità, fra l’arte dello spettacolo e la vostra in particolare, quella teatrale, e la vita moderna, acquista un’importanza grandissima anche per noi, Pastori di anime e Maestri di spirito; e risolleva antiche controversie, che sembrano intralciare una risposta univoca alle questioni medesime e alla definizione del rapporto fra la vostra arte e il relativo atteggiamento della Chiesa.

Perciò dovremmo aver tempo ben più esteso di quello che Ci è ora concesso per discutere di questo tema dello spettacolo, giudicato dal nostro punto di vista prospettico, quello della vita dell’uomo, considerata nella sua più completa integrità e nella suprema finalità. No, non parleremo ora come vorremmo, come dovremmo.

Solo Ci chiediamo: Siamo noi vostri critici e vostri avversari? o siamo vostri amici e vostri ammiratori? La storia dei rapporti fra Chiesa e teatro è molto varia, perché molto varie sono state le forme con cui lo spettacolo è venuto alla ribalta della vita.

Ma un’affermazione possiamo fare in ogni modo: la Chiesa sa e riconosce l’importanza, l’efficacia, la potenza dello spettacolo; il che vuol dire che essa ne auspica la bellezza, la dignità, la missione, la gloria.

Perciò vi diciamo soltanto, nonostante falsi pregiudizi abbastanza diffusi, che la Chiesa ha molta stima della vostra arte ed apprezza la nobiltà della vostra professione. Giacché l’arte, la vera arte, in ogni sua espressione, ha il compito, come egregiamente dichiarava il Nostro Predecessore Pio XII, «di innalzare, mediante la vivezza della rappresentazione estetica, lo spirito ad un ideale intellettuale e morale, che oltrepassa la capacità dei sensi e il campo della materia, fino ad elevarlo verso Dio, Bene supremo e assoluta Bellezza, da cui ogni bene ed ogni bellezza deriva» (Discorso agli Autori e Attori drammatici, 26 agosto 1945).

E non dipende forse da questa stima grande che la Chiesa ha della efficacia e della nobiltà della vostra arte, se proprio all’ombra delle Cattedrali nacque e si sviluppò il teatro nell’era cristiana?

In realtà la Chiesa si rende ben conto della potenza con cui voi potete influire sull’animo degli spettatori, agendo con i vostri mezzi espressivi così direttamente sui loro sensi, sulla loro immaginazione e sulla loro impressionabilità. Guardando tuttavia al pubblico che avete davanti a voi, essa non vede una massa anonima di persone senza volto, bensì altrettanti uomini vivi, figli di Dio e fratelli in Cristo: in esso vi è la gioventù generosa ma ancora inesperta; vi sono i padri e le madri di famiglia, che attendono da voi uno svago onesto e uno stimolo spirituale; c’è il nostro popolo che è ancora fondamentalmente sano e buono, e che voi siete in grado di educare al buon gusto, all’onestà dei sentimenti, all’amore del vero e del bello. Oh, quale responsabilità, ma al tempo stesso quale alta missione la vostra, se saprete utilizzare il vostro influsso sugli spettatori per educare, formare ed elevare le loro anime! Ed allora comprenderete con quale trepidazione la Chiesa guardi a voi. Che se talvolta è obbligata ad alzare la sua voce severa nei riguardi di certi spettacoli, ciò non fa per mancanza di fiducia, ma per deplorare coloro che, venendo meno ai loro particolari doveri, mettono l’ingegno e l’arte a servizio dell’errore, della empietà, del guadagno ignobile e del malcostume. Si tratta infatti del bene delle anime, come dicevamo. E ciò torna anche a salvaguardia della nobiltà della vostra professione, giacché se le vostre rappresentazioni dovessero in qualche modo offendere il prezioso santuario di un’anima, ben meschino sarebbe ogni altro merito, ogni titolo di lode o di successo, perché fondato su compromessi, che sono in contraddizione con i postulati della coscienza onesta e dell’eccellenza artistica.

Questi richiami alla elevatezza dei vostri compiti e al vostro senso di responsabilità, Ci appaiono quanto mai urgenti ed opportuni in questo momento, giacché falsi principii ispirati ad una cultura senza speranza superiore minacciano di far decadere la vostra arte dalla sua sublime missione. Sappiamo bene infatti quanto sia impopolare ormai in tanti ambienti il richiamo alle superiori esigenze dell’ordine morale, allorché sono in discussione gli aspetti artistici di uno spettacolo. Sappiamo come tanti produttori, artisti, critici teatrali si facciano un vanto di affrancarsi dalle norme della morale comune. E sappiamo anche come, purtroppo, tanta parte della produzione teatrale sia offuscata dalla esibizione di scene invereconde, dalla concezione negativa dei valori, che dobbiamo ritenere fondamentali e sacri, perché reggono la vera vita dell’uomo, la sua dignità, la sua bontà, la sua destinazione naturale e soprannaturale.

È vero invece che l’esigenza morale non può mai essere dimenticata o negletta in una attività come la vostra; tanto più che essa, se vuol tener fede ai suoi compiti più nobili e sublimi, oltre che offrire al pubblico uno spettacolo spiritualmente positivo e sanamente ricreativo, farà ogni sforzo per far servire la rappresentazione come strumento educativo e formativo dello spirito. Cosicché l’introduzione dei criteri morali nel campo dell’arte rappresentativa non sarà mai una catena molesta, che mortifica e impoverisce l’arte stessa, privandola di ispirazione e di grandi motivi estetici, ma sarà sostegno sicuro perché essa si innalzi a più alte espressioni. Del resto la vostra stessa iniziativa sta a dimostrare che una concezione religiosa e morale della vita può offrire ispirazione a drammi di incomparabile potenza e bellezza.

Ed ora, Signori, in una circostanza così bella e così confidente come questa, concedeteci di formulare per voi l’augurio che sale dal Nostro cuore, e che è a questo riguardo l’espressione dei Nostri ansiosi pensieri, della Nostra profonda sollecitudine e delle Nostre ardenti speranze: mantenetevi sempre all’altezza della vostra arte e della vostra nobilissima missione. Non cedete mai ai gusti malsani d’una moda decadente, alla tentazione di guadagni che la coscienza riprova, agli incentivi della vanagloria o del facile successo; siate sempre a servizio nobile e cosciente dell’uomo, che ha continuamente bisogno di essere aiutato ed istruito a ben pensare, a ben sentire e a ben vivere. Stimolando così il vostro prossimo ad amare «tutto ciò che vi è di vero, di puro, di giusto, di santo, di amabile» (Phil. 4, 8), voi avrete contribuito all’opera della pace, e il «Dio della pace sarà con voi» (ibid.).

Accogliete questo Nostro augurio e queste Nostre rispettose espressioni, oltre che come attestato della Nostra riconoscenza, come segno altresì del Nostro apprezzamento per la vostra attività e del Nostro incoraggiamento a lavorare nel senso indicato.

E con questi sentimenti e voti ricevete tutti, in auspicio dei celesti favori, la Nostra Apostolica Benedizione.

                                                             

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