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OMAGGIO DI PAOLO VI A
SAN CELESTINO V
Giovedì, 1° settembre 1966
Il cuore del Papa trabocca di commozione, di gratitudine per l’accoglienza
entusiastica e il primo grazie va al Vescovo, nella persona del quale il Santo
Padre benedice l’intera diocesi di Anagni con il Clero, le Associazioni di
Azione Cattolica lì riunite in convegno; l’intero popolo; le autorità civili,
militari e politiche, a cominciare dal Sindaco, che Sua Santità ha poco prima
incontrato.
Diciotto anni or sono il Papa visitò Fumone e la contrada circostante; non
c’era allora la bella strada attuale e neppure l’acqua; anche la campagna gli
sembro meno rigogliosa, né vi erano alcune industrie ora sorte.
E perciò il Santo Padre vuole benedire, con la diletta popolazione, anche il
progresso realizzato e le trasformazioni che il progresso porta con sé. Esorta
quindi la popolazione a profittare di questi miglioramenti e a restare sempre
figli buoni della Chiesa, bravi cristiani, solleciti anche del bene altrui.
Il principale scopo della visita è quello di rendere onore a San Celestino V
perché fu Papa, fu santo e morì a Fumone. Dalla vita di San Celestino il Papa
vuol trarre due insegnamenti.
Il primo insegnamento ce lo dà la storia, che ci riporta a circa 700 anni or
sono, mentre il medioevo si avvia al suo tramonto e fa vedere già l’alba di
nuove condizioni di vita per Roma, per l’Italia, per l’Europa intera.
La figura di Celestino V, come Pontefice, ci richiama alle origini della
Chiesa, all’investitura data da Nostro Signore a San Pietro e ai suoi
Successori: dobbiamo meditare su questa continuità apostolica, che supera
vicende le quali sembrano le meno propizie e si perpetua fino a noi e nei secoli
avvenire perché c’è il dito di Dio, una presenza divina nella Chiesa.
Ecco il tempo di Pietro di Morrone: ventisette mesi di interregno nella Sede
Apostolica; i Cardinali ridotti a dodici e in contrasto tra loro; tempi
terribili.
E Pietro Morrone, il santo eremita, è eletto ed è invitato ad ascendere sulla
Cattedra di Pietro. Dopo aver esitato, accetta per dovere, e fa ingresso in
Aquila sopra un asinello, come Nostro Signore, ma trova là due Re ad attenderlo.
Ecco l’essenza della Chiesa, ecco il destino di Roma sede del Successore di
Pietro: ovunque la decadenza è fatale, ma nella Chiesa c’è un carisma, c’è la
promessa e la presenza divina: «Io sarò con voi fino alla fine dei secoli».
Questo è il miracolo vivente del cattolicesimo.
Il secondo insegnamento è dato dalla santità, dall’intreccio delle virtù
cristiane con tutte le miserie e umane debolezze, che ne sono superate.
San Celestino V, dopo pochi mesi, comprende che egli è ingannato da quelli
che lo circondano, che profittano della Tua inesperienza per strappargli
benefici. Ed ecco rifulgere la santità sulle manchevolezze umane: il Papa, come
per dovere aveva accettato il Pontificato supremo, così, per dovere, vi
rinuncia; non per viltà, come Dante scrisse - se le sue parole si riferiscono
veramente a Celestino - ma per eroismo di virtù, per sentimento di dovere.
E morì qui, segregato, perché altri non potesse profittare ancora della sua
semplicità ed umiltà, e la morte non fu per lui la fine, ma il principio della
gloria, oltre che nel paradiso, anche sulla terra.
Concludendo le sue parole, Paolo VI, prima di rinnovare la sua benedizione
alla terra così bella e cara, invoca su tutti la protezione di Celestino V,
esortando a viva devozione per il Santo Pontefice, e recitando con il popolo, a
conclusione dell’incontro, un Pater, Ave e Gloria, per
propiziare le grazie celesti e quindi una preghiera per tutti i defunti.
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