DISCORSO DI PAOLO VI
AI
PARTECIPANTI AL XXVIII CONGRESSO NAZIONALE
DEI LAUREATI DI AZIONE CATTOLICA
Martedì, 4 gennaio 1966
Cari Amici d’un tempo!
E tutti carissimi Figli antichi e
nuovi!
Accogliamo molto volentieri la vostra visita annuale. Essa scandisce
un ritmo di vita del vostro movimento, ritmo che si definisce perseveranza, si
qualifica fedeltà; e per chi conosce, come Noi crediamo di conoscere, quali
propositi, quali fatiche comporti imprimere ad un movimento così vario, così
sparso, così complesso e così esigente, come codesto, un ritmo regolare e
costante di operosità, è grande consolazione rilevare codesto primo risultato,
quello della durata, con interna coerenza ai propri statuti, con esterna versatilità ai bisogni e alle circostanze della fluttuante vita moderna, e con
ininterrotta fecondità di pensieri e di opere. Consolazione per Noi; merito per
voi, che volentieri riconosciamo, mentre ne traiamo presagio ed augurio di nuova
e durevole attività.
Siamo anche lieti di vedervi sempre egualmente uniti e
fervorosi, e sempre più numerosi e diversi per età, per provenienza, per
professione, per competenza: segno davvero che il movimento ha virtù di
attrarre e di fondere animi e programmi in uno stile di pensiero e di vita, che
Ci sembra una splendida caratteristica del Laicato cattolico italiano che voi
rappresentate, e una magnifica promessa dei suoi futuri sviluppi e dei suoi
successivi risultati. Anche di questo diamo lode a tutti voi: a chi accetta con
fiducia e con impegno la formula ideale ed organizzativa del movimento; a chi vi
porta il suffragio del proprio nome e della propria posizione professionale e
sociale; a chi, in particolar modo, fino a ieri ha sostenuto e diretto le sorti
del Movimento, e a chi oggi, con tanta saggezza e con tanto cuore, le sostiene e
le dirige; diciamo al chiarissimo vostro Presidente, il Prof. Gabrio Lombardi: a
tutti la Nostra compiacenza e il Nostro incoraggiamento. Un saluto e un ricordo
speciale vogliamo avere per il vostro Assistente Ecclesiastico, Monsignor Emilio
Guano, assente per malattia; vada col vostro il Nostro augurio di felice
guarigione.
Un altro rilievo positivo dobbiamo fare circa la scelta del tema
centrale del vostro presente Congresso; scelta che pone l’interesse della
vostra riflessione oggi, e della vostra attività domani, sopra problemi attuali
ed interni della vita della Chiesa, attinenti alla conversazione, ai rapporti
spirituali ed operativi dei membri della Chiesa stessa fra loro. È chiaro come
tale tema acquisti grande importanza, dopo che discussioni di vario genere hanno
tanto agitato le questioni dei diritti propri della personalità del singolo
fedele e della sua posizione nel contesto della comunità ecclesiastica, e dopo
che il Concilio ha precisato il diritto costituzionale delle persone, degli
organi, delle categorie della Chiesa su molti punti di fondamentale importanza.
«Il dialogo all’interno della Chiesa cattolica», questo il vostro tema, e
ben sappiamo con quale animo e con quanta penetrazione di fatti e di dottrine
voi lo avete presentato e trattato; ne avrete per un pezzo, perché il campo che
vi proponete di coltivare è molto vasto e molto fecondo; e se il vostro studio
riuscirà a precisare non solo gli aspetti canonici della materia, ma altresì i
suoi fondamenti teologici ed i suoi riferimenti spirituali e soprattutto le sue
applicazioni pratiche, esso avrà contribuito a definire in più chiaro profilo
la figura del cattolico, a perfezionare la sua educazione, quale oggi la Chiesa
concepisce e promuove, e a confortare la sua professione di cristiano cosciente
ed operante sia nell’ambito della società ecclesiale, che di quella civile.
Non Ci chiedete ora di entrare in argomento; vi basti ciò che tanto bene, per
quanto è a Nostra notizia, vi è stato esposto nel vostro Congresso; a Noi
lasciate la libertà di qualche chiosa marginale, come quella di chi assiste,
commenta ed ammira, piuttosto che di chi insegna. In amichevole confidenza.
Vi
diremo innanzi tutto una Nostra osservazione preventiva. Ci piace che voi
cerchiate nel campo della vostra cultura cattolica e della vostra vita cristiana
l’oggetto del vostro studio. Troppo spesso chi vuol fare della cultura prende
in esame temi, studi, esperienze, pensieri altrui; non pare a taluni di apparire
abbastanza colti e provveduti, se non si mettono alla scuola di maestri più o
meno estranei alla cultura di casa nostra; la novità, l’originalità, la
formula dinamica e risolutiva dei problemi bisogna prenderle a prestito in casa
d’altri; in casa propria tutto sembra statico, povero, consumato. Da
ricercatori così si diventa discepoli, e poi seguaci, e poi ripetitori di
altrui teorie, con grande sforzo per farle apparire sane ed assimilabili. Voi
no. Non diciamo affatto che bisogna circoscrivere il proprio interesse culturale
al catechismo domestico, e chiudere le finestre sulle sconfinate e spesso assai
istruttive teorie di chi è fuori di casa nostra; anzi - seguendo un altro filo
di pensiero - possiamo dire che nessuna cosa ci è estranea, nessuna dottrina ci
lascia indifferenti: «Spiritualis iudicat omnia» (2 Cor. 2, l5), «omnia vestra sunt» (1 Cor. 3, 22). Ma ora diciamo che voi date saggio di
intelligenza cercando nella sfera dei problemi e degli insegnamenti della vita cattolica i temi del vostro interesse; cercate nel
patrimonio di casa nostra, messo in magnifica evidenza dal Concilio, ricchezze
vive ed immense di pensiero, di studio e di vita.
Il Concilio - ed ecco un’altra
semplice osservazione - ha due meriti a questo proposito: il primo d’aver
offerto alla rinnovata meditazione della Chiesa e all’attenzione stessa del
mondo profano una meravigliosa abbondanza di dottrina, quasi una «summa» di
verità non soltanto religiose, ma umane, culturali, sociali; vive, in una
parola; chi avrà la pazienza, anzi il talento, di leggere il volume di
insegnamenti, il «tomo», secondo l’antico linguaggio sinodale, del
Concilio Ecumenico Vaticano secondo, non potrà sottrarsi alla duplice
sensazione di ampiezza e di bellezza, ch’esso offre all’intelligenza e alla
spiritualità dell’uomo contemporaneo; fate questa prova, e vedrete. Il
secondo merito del Concilio, a questo riguardo, è quello d’invitare tutti i
Fedeli, i Laici intenzionalmente, ad appropriarsi tali tesori di sapienza
cattolica.
Questo invito dovrebbe essere documentato; e lo sarebbe facilmente,
perché traspare da molte pagine dei decreti conciliari; tanto che alcune
domande sorgono spontanee nello spirito di chi vi riscontra ad ogni passo l’offerta
della Chiesa dei suoi tesori dottrinali. Una prima domanda può essere questa:
che cosa vuole Ia Chiesa del Concilio dai Laici colti? E un’altra: quale può
essere lo sviluppo del pensiero cattolico dopo il Concilio?
L’affermazione
ricorrente della dignità del cristiano in quanto tale, l’ammonimento
continuo, quasi una pedagogia, che attraverso tutto il grande discorso
conciliare, della partecipazione d’ogni fedele alle attività spirituali e
apostoliche del Corpo mistico, e della conseguente corresponsabilità che tutto
il Popolo di Dio condivide con chi ne ha specifico mandato, circa l’apostolato
cristiano, detto officium et ius d’ogni fedele cosciente del suo essere e
della sua vocazione, e poi l’intimazione alla coerenza, alla simbiosi della
vita spirituale con quella profana, e finalmente, tanto per concludere, il
riconoscimento della missione dei Laici, chiamati «sapientiae christianae
administri» (De Laicis, 14), ed altri spunti che si possono facilmente, non
diciamo spigolare, ma mietere nei testi conciliari, Ci suggeriranno la risposta alla prima domanda: che cosa vuole la Chiesa? Ecco l’inizio
del dialogo interno. E la risposta: la Chiesa vuole moltissimo! Vuole che il
Laico sia sveglio, sia istruito, sia colto; vuole che sia convinto della
funzione liberatrice e salvatrice della verità cristiana; vuole che al possesso
di questa verità si accompagni il senso di responsabilità della sua
professione e della sua diffusione; vuole che ogni anima, ogni età, ogni
famiglia, ogni ambiente sia capace d’una sua propria testimonianza; vuole che
un’armonia di pensiero, di voci, di opere esalti di gioia e di forza il senso
della Chiesa al suo interno, e offra all’esterno il fascino della vita
interpretata nella sua verità e nella sua pienezza.
Non è dubbio perciò che
una nuova fiducia nel pensiero umano, una nuova serietà di studi, una nuova
certezza delle divine verità, un nuovo rispetto del magistero ecclesiastico,
una nuova capacità di ricerca e di critica, una nuova originalità di studi e
di scritti, una nuova vena di ispirazione lirica ed artistica, una nuova ansia
di insegnamento e di cultura possono caratterizzare la vostra vita cattolica
dopo il Concilio. E tocca a voi, Laureati cattolici, a produrre questa
multiforme novità. Voi siete già su questo cammino. Occorre progredire, con
passo più franco, con animo più contento. La Chiesa vi incoraggia, il mondo vi
aspetta. E il prodigio è possibile, se voi avvertite che, ad un certo momento,
il dialogo, che voi intrecciate con la Chiesa, diventa, come dicevamo, un
invito, anzi una vocazione. Alla voce dell’interlocutore umano,
misteriosamente, subentra un’altra voce, che ascoltata esercita una forza
irresistibile. State a sentire con quali parole solenni e soavi termina il
decreto conciliare, che più direttamente vi riguarda:
«Il sacrosanto Concilio
dunque scongiura nel Signore tutti i Laici, affinché alla voce di Cristo, che
in questa ora fortemente li invita, e all’impulso dello Spirito Santo,
volentieri, con animo generoso, con cuore pronto, vogliano rispondere».
È
ciò che Noi vi ripetiamo, ben sapendo quanto voi siate capaci di comprendere e
di rispondere.
Ed è con questa fiducia e con questa gioia che tutti di cuore vi
benediciamo.