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VISITA DI PAOLO VI
ALLA CENTRALE DEI SERVIZI PER LA NETTEZZA URBANA
Martedì, 15 febbraio 1966
Innanzi tutto il Santo Padre vuole rivolgere ai carissimi figli un saluto,
diretto in primo luogo al Sindaco, primo Magistrato della Città, quegli che
tutta la rappresenta, l’amministra e con la sua presenza conferma l’incontro che
la città stessa intende fare col Papa.
Grazie anche all’Assessore che presiede il servizio della Nettezza Urbana.
Egli, con le sue parole, ha illustrato un’organizzazione grande e sviluppata, sì
che il Santo Padre è lieto dell’occasione per compiacersi del progresso
dell’importante servizio nella città di Roma, sempre più perfezionato, ora,
mediante macchine ed altre innovazioni, tutte cooperanti a vero progresso
igienico e civile.
Il Papa ne è lieto anche perché vuole molto bene ai cari figliuoli addetti
alla Nettezza Urbana e il sapere che essi impiegano strumenti moderni, più
efficaci, che alleviano la fatica, Gli dà consolazione.
Egli poi ringrazia chi ha parlato per primo, e cioè l’interprete, il
portavoce di tutti i netturbini di Roma, ai quali ricambia il saluto. Le ragioni
per cui il Papa si è recato a visitare tanto cari figliuoli sono molteplici. Il
Santo Padre ha il dovere e il diritto di far ciò ma una circostanza speciale ha
affrettato la sua visita: poiché, come ha già avuto occasione di dire anche
pochi giorni or sono, il Concilio si è premurato di inviare un messaggio a tutti
i lavoratori del mondo, ed ha incaricato i Vescovi di farsene interpreti.
Il Papa non ha soltanto il peso del Pontificato Romano, ma anche quello di
Vescovo di Roma; ufficio, questo, che lo rende loro padre, amico, guida e
pastore. Egli viene ad annunciare, perciò, quanto il Concilio ha detto ai
lavoratori, e questo messaggio il Santo Padre l’ha voluto particolarmente
portare personalmente fra quei suoi figli, perché così si troveranno in
condizioni migliori per accoglierlo. Non è un messaggio nuovo. I più anziani lo
avranno sentito tante volte dall’umile e buon sacerdote, che fu loro cappellano
ed amico per tanti anni, Don Ariodante Brandi, il quale sempre con l’esempio e
l’insegnamento ripeteva loro: guardate che il vostro lavoro è una cosa grande,
degna, deve essere amato e rispettato: il Papa è sicuro che nell’animo di ognuno
dei suoi ascoltatori non vi è disagio di sorta, ma la fierezza, la coscienza di
compiere un servizio grande ed utile.
E il Papa è venuto, a nome di tutti i Vescovi del mondo e Suo, e per
personale ufficio a dare un annunzio che bisognerebbe spiegare a lungo: la
dignità del lavoro, il lavoro dell’uomo è cosa meritevole di illimitata stima,
di grande considerazione e di un rispetto senza confini. Dicendo ciò il Papa non
enuncia cosa nuova: nel mondo moderno non si fa che ripeterlo. La Costituzione
Italiana nel primo articolo rende omaggio al lavoro come alla pietra
fondamentale di questo Paese, rinato dopo la guerra e chiamato alla vita moderna
e democratica: la Repubblica Italiana, vi si legge, è fondata sul lavoro; ciò
significa che il lavoro è la cosa più importante, più degna, più normale tra le
manifestazioni della vita.
La dignità di questo enunciato sta proprio nella coincidenza tra quello che
il mondo odierno pensa, l’Italia proclama e la Chiesa riconosce. Ci sono,
infatti, due voci che si uniscono in una voce sola per dire: il lavoro merita di
essere conosciuto come realtà immensamente degna. Pertanto, se la dottrina della
Chiesa coincide con la mentalità, con la professione più caratteristica della
vita moderna, cade una delle obiezioni più diffuse, più frequenti, più attive
che si sono manifestate: quella che sentenzia e vuol far credere che la Chiesa
non è per i lavoratori, che la Chiesa sta con le classi più fortunate, che la
Chiesa ignora il verbo dei tempi moderni, non conosce l’operaio, il lavoratore!
Non è vero, non è vero! Ed il Papa è venuto appunto per proclamare davanti a
questi lavoratori, con tutta la forza ed anche l’autorità del suo magistero, la
dignità del lavoro umano.
Inoltre: non solo il messaggio della Chiesa coincide con quello che esalta il
lavoro moderno, ma il suo messaggio ha qualcosa di originale, di superiore a
tutta la contemporanea glorificazione del lavoro: la quale sovente è parziale e
circoscritta.
C’è, infatti, chi vede nel lavoro soltanto l’aspetto economico,
strumentalizzandolo e rendendolo simile ad una macchina, togliendogli il valore
personale, sfruttandolo.
C’è, d’altra parte, chi considera unicamente l’aspetto sociale, a tal punto
esaltandolo, da mettere nel cuore tanti sentimenti eccitati che non sempre sono
buoni, perché accendono lo sdegno, la collera, la vendetta, la rivoluzione:
dunque non portano alla pace del mondo del lavoro né all’ordine che dovrebbe
regnare nei vari settori della fatica umana. È un’esaltazione a volte deprimente
quella che da taluni vien fatta dell’opera umana, quando poi non sia addirittura
livellatrice, affermando che il lavoro non va oltre il raggiungimento dello
stipendio e dei godimenti materiali. La Chiesa invece ha una sua visione
originale del mondo del lavoro che lo rende ancor più degno, ancor più grande.
L’occhio del Papa, Pastore e Rappresentante di Cristo, vede qui non solo dei
netturbini, non solo della gente che maneggia gli umili strumenti del mestiere,
non solo dei giovani e dei padri di famiglia. Il suo occhio scorge in essi
qualcosa di più, ed il Santo Padre vorrebbe che ognuno di loro capisse come non
c’è nessuno che abbia dell’uomo concetto più grande di quello posseduto e
insegnato dalla Chiesa.
La Chiesa vede in ciascuno di loro, dal piccolo fanciullo che il Papa ha
davanti, all’ultimo dei netturbini di Roma, un figlio di Dio. Io sono obbligato
ad inchinarmi - aggiunge Sua Santità - dinanzi ad ogni creatura umana che porta
impressa sulla fronte l’immagine di Dio. In ciascuno di loro il Papa deve
guardare un figlio di Dio, un fratello, un candidato a vita superiore, alla vita
eterna.
Con rispetto indicibile Egli viene in mezzo ai lavoratori e dichiara a
ciascuno la sua nobiltà, la sua vocazione alla grandezza, alla dignità, alla
bellezza della vita umana, al suo destino trascendente ed eterno. Per questo
quando si afferma la dignità del lavoro con voce cristiana, si lancia uno
squillante grido di vittoria e di salvezza.
Pertanto, nel lavoro di quei diletti figli, a motivo della sua stessa
missione, il Papa non soltanto considera, come farebbe un profano, il lato
esteriore, materiale, ma l’utilità, il servizio, l’aspetto sociale. Pur esso è
molto stimato dalla Chiesa. Che cosa sarebbe, infatti, la società, se non vi
fossero i servizi più semplici e più modesti e faticosi, se non vi fossero i
minatori, i soldati, i netturbini? Come sarebbe la nostra città? Per quali
caratteristiche - il Santo Padre lo domanda anche al Sindaco - una città può
dirsi civile? Non è forse quando è bella e pulita?
Il Papa riconosce quindi l’utilità del servizio civico e sociale di quanti lo
ascoltano: lo esalta, lo onora e dice: bravi, coraggio, figliuoli, c’è chi vi
stima molto!
Essi iniziano la loro fatica già nelle ore mattutine, quando le strade sono
poco frequentate. Ma c’è un occhio che li vede, quello di Dio, del quale il Papa
è il rappresentante e il messaggero. Iddio ha presenti la necessità, il
carattere provvidenziale della loro opera, e il Santo Padre è venuto a darne
loro testimonianza.
Come non rivivere qui, ad esempio, la bellezza dell’episodio evangelico
allorché il Signore volle egli stesso curvarsi a lavare i piedi dei suoi
discepoli? È un episodio di profondo senso sociale, che insegna ad onorare
l’umiltà umana quando l’umiltà umana ha bisogno e merita di essere onorata.
Un altro aspetto dello stesso servizio non sfugge al Papa: la fatica, che è
l’elemento ambiguo del lavoro. Essa, infatti, da una parte lo onora e dimostra
l’apporto reale che le mani e i muscoli dell’uomo danno all’opera da compiere;
dall’altra sembra indicare che il lavoro sia una pena, una cosa deprimente,
nociva, e perciò lo si vorrebbe abolire.
Oggi, per fortuna, le macchine sono moltiplicate, sì da rendere più leggera e
meno pesante la fatica fisica. Ma la macchina obbliga l’operaio a fare sempre lo
stesso gesto, e la macchina ha bisogno di questa collaborazione umana, lieve
forse come sforzo materiale, ma umiliante come peso morale. Ed ecco allora che
lo sguardo cristiano sul lavoro considera anche questo aspetto.
Figliuoli e fratelli che soffrite per il vostro lavoro - dichiara il Santo
Padre - sappiate che c’è Qualcuno che vi è stato collega: Nostro Signore Gesù
Cristo volle essere anch’egli lavoratore; ha portato il peso della fatica
fisica; le sue mani si sono incallite nel lavoro ed il suo stato sociale è
disceso all’ultimo livello per dimostrarsi vostro collega, vostro compagno,
vostro amico, vostro esempio. Il Signore inoltre ci ha insegnato che non è tanto
la qualità del lavoro a rendere grande l’uomo, ma l’animo, le ragioni con cui è
espletato. Esse trasfigurano la fatica umile e modesta rendendola immensamente
grande e bella, degna davvero di riconoscimenti sia umani che trascendenti
davanti allo sguardo di Dio.
Nella concezione cristiana del lavoro esiste quasi un rapporto direttamente
proporzionale tra la durezza, l’umiltà dell’opera svolta e il suo valore di
redenzione. Quanto più modesta, umile, sconosciuta e dimenticata appare una
categoria agli uomini, tanto più, alla luce del cristianesimo, essa risulta
degna d’essere chiamata al regno di Dio, ai premi superni. Il segreto consiste
nell’affrontare il lavoro secondo lo spirito di Gesù, nel trasformarlo in una
preghiera quotidiana. Ora la Chiesa appunto desidera aiutare questa
incomparabile elevazione.
Sua Santità conclude rievocando per i carissimi ascoltatori le Beatitudini
stabilite dal Redentore. Beati i poveri, beati coloro che piangono, beati coloro
che soffrono, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, beati gli umili.
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