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DISCORSO DI PAOLO VI
AL PATRIZIATO E ALLA NOBILTÀ ROMANA
Giovedì, 13
gennaio 1966
Signor Principe!
Le siamo molto obbligati delle sue belle parole. Esse esprimono sentimenti che
fanno molto onore a chi li professa, e molto piacere a Chi ne accoglie così
eletto ed autorevole attestato. Se poi pensiamo che la sua voce interpreta gli
animi delle persone presenti, si accresce assai la Nostra soddisfazione, potendo
Noi ascoltare nella sua il coro delle voci del Patriziato e della Nobiltà
Romana, che con accento unanime manifestano quale alto significato vogliano quest’anno assumere gli auguri per l’anno nuovo.
Codesti auguri si fanno
perciò doppiamente grati e preziosi, per l’abituale e sempre gentile e
cordiale devozione che li ispira, e per l’intenzione di volerli arricchire del
senso tutto speciale derivante dall’adesione, che codesti ceti qualificati di
cittadini romani e di figli della Chiesa cattolica vogliono professare allo
spirito del Concilio Ecumenico, testé celebrato.
Siamo molto sensibili a questo riferimento intenzionale di codesti voti all’avvenimento
ecclesiastico eccezionale, di cui Roma è stata ospite, spettatrice e in non
poche occasioni ed in non scarsa misura attivamente partecipe. Noi dobbiamo anzi,
a questo proposito, esprimere il Nostro ringraziamento per l’accoglienza, per
gli atti di devozione, per l’ospitalità, per l’assistenza alle grandi
cerimonie conciliari, per la cornice di serietà, di decoro, di pietà religiosa,
con cui le più illustri Famiglie dell’antica Roma papale hanno dimostrato la
loro deferenza alla presenza nell’Urbe dell’Episcopato di tutto il mondo.
Ma
maggiore riconoscenza merita da parte Nostra l’assicurazione, che ora Ci è
confidata dal discorso ascoltato, che le vostre persone e le vostre Case non si
contentano d’aver attentamente e devotamente seguito la celebrazione
esteriore del Concilio, ma vogliono penetrarne l’intimo valore e associare i
loro animi al significato e all’efficacia spirituale d’un così grande
momento storico.
Cotesto atteggiamento Ci reca grande conforto, e Ci obbliga a manifestare la Nostra gratitudine, la Nostra fiducia, il Nostro
incoraggiamento. Che cosa bella, che cosa esemplare, che cosa feconda di vive e
gaudiose novità può essere cotesto assorbimento dello spirito del Concilio,
codesta inserzione nell’esperienza spirituale della vita della Chiesa, codesta
testimonianza di fedeltà e di sapienza! Pensiamo alla vivacità che ne può
trarre il vostro spirito, al vigore che tale atteggiamento può imprimere alla
vostra coscienza di cattolici, tanto legati alla storia della Chiesa romana,
allo stile spirituale e morale, che la gioventù delle vostre Case può
derivarne per risolvere quel difficile e delicato problema pedagogico, che le è
proprio e che non può non stimolarla ed inquietarla: quello di concordare la
fiera custodia delle vere virtù caratteristiche della tradizione con la libera
e originale interpretazione del genio moderno: un cattolico sincero, che si
pone alla scuola conservatrice e rinnovatrice del Concilio Ecumenico, può
risolvere con generosità e con eleganza tale problema, nell’autenticità
della sua fede religiosa e nella visione deontologica, vogliamo dire morale e
sociale, ch’essa proietta sulla vita.
Il discorso, illustri Signori e diletti
Figli, Ci attrae, e sarebbe lungo; voi lo potete immaginare; anzi, da voi
stessi, testimoni devoti e intelligenti del Concilio quali siete stati, lo
potete svolgere. La continuazione, per così dire, del Concilio nel Giubileo, da cui lo abbiamo fatto
seguire, ve ne offre facile e felice opportunità. Ma se non Ci inoltriamo ora
nel commento del Concilio, due temi Ci sembra potere a voi suggerire come più
accessibili alla vostra considerazione. E sono questi: come il mondo vede oggi
la Chiesa? E come la Chiesa vede oggi il mondo?
Qui la parola mondo avrebbe
bisogno d’una breve esegesi, dotata com’è di significato polivalente. Ma
voi già la conoscete, e sapete evitare l’equivoco che l’uso di tale parola
può generare. Mondo è il cosmo, è l’universo, la meravigliosa e misteriosa
e immensa opera di Dio creatore; mondo è l’umanità, è tutta la famiglia di
Adamo, che Dio amò nella sua soprannaturale vocazione, nella sua drammatica ed
ereditaria sventura, nella sua non meno drammatica e ineffabile redenzione;
siamo noi; e mondo è l’uomo privo della luce di Dio e tutto orientato a
negarla, a simularla, a profanarla; è un concetto negativo originale del
Vangelo. Un acuto pensatore e poeta (Leopardi) lo osserva: «Gesù Cristo fu il
primo che distintamente additò agli uomini, col termine mondo, quel lodatore e
precettore di tutte le virtù finte . . . . quello schiavo dei forti, tiranno
dei deboli, odiatore degli infelici . . . . il mondo». Per Cristo, il mondo
così inteso è l’antitesi del suo regno: è il regno della negazione, della
falsità, dell’astuzia, dell’egoismo, dell’odio; è quel mondo, come dice
l’Evangelista, che non accolse e non volle conoscere in Cristo il Salvatore: «Mundus eum non cognovit; in propria venit et sui eum non receperunt» (Io
1, 10-11); è quell’espressione, spesso potente e seducente, della vita umana,
che è fuori della benedizione cristiana, quella per cui Gesù non pregò: «Non pro mundo rogo», non prego per il mondo (Io. 17, 9). Accenniamo a questa
pluralità di significati per evitare possibili confusioni; ma per noi è subito
chiaro che, nel caso presente, questo senso deteriore della così espressiva
parola mondo non è direttamente considerato.
Vi interesserà soltanto studiare
come il vostro mondo, il vostro ambiente guarda oggi alla Chiesa, come la
conosce, come la osserva, come la definisce. Noi ne facevamo cenno giorni fa
parlando al Corpo della Guardia Nobile, venuto a presentarci gli auguri; e
chiedevamo a questi figli devoti e vicini della Nostra Sede Apostolica quale
fosse
l’aspetto, ch’essi trovavano più evidente, ovvero più nascosto, ma
soprattutto
più degno d’essere osservato e capito. Questa medesima questione potrete voi
pure, a Concilio finito, porre a voi stessi: che cosa è la Chiesa, questa
Chiesa, di cui abbiamo ammirato un incomparabile e degnissimo spiegamento
esteriore? Che cosa è questa Chiesa, che voi, amici del Vaticano, vedete così
da vicino nei suoi più qualificati rappresentanti, nelle sue forme più
caratteristiche, nei suoi costumi più tradizionali, e anche nei suoi difetti
più umani e più ricorrenti? Che cosa è? Che cosa è? Noi pensiamo che,
proprio in virtù del Concilio, si sia risvegliata questa insoddisfatta e
assillante domanda, non più paghi, come ora certamente siete, di una qualche
formale e convenzionale e parziale risposta: che cosa è, che cosa è la Chiesa
per i vostri occhi, per la vostra cultura, per la vostra educazione moderna,
per le vostre anime; che cosa è?
Lasciate che questa aggressiva domanda vi
assalga e vi tormenti. Essa possiede virtù purificatrice e rinnovatrice. Essa
tende a rendere intelligente e cosciente la vostra adesione alla santa Chiesa;
essa tende alla scoperta delle ragioni essenziali della vostra fedeltà; essa
tende a suscitare una curiosità che deve trovare soddisfazione in un nuovo
studio, in una nuova meditazione su questa notissima e misteriosa istituzione,
che si chiama la Chiesa, e che significa oceano; oceano dei disegni divini,
oceano delle divine misericordie, oceano delle verità e delle grazie, che
fanno viva la vita, oceano delle speranze che nessuna sventura può abbattere; e
oceano di storia, di storia umana, piena, come ogni cosa umana di grandezze e di
miseria, ma penetrata da un intimo nervo di vita sovrumana che la fa sempre
risorgente ed invitta. Che cosa è la Chiesa? È stata la grande questione del
Concilio, che sarà, sì, chiamato il Concilio della Chiesa. Se voi, proprio
dal vostro punto prospettico, di persone di questo mondo, vi ponete questa
assillante domanda, voi entrerete nei padiglioni dottrinali e pastorali del
Concilio, e troverete qualche meravigliosa risposta, capace d’inebriare di
luce e di gioia le vostre anime.
E l’altro tema? Cioè quello che si chiede
come la Chiesa, a sua volta, veda il mondo; e se volete restringere il campo di
osservazione,il vostro mondo. Anche per questo immenso tema il Concilio, voi lo
sapete, ha dato amplissime risposte, che possono dirsi nuove nel
campo del magistero ecclesiastico, se pur non estranee alla consueta pedagogia
della Chiesa. Amplissime e interessantissime. Notiamo soltanto un criterio
informatore di questo insegnamento conciliare: l’ottimismo. Cioè la Chiesa
del Concilio ha guardato il mondo un po’ come Dio stesso guardò dopo la
creazione la stupenda e sconfinata opera sua: vide, Iddio, dice la Scrittura,
che tutte le cose da Lui create, erano bellissime. Sì, la Chiesa ha voluto oggi
considerare il mondo, in tutte le sue espressioni, cosmiche, umane, storiche,
culturali, sociali, eccetera, con immensa ammirazione, con grande rispetto, con
materna simpatia, con generoso amore. Sì, così ogni cosa. Non già che la
Chiesa abbia chiuso gli occhi sui mali dell’uomo e del mondo - il peccato
soprattutto, ch’è la rovina radicale, ch’è la morte, e poi la miseria, la
fame, il dolore, la discordia, la guerra, l’ignoranza, la molteplice e sempre
minacciosa caducità della vita e delle cose dell’uomo -; non ha chiuso gli
occhi, ma li ha guardati con accresciuto amore, come il medico guarda l’ammalato,
come il Samaritano il disgraziato lasciato ferito e semivivo sul sentiero di
Gerico. Ha detto bene il vostro illustre interprete: la Chiesa ha scoperto il
suo volto di Madre amante e perdonante.
Ora questo, Signori e Figli carissimi,
è un fatto storico di un’importanza straordinaria, voi lo intuite. Ed ha un’importanza,
diremmo specifica, proprio per voi, ai quali la Chiesa del Concilio propone di
guardare il mondo - il mondo in cui siete - con lo stesso suo sguardo; sguardo
di verità, di realismo, di bontà, di carità. Uno sguardo che sa giudicare e
apprezzare i valori buoni e degni della tradizione, dell’educazione, della
cultura, del sentimento, dell’arte e degli stessi ambigui e contesi beni
economici; uno sguardo che sa cogliere senza confondersi il fenomeno
generalissimo, che definisce il nostro tempo, la trasformazione; uno sguardo che
diventa stimolo all’azione, all’azione buona e generosa, all’azione
coordinata e sociale, all’azione che si chiama dovere e amore.
Oh! quante alte
e belle cose ci può insegnare il Concilio se davvero ne raccogliamo gli
insegnamenti e ne sperimentiamo la virtù.
È ciò che voi Ci promettete di
fare! O quali propositi a Noi graditi, o quali voti che Noi facciamo Nostri, per
Nostro conforto,
per il bene della Chiesa e della società, e per l’onore vostro, per quello
delle vostre Famiglie e dei vostri Figli!
Siate, per tanto gaudio e per tanta speranza che voi Ci
recate, tutti ringraziati; siate dal Signore ricompensati ed assistiti; siate
tutti da Noi benedetti!
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