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DISCORSO DI PAOLO VI
AL PELLEGRINAGGIO DEGLI AGENTI DI CUSTODIA
Sabato, 8 ottobre 1966
Diletti figli!
Ben volentieri accogliamo la vostra visita e Ci soffermiamo un istante a
colloquio con voi, per rendere più gradito e indimenticabile il vostro
pellegrinaggio a Roma, diletti Agenti di custodia, qui venuti dai luoghi di pena
di tutta Italia. Certo, singolare è questa udienza: per Noi e per voi. Per voi,
che, come Ci avete fatto sapere, per la prima volta prendete parte a codesto
raduno-pellegrinaggio, il primo che sia stato finora organizzato per la vostra
benemerita categoria; e per Noi a cui la vostra presenza suscita emozioni
incancellabili, scolpite tuttora al vivo nel Nostro cuore, nel ricordo della
visita compiuta il giovedì 9 aprile del 1964 alle Carceri romane di «Regina
Coeli», ove trovammo tanta cordialità e reverenza nei vostri commilitoni - molti
di essi sono qui certamente presenti - e tanta corrispondenza e commozione nei
detenuti.
L’avervi oggi nella Nostra casa, oltre che essere da parte vostra una gentile
e filiale «restituzione» di quella visita, che tanto Ci fa piacere, porta il
Nostro pensiero a tutte le Case di pena italiane, dalle quali provenite e in cui
spendete le vostre migliori energie fisiche, spirituali e morali, rinnovando in
Noi la trepidazione, la gioia, la consolazione di quell’incontro ormai lontano.
Vi accogliamo dunque con speciale benevolenza; salutiamo i distinti
rappresentanti del Ministero di Grazia e Giustizia e delle singole Direzioni,
intervenuti a questa udienza; salutiamo i Cappellani delle carceri, qui
presenti, che incarichiamo di portare a tutti i loro Confratelli l’espressione
della Nostra viva stima e compiacenza per il delicato e provvido ministero
sacerdotale che essi svolgono; e in voi salutiamo tutti gli Agenti di custodia
d’Italia, qui egregiamente rappresentati e certo spiritualmente presenti, e
tutti come voi meritevoli di una parola di riconoscimento per l’impegno con cui
adempiono il loro arduo ma prezioso dovere.
La vostra visita, i vostri sentimenti hanno aperto un luminoso spiraglio nel
vostro cuore, facendoci comprendere assai bene con quale spirito voi
corrispondete alle vostre responsabilità: Ci avete confermato che volete servire
gli sventurati fratelli, sui quali,vigilate, sforzandovi di vedere in essi,
sempre di più, - cosa di ben alta spiritualità - il volto stesso di Cristo.
Raccogliamo questi intenti, perché proprio qui sta racchiuso il significato, il
valore umano, la benemerenza sociale della vostra professione; e infatti essi
bastano per indicare a tutti - anche a chi vede in essa solo una necessità
ineluttabile, non rischiarata da alcuna luce di umanità, ma unicamente paga
della fredda e impersonale severità delle leggi - quanto invece codesta
professione sia ricca, sia provvida, sia talora commovente, sia necessaria, sia
degna di riconoscenza da parte degli uomini, e di ricompensa da parte di Dio.
Vedere il volto di Cristo: è già difficile nelle condizioni ordinarie di
vita, per gli ostacoli frapposti dall’abitudine, dal quieto vivere, dalla
indifferenza e dal disinteresse per gli altri, quando non dalla diffidenza e
dalla cattiveria. Miserie della nostra natura, ferita dal peccato originale, e
che la pedagogia della Chiesa, che propone le alte lezioni del Vangelo, e gli
strumenti efficaci della Grazia per metterle in pratica, inculca da secoli
nell’umanità con risultato non sempre lusinghiero . . . Quanto più dunque sarà
difficile scoprire il volto di Cristo là dove le tracce di tristi esperienze, il
rancore verso la società, la sfida alle leggi, e poi la solitudine di una vita
coartata, la lontananza dagli affetti cari, il crollo di tante speranze
induriscono spesso i lineamenti in una maschera sfiduciata, dolorante, ostile!
Eppure sotto quei lineamenti è il volto di Cristo, e il Vangelo è là a
ricordarcelo con la consequenzialità impressionante dei suoi accostamenti: «Ero
in prigione, e mi veniste a trovare . . . Quanto avete fatto a uno dei più
piccoli fra questi miei fratelli, l’avete fatto a me . . . Ero in prigione e non
mi visitaste . . . Quanto non avete fatto a uno dei più piccoli tra questi,
neppure a me l’avete fatto» (Matth. 25, 37-40, 43-45).
Scoprire il volto di Cristo! Questo dicemmo ai detenuti di «Regina Coeli»
quel giorno, vedendo in quegli occhi avvivarsi una fiamma di gratitudine, al
pensiero dell’immagine di Dio, della somiglianza con Cristo, in essi, forse
inconsapevolmente, impressa (cfr. Insegnamenti di Paolo VI, II, 1964, p.
1110). E quanto Ci allieta ora il sapere che di quelle indicazioni voi fate
programma di vita, bontà di metodo, fermezza di proposito!
Come ve ne siamo grati; e come Ci commuove il pensiero che, ispirati a quell’insegnamento,
sapete farvi piccoli coi piccoli, compassionevoli con chi soffre, sapete
«piangere con chi piange» (Rom. 12, 15), fino a condividere nell’asprezza
della vostra condizione, spesso nell’isolamento di luoghi impervii, e talora nel
distacco dagli affetti familiari, la sorte stessa di chi espia davanti alla
società!
La vostra fatica quotidiana si illumina pertanto dell’impegno di scoprire il
volto di Cristo, e ne riceve incomparabile dignità, e un conforto che null’altra
cosa può dare. Abbiate sempre questo convincimento, che vi sorregga nella
monotonia dei giorni sempre uguali, nelle amarezze delle ore buie, nelle
tentazioni del ripicco e dell’ira, nella melanconia della solitudine. Cristo è
con voi a sorreggervi, e indicarvi la via migliore perché la vostra incombenza
possa sempre più giovare, con la fermezza ma anche con la bontà vera del cuore,
con la pazienza e con il buon esempio, agli infelici che vi sono affidati. Date
loro il meglio di voi! Sappiamo che stanno sorgendo in alcune Case di pena
perfino le Conferenze «San Vincenzo» a favore dei detenuti, o dei loro familiari
disagiati: che bella e grande cosa, figliuoli! Siate benedetti! Ve lo dice
l’umile Vicario di Colui che volete servire, e che, in questo momento, per
Nostro mezzo, vi conforta, vi incoraggia, vi benedice. Nel nome del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo. Amen!
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