 |
DISCORSO DI PAOLO VI AI
PARTECIPANTI AL II CONVEGNO NAZIONALE SU «LA
PASTORALE DEL TURISMO»
Sabato, 29
ottobre 1966
Lodiamo l'intuito, con cui, rispondendo a una reale e sempre più urgente
necessità di oggi, è stato indetto questo secondo Convegno Nazionale su «La
Pastorale del Turismo», sotto gli auspici della Nostra Sacra Congregazione del
Concilio. A suo tempo, abbiamo incoraggiato di tutto cuore l’iniziativa, con
voti e indicazioni: e così oggi abbiamo la consolazione di vedere davanti a Noi
codesto rilevante e cospicuo gruppo di sacerdoti e di parroci delle più
importanti località turistiche d’Italia, accompagnati anche da laici
particolarmente esperti nei problemi del turismo, e preziosi collaboratori
dell’azione pastorale.
Diletti figli.
Veramente, Ci offrite un quadro assai consolante delle esperienze, delle
attività, dei programmi, che con metodo, diremmo scientifico, ponete in atto nei
singoli centri di villeggiatura da voi rappresentati, con le diversità inerenti
alla loro varia configurazione: siano essi città d’arte, o stazioni di cura
termale, o località marine, montane o di lago. Ve ne siamo grati. A tutti
apriamo il Nostro cuore in un cordialissimo saluto, che estendiamo alle
personalità qui presenti, del Governo italiano e delle varie organizzazioni
Nazionali e Provinciali del Turismo; a Monsignor Palazzini, al Padre Arrighi e
agli altri Presuli che con lui collaborano, nonché ai membri della Commissione
della CEI per il Turismo e lo Sport, per aver pensato a organizzare questo
Convegno.
Effettivamente, in questi ultimi tre anni vi sono state molte novità, che
richiedevano un «aggiornamento» anche in questo campo. Già il naturale sviluppo
del fenomeno turistico ha potuto in tre anni presentare nuove esigenze, o per lo
meno dimostrare sempre più pressanti e indilazionabili quelle che esso ha
presentato fin dal suo primo espandersi, richiedendo in termini inconsueti,
sorprendenti, perfino perentori, che la cura d’anime sia più metodicamente
organizzata, e provveda a dare quelle soluzioni, che non siano solo palliativi
estemporanei, ma determinanti contributi ai reali bisogni. Già il Nostro
Predecessore Pio XII, a cui la Pastorale del Turismo tanto deve per le sue
provvide indicazioni, nel primo grandioso sviluppo succeduto al dopoguerra - e
Noi ne fummo fortunati e pensosi spettatori, e anche, per quanto avemmo di forze
e di possibilità, volonterosi collaboratori - aveva osservato con paterna
condiscendenza riguardo allo svago settimanale, che si identifica in più vasta
misura coi più complessi problemi del turismo di massa: «La Chiesa comprende
benissimo il bisogno, per chi vive in città, di uscire alla domenica; pertanto
sorride di compiacenza alla vista della famiglia, genitori e figliuoli, che
allora prendono insieme un po’ di svago e di allegria nella grande natura di
Dio, e volentieri prepara a tempo e luogo la bramata opportunità per il servizio
divino» (11 novembre 1951; all’Assemblea Internazionale della stampa sportiva;
Discorsi e Radiomessaggi di Pio XII, 13, p. 365). E continuava
sottolineando come il turismo e lo sport non devono compromettere le sante gioie
della vita familiare, l’intimità dei focolari e, tanto più, l’adempimento dei
doveri religiosi e morali.
Era quindi opportuno che, in seguito all’accennato espandersi, in forme
sempre più vaste, delle migrazioni turistiche, il clero in cura d’anime dovesse
ripensare in termini più adatti a tutto l’insieme della cura pastorale, per far
fronte alle nuove e mutevoli esigenze della grave responsabilità ch’esso sente
di fronte a Dio, e di fronte alla Chiesa.
Ma in questi tre anni, soprattutto, c’è stata la grandissima novità del
Concilio Ecumenico, che ha fatto sentire l’ansia della Chiesa docente anche
verso il problema del Turismo. Soprattutto perché c’è stato il Concilio voi
avete sentito il bisogno di mettere maggiormente a fuoco, alla luce dei suoi
grandi documenti, quello che è il vostro assillo quotidiano, il vostro impegno
di sacerdoti attivi e generosi, che non si accontentano della routine facile e
comoda, giustificata dal ricorso a metodologie pastorali non più valide perché
non più rispondenti alla odierna realtà dei fatti. Ora, voi sapete benissimo - e
in questi giorni avete potuto rendervene conto a fondo - che il Concilio ha
prospettato, anche in questo campo, la necessità di una cura pastorale che esca
dalle fasi purtroppo possibili dell’esitazione e dell’improvvisazione, per
affrontare i problemi del Turismo con idee chiare, con programmi coordinati e
bene studiati in anticipo, con ricerca di contatti specializzati, con la
collaborazione organizzata di sacerdoti preparati e zelanti. Tutto ciò ha
indicato, ad esempio, il Decreto sull’Ufficio pastorale dei Vescovi nella
Chiesa, quando ha ricordato ai Vescovi il dovere di adottare «convenienti
sistemi di assistenza spirituale per i turisti» (n. 18); e così la Costituzione
pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo ha esortato i cristiani a dare la
loro collaborazione, «affinché le manifestazioni e le attività culturali
collettive, proprie della nostra epoca, siano impregnate di spirito umano e
cristiano» (n. 61). Tutto ciò esige un ripensamento volonteroso di tutta la
nostra pastorale, affinché affronti veramente i problemi: l’esperienza insegna
che, dove si è lavorato con umiltà e decisione, senza risparmiare le forze, la
risposta è stata sorprendente, tanto da incoraggiare a sempre più efficace
organizzazione e a sempre maggiore e più ardimentosa fiducia. Certo, il lavoro è
molto: ci sono anzitutto le popolazioni residenti, che devono essere curate con
infinita premura, affinché diano ai turisti l’esempio di una vita cristiana
serenamente vissuta, con integralità di coerenza e di impegno; ci sono poi i
problemi pastorali per il personale d’albergo e di istituti climatici, finora
forse troppo trascurati, lasciati ai margini, ma che pure devono essere
integrati nella comunità cristiana residente con un’assistenza specializzata, e
attenta ai loro particolarissimi problemi psicologici e spirituali; c’è
soprattutto la mutevole massa del turismo stabile, o temporaneo, o occasionale,
con gli infiniti aspetti ch’essa presenta al sacerdote parroco per una
conveniente e rispondente cura pastorale.
Diletti figli.
Noi siamo certi che il vostro zelo, stimolato per di più dalle trattazioni
del Convegno, saprà trovare non mai stanche energie e risorse per rispondere
tempestivamente a tali ardue necessità, sotto la guida esperta e paterna
dell’Episcopato. Confidiamo molto in voi, in quello che già fate, e in quello
che compirete, perché, nei vari luoghi di villeggiatura e di turismo, voi
rappresentate la Chiesa; e la Chiesa anche a voi si affida con immensa speranza,
per far giungere veramente a tutti gli uomini la luce che viene dal Vangelo, la
parola che illumina e sostiene, e rasserena la mente inquieta e l’anima
affaticata indicando loro in Cristo «la via, la verità e la vita», e guidandoli
a Lui, come a unico ristoro e rifugio. Anche per mezzo vostro si prolunga la
missione della Chiesa, che, come ha detto ancora il Concilio, «mira a questo
solo: a continuare sotto la guida dello Spirito Paraclito, l’opera stessa di
Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a
salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito» (Cost. Part. cit.,
n. 3).
A questo grave, ma entusiasmante compito vi esorta la Nostra parola, vi
conforta la Nostra preghiera, e vi incoraggia l’Apostolica Nostra Benedizione,
che, di gran cuore, a tutti impartiamo, nel nome del Padre e del Figlio e dello
Spirito Santo.
|